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Urge attuare lÂ’accordo di programma
di Carlo Alberto Tregua

Priolo, Milazzo e Gela in pericolo

Tags: Priolo, Ambiente, Petrolchimico, Gela, Milazzo



La rinuncia della Shell, anche se non ufficiale, a costruire un rigassificatore nell’area super inquinata del Triangolo della morte (Priolo-Melilli-Augusta) costituisce per noi motivo di soddisfazione ed un riconoscimento al governo Lombardo di avere fatto una cosa buona fra tante cattive, cioè il rifiuto a dare l’autorizzazione.
Nonostante questo successo, la situazione di quel territorio è tragica, forse peggiore di quella di Taranto, ove la Magistratura, giustamente, ha fermato lo scempio ambientale.
Da anni noi sollecitiamo la Procura di Siracusa ad aprire un fascicolo al riguardo, ma non siamo stati ascoltati. Dopo lo spostamento ordinato dal Csm del procuratore, Ugo Rossi, la Procura di Siracusa attende il nuovo capo dell’ufficio. Ci auguriamo che dopo avere preso cognizione della situazione, egli prenda la decisione di indagare sull’immane inquinamento che danneggia la salute di decine e decine di migliaia di cittadini, i quali non protestano per difendere il posto di lavoro.
Anche per loro c’è la regola del pane e veleno.

Se non ci fossero risorse si potrebbe pensare ad una causa di forza maggiore. Ma esiste un Accordo di programma quadro (Apq), stipulato da Stato, Regione ed imprese in data 7 novembre 2008.
L’accordo prevede interventi per 770 milioni di euro, 200 dei quali a carico delle imprese. Successivamente, l’impegno delle aziende è sceso a circa 100 milioni, ma esse hanno proposto ulteriore ricorso al Tar di Catania, che ha bloccato tutto a distanza di quattro anni.
Ovviamente bisognerà attendere la definitiva sentenza del Consiglio di giustizia amministrativa per sapere chi ha ragione.
Ma, intanto, l’inquinamento aumenta e la salute di quei cittadini peggiora. Non vorremmo che alla fine del percorso si vincesse la battaglia, ma si fosse persa la guerra.
è una cosa inaccettabile che per mettere fine a situazioni come quelle di Taranto e di Priolo occorra l’intervento della Magistratura penale, perché che le Istituzioni non sono capaci, normalmente, di ottenere il rifacimento delle strutture obsolete di produzione, che fanno danni non più rimediabili.
 
Abbiamo più volte richiamato all’attenzione dei responsabili, statali, regionali e locali, i punti di pericolo di quell’area: 1) Serbatoi fuori terra anziché interrati. 2) I binari ferroviari sui quali circolano impunenemente i treni a fianco dei predetti serbatoi. Se uno di essi deragliasse e sfondasse i serbatoi, la tragedia sarebbe ben maggiore di quella tristemente nota di Viareggio (37 morti). 3) Distante circa un chilometro e mezzo vi è un arsenale dove sono accatastate tonnellate di armi e munizioni. 4) Nel porto di Augusta attraccano sottomarini nucleari della Nato. 5) Il rischio terremoto. Il Big One si attende entro i prossimi decenni, in un’area dove ci sono quattro faglie sismiche che potrebbero inoltre generare maremoti.
Ma non è finita, perché non esiste  legge che obblighi le imprese a mettere in sicurezza gli impianti contro i terremoti. Vi è, dunque, una carenza legislativa, ma anche una carenza di controllo, perché comunque le norme per la sicurezza ambientale, del lavoro e del territorio ci sono.

Vi sono altri due territori a rischio ambientale: Milazzo e Gela. In quest’ultima località, l’Eni ha assunto l’impegno di procedere alla bonifica anche mediante il miglioramento degli impianti, mentre a Milazzo la Raffineria, che fa riferimento a Kuwait Petroleum, non ha ancora preso provvedimenti. Anche in quel caso, sollecitiamo la Procura di Messina a verificare le eventuali inadempienze dell’azienda ed a costringerla a mettere mano con tempestività alla dovuta bonifica.
Come prima si scriveva, le risorse ci sono. Non si capisce perché si debba mettere a rischio la salute e la vita dei cittadini per un comportamento abulico e irresponsabile del ceto politicvo e di quello burocratico.
Ma intanto politici e burocrati continuano ad incassare regolarmente i loro ricchi emolumenti, che vengono erogati prima di ogni altra uscita, come se i poveretti non potessero aspettare per tre o quattro mesi i loro stipendi. Mentre non gli importa nulla dei dipendenti delle imprese, che se non incassano 1.200 euro al mese, non sanno come fare per sbarcare il lunario.
Tutto questo ha screditato il ceto politico e burocratico, che nulla fa per farsi perdonare.

Articolo pubblicato il 25 settembre 2012 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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