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Quotidiano di Sicilia

Lazio e Lombardia, ora tocca alla Sicilia
di Carlo Alberto Tregua

La Procura apre l’inchiesta

Tags: Renata Polverini



Le dimissioni di Renata Polverini da presidente della Giunta regionale del Lazio, di lunedì 24 settembre, erano inevitabili. Nessuno ha creduto, però, alle sue giustificazioni, soprattutto a quelle riguardanti la sua ignoranza sul mercimonio del Consiglio regionale. In questo caso, calza a pennello il leitmotiv di Mani pulite: non poteva non sapere. Che poi l’ex sindacalista si giustifichi ulteriormente usando la metafora le ostriche volavano anche prima è un’ulteriore dimostrazione del fatto che lei sapesse.
Probabilmente non ha partecipato al banchetto, ma certo ha una responsabilità oggettiva che in diritto si chiama culpa in vigilando. Nel palazzone di vetro della Regione, sito all’Eur, tutti hanno orecchie e siamo convinti che gli sconci fossero conosciuti anche da uscieri e autisti. Non risulta dai giornali, tuttavia, l’indignazione e la rabbia dei laziali (non in senso sportivo) di fronte a 71 consiglieri che si spartivano una torta di decine di milioni, anche se con una copertura formalmente legale.

Prima del Lazio vi era stato lo scandalo in Lombardia, con un Consiglio nel marasma in cui sono stati coinvolti sia membri del Pdl che del Pd, primo fra i quali Francesco Penati, primario collaboratore di Bersani.
Lì il presidente Roberto Formigoni ha resistito ed è ancora in sella, ma avrebbe dovuto fare il gesto di dimettersi, non per le dirette responsabilità, anche se lui non poteva non sapere, ma solo per mandare a casa quegli 80 consiglieri, Nicole Minetti compresa che, pur restando in carica, sfila sulle passerelle di moda con tutte le sue belle forme in piena evidenza, senza ritegno. Questa non è ipocrisia bensì la sottolineatura che chi occupa un posto nelle istituzioni debba avere un contegno e un comportamento adeguato.
Il susseguirsi di scandali che stanno colpendo le Regioni apre un quarto capitolo (il terzo ha coinvolto la Giunta regionale della Puglia e il suo presidente Nichi Vendola): la Regione Campania. Anche in questo caso la Procura di Napoli ha aperto i relativi fascicoli e avviato le indagini sugli sperperi di cui si sono macchiati il Consiglio regionale e la stessa Giunta.

Vent’anni fa, ai tempi di Mani pulite, scrivevamo che la Sicilia era un’oasi fuori dalle tangenti perché nessuna Procura aveva aperto i fascicoli sui partitocrati e i loro sòdali. Ma l’ondata arrivò, non solo per le nostre ripetute denunce, ma perché, come sempre accade in questi casi, cominciarono lotte fratricide conseguenti al disaccordo sulla spartizione delle tangenti.
A distanza di due decenni, abbiamo appreso proprio ieri che la Procura di Palermo ha aperto un’indagine conoscitiva sull’Assemblea regionale, forse anche in seguito alle ripetute e gravissime accuse che la Corte dei conti ha rivolto a quel ceto politico e burocratico, che ha avuto l’unico compito di arricchirsi aspirando come parassita il denaro pubblico.
Le nostre inchieste di questi anni hanno impietosamente portato all’attenzione dell’opinione pubblica i vergognosi comportamenti tenuti dall’Ars, che divora ogni anno circa 170 milioni di euro contro i 70 milioni utilizzati dal Consiglio regionale della Lombardia.

Abbiamo più volte chiesto al presidente Francesco Cascio di mettere all’ordine del giorno l’abolizione della malfamata Legge 44/65, che equipara i compensi di deputati, dirigenti e dipendenti dell’Ars a quelli dei loro omologhi del Senato.
Fatta l’abrogazione, se i deputati avessero ancora dignità, dovrebbero in questi trenta giorni riformulare il bilancio portando al di sotto del 50% tutti i compensi, in modo che il suo ammontare complessivo non superi i 70 milioni prima richiamati del Consiglio regionale della Lombardia.
Un atto di resipiscenza e di dignità farebbe perdonare almeno in parte gli scempi che questo ceto politico ha compiuto in questi quattro anni.
Dal suo canto, la Giunta regionale potrebbe dimezzare il compenso del presidente, portandolo a 140 mila euro, quello degli assessori, portandolo a 100 mila euro e quello dei direttori generali, portandolo a 120 mila euro.
Anche questo sarebbe un atto di resipiscenza che farebbe perdonare, anche qui in parte, una Giunta che ha rovinato la Sicilia favorendo qualche decina di migliaia di siciliani, danneggiandone dieci volte di più.

Articolo pubblicato il 26 settembre 2012 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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