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Sicilia, niente aiuti ma interventi perequativi
di Carlo Alberto Tregua

Autonomia effettiva nell’equità nazionale

Tags: Autonomia, Debiti, Finanziamenti



Ribadiamo ancora una questione che sembra lessicale, ma è di sostanza. Smettiamola di parlare di aiuti e abituiamoci a trattare interventi perequativi. Smettiamola di parlare di fiscalità di vantaggio e abituiamoci a discutere di fiscalità riequilibratrice.
Quanto precede significa che la classe dirigente siciliana deve indossare sul serio i pantaloni, come hanno fatto moltissime donne, e trattare da pari a pari, sulla base delle leggi vigenti, le questioni istituzionali che riguardano il Paese e la Sicilia.
È una grossa deminutio essere chiamati, noi siciliani, a discutere solo delle questioni della Sicilia. Quasi mai veniamo chiamati per interventi sulle grandi questioni nazionali e internazionali.
Se ci fate caso, seguendo gli spazi in televisione e in radio, ove partecipano commentatori di vario genere, sono quasi del tutto assenti quelli siciliani. Qualcuno viene interpellato solo nel caso che l’argomento trattato riguardi la Sicilia.

Per esempio, il Partito de Sud promosso da Gianfranco Miccichè o l’Autonomia perseguita da Raffaele Lombardo sono diventati un caso nazionale e tutti ne parlano intervenendo solo perché sembra che in Sicilia i dirigenti politici siano impazziti.
Ma quando ci sono questioni che riguardano l’economia nazionale, la crescita del debito pubblico, la diminuzione degli ordini industriali e della produzione, l’aumento della disoccupazione e della cassa integrazione, i buchi nelle banche italiane, la mancanza di concorrenza continuamente sottolineata dall’Autorità presieduta dall’ottimo Antonio Catricalà o le continue segnalazioni dell’Autorità delle comunicazioni, presieduta dall’altrettanto ottimo Corrado Calabrò; quando questi e altri argomenti vengono trattati negli spazi radio-televisivi nazionali l’assenza di commentatori siciliani è assordante.
È sicuramente colpa nostra, che non ci facciamo valere e che non abbiamo costruito le opportune relazioni per essere valutati in base a quello che valiamo.
 
La nostra colpa è atavica. Discende fin dall’Unità d’Italia, quando la Sicilia era schiava dei Borboni. Passammo alla schiavitù dei Savoia e siamo rimasti ancora schiavi intellettualmente, nonostante brillantissime menti siciliane siano emerse e si siano affermate in campo nazionale e internazionale. La peggiore colpa di noi cittadini siciliani è stata, ed è, quella di mandare come responsabili delle istituzioni regionali e comunali un ceto politico mediamente scadente, nel quale però vi sono tante persone brillanti. Ma le stesse non fanno sistema, non si mettono in rete e alla fine consentono di far prevalere i mediocri e gli inetti.
La dimostrazione di quanto scriviamo è nel constatare come tutti i fondamentali economici, occupazionali e sociali della Sicilia siano agli ultimi posti nella graduatoria nazionale. Comprese le Università che dovrebbero essere il fiore all’occhiello di una Comunità.

Basta discutere di aiuti e di vantaggi, dunque. Occorre battere i pugni sul tavolo, come fa Bossi, perché Berlusconi e Tremonti capiscano che qui e ora non possono più fare i furbi, dando pacche sulle spalle e distraendo le risorse finanziarie dai Fas, di esclusiva competenza delle regioni meridionali, per indirizzarle alle necessità finanziarie delle regioni del Nord.
Battere i pugni sul tavolo per stabilire regole eque che riportino la Sicilia ai fasti del 1200 di federiciana memoria, senza nulla togliere ad altri, ma ottenendo quanto ci spetta di diritto in base alla Costituzione di cui lo Statuto siciliano è parte integrante.
I quotidiani regionali, e il QdS per primo, hanno il dovere di svegliare le coscienze e invitare tutti i siciliani, dal primo all’ultimo, a cessare la continua umiliazione della mano tesa. Un’autentica vergogna che dura da più di sessant’anni.
I quotidiani siciliani, e per primo il QdS, hanno il dovere di risvegliare l’orgoglio degli isolani e di ricordar loro che abbiamo tutti i requisiti per far passare la nostra terra da un misero Pil del 5 per cento di quello nazionale al 10 per cento, come è giusto che sia.
Gli aiuti vanno dati al Terzo Mondo. La Sicilia non è Terzo Mondo. I siciliani non hanno l’anello al naso e non hanno bisogno di aiuti. È bene che tutti se ne convincano.

Articolo pubblicato il 31 luglio 2009 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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