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Produrre più gas e petrolio? È arduo
di Bartolomeo Buscema

Il ministro Passera aveva dichiarato di voler aumentare la produzione di petrolio tra Basilicata e Sicilia. Il commissario dell'Enea, Lelli: “Programma arduo e non praticabile”. Limitazioni previste nelle zone sensibili

Tags: Energia, Corrado Passera, Giovanni Lelli, Enea



CATANIA - Non è passato nemmeno un mese da quando il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, in occasione della presentazione, a palazzo Montecitorio, del “Manifesto per il Sud nella crescita dell’Italia”, ha sostenuto la necessità di estrarre più petrolio e più gas naturale. Non solo per rallentare la morsa della dipendenza energetica dall’estero, ma anche per creare venticinque mila posti di lavoro. Come? Riempiendo di trivelle soprattutto la Sicilia e la Basilicata.

È una posizione di politica energetica che lascia molte perplessità al commissario straordinario dell’Enea, Giovanni Lelli, che nel corso di una recente audizione in commissione Industria al Senato sulla strategia energetica nazionale ha presentato un documento di sintesi di tutti i problemi irrisolti del Bel Paese.

Nel paragrafo “Potenziamento della produzione nazionale di fonti fossili”, l’ingegner Lelli sostiene che l’aumento dal 10 al 20% della produzione nazionale d’idrocarburi è arduo e non praticabile. E spiega che in uno scenario tendenziale la produzione nazionale d’idrocarburi, petrolio e gas, non accresce il suo contributo in maniera apprezzabile. Poi, con riferimento al Governo che si è recentemente espresso in favore di un aumento della produzione nazionale di petrolio e gas fino a coprire il 20%, citando i dati dello stesso ministero per lo Sviluppo, aggiunge e precisa che le riserve recuperabili di petrolio, dopo le recenti rivalutazioni, ammonterebbero a 187,4 milioni di tonnellate. Al tasso di estrazione attuale di circa 5,1 milioni di tonnellate, tali risorse potrebbero durare circa trentasette anni.

I nuovi giacimenti scoperti in Basilicata dovrebbero entrare in produzione entro l’anno contribuendo a regime circa 50.000 barili/giorno, ovvero circa il 50% in più della produzione attuale. I programmi di sfruttamento previsti potrebbero portare a più che raddoppiare la produzione annua ma a condizione che siano superate difficoltà autorizzative e opposizioni locali. Nell’ipotesi più ottimistica la produzione nazionale coprirebbe il 14% della domanda attuale di petrolio. Nel 2010 la copertura del fabbisogno era pari all’8,5%.

Una percentuale d’incremento, ha evidenziato il commissario, che deve però fare i conti con le limitazioni di estrazione introdotte dal decreto legislativo n. 128 del 29 giugno 2010 per alcune zone sensibili. E anche, a parte le incognite connesse alla redditività e ai prezzi prevalenti sul mercato, con gli impatti ambientali associati alle attività di estrazione e trasporto, stoccaggio e all’accettazione delle comunità locali residenti in prossimità dei pozzi.

In particolare, all’annuncio ministeriale di un incremento della produzione di gas nazionale, ci siamo sempre chiesti se la nostra Nazione avesse bisogno di tutto questo gas, considerato quello che già importa e quello che vorrebbe importare in futuro con i nuovi gasdotti e rigassificatori. E prevedevamo che, probabilmente in Italia, nel breve periodo, ci sarebbe stato un esubero di gas importato.

Una posizione condivisa dall’ingegner Lelli che durante la stessa audizione ha sostenuto che, molto probabilmente, tra meno di vent’anni l’Italia avrà tanto di quel gas da non sapere che cosa farsene perché anche gli altri Paesi europei stanno attuando, ognuno per sé, misure di copertura del fabbisogno di gas. E se il gas già l’hanno, non verranno certo a comprarselo dagli italiani.

Bartolomeo Buscema
Twitter: @bartbuscema
 

Articolo pubblicato il 13 giugno 2012 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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