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Regioni autonome, abusi e abusi
di Carlo Alberto Tregua

Tags: Statuto Siciliano, Autonomia, Sicilia, Regione Siciliana



Quattro Regioni a Statuto speciale (Sardegna, Val d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Sicilia) e due Province autonome Trento e Bolzano, hanno approfittato del loro statuto autonomista per spendere e spandere i soldi dei cittadini, indirizzandone la parte maggiore verso un filone clientelare e di favoritismi senza precedenti.
Sono stati commessi abusi ed abusi, mentre non c’è in atto alcuna resipiscenza. Infatti queste sei istituzioni non hanno fatto alcun gesto per tagliare la spesa improduttiva. In questo clima di recessione, di disoccupazione e di sofferenza di tre quarti della popolazione italiana (oltre 45 milioni di cittadini) tali abusi non sono più sopportabili.
Ma sorge l’osservazione che, cioè, occorrono leggi costituzionali per cambiare l’andazzo, per responsabilizzare i governanti, per indurre i parassiti e i vampiri a rinunziare alle loro malfamate attività.
Sul piano formale l’osservazione è giusta, ma sul piano sostanziale chi le fa si dovrebbe vergognare perché mostra una tracotanza senza limiti nel continuare a difendere i privilegi, mentre la gente fa fatica ad arrivare alla terza o alla quarta settimana.

Luis Durnwalder, presidente della provincia di Bolzano, ha un emolumento superiore a quello di Obama, un numero sterminato di dipendenti pubblici altamente sproporzionato a una piccola provincia come quella di Bolzano.
In Val d’Aosta la spesa pubblica pro capite è superiore persino a quella della Sicilia. Il Friuli è più morigerato perché quel popolo è fattivo e concreto, tuttavia anche lì vi è una spesa eccessiva. Non accenniamo alla Sicilia perché è oggetto delle nostre frequenti inchieste, per gli sprechi inauditi continui e gravissimi.
Il Governo si è posto la questione: come fare per comprimere le folli spese delle istituzioni di Regioni e Province a Statuto speciale, senza intervenire sul piano costituzionale, perché come è noto le leggi di riforma sovraordinate a quelle ordinarie hanno un iter lunghissimo che non consente quella tempestività necessaria per fare quadrare i conti.
Cosicché il Governo, nel varare la legge di stabilità relativa al 2013 ed al triennio 2013-15 sta predisponendo degli strumenti che consentano di ridurre i finanziamenti.
 
La questione è nota: bisogna chiudere il rubinetto, in modo da alimentare i bilanci di quegli enti solo con il necessario. Saranno i responsabili di quelle istituzioni che dovranno rimodulare i propri bilanci in base ai trasferimenti dello Stato, cui si aggiungono le imposte proprie, fra cui Irap  e addizionale Irpef.
La riduzione dei trasferimenti verrà inserita nella legge di stabilità citata, la quale deve tagliare una spesa pari a dieci miliardi per evitare tassativamente che dal primo luglio 2013 le due aliquote Iva (10 e 21 per cento) aumentino di due punti, il che sarebbe un disastro perché aumenterebbe la recessione.
Lo scenario è chiarissimo, ma non finiamo di stupirci nel sottolineare come questo ceto politico, regionale e provinciale, da Nord a Sud non si sia reso conto che ormai la Festa è finita. Se i responsabili delle istituzioni fossero davvero responsabili dovrebbero procedere al taglio delle spese pazze motu proprio e invece adottano ogni sorta di resistenza per rientrare nella normalità.
Di questo si tratta: tutto il Paese deve rientrare nella normalità, cioè nell’equilibrio fra imposte incassate e spese correnti e per investimenti, le quali debbono essere di qualità, in modo da fornire i migliori servizi ai cittadini che li finanziano.

Un accenno alla situazione siciliana. In piena campagna elettorale i tre candidati che hanno più probabilità di diventare presidente della Regione (Musumeci, Crocetta e Miccichè) non indicano con chiarezza le cose da fare in caso di vittoria. Questa circostanza è stata rilevata con inusitata chiarezza dal cardinale Paolo Romeo, Arcivescovo di Palermo e presidente della Cei siciliana. Romeo ha detto: “In questa campagna elettorale non si indicano prospettive concrete ma ci si limita a discorsi generici”. Non si può dire che la Chiesa siciliana sia di parte, anzi è di parte: quella dei siciliani.
Non pensiamo che i candidati alla Presidenza e ai seggi dell’Ars, ognuno dei quali costa oltre 200 mila euro l’anno siano timorati di Dio. Ma vogliamo credere che abbiano ben capito la tragica situazione in cui si trova la Sicilia e che l’epoca di favorire qualche decina di migliaia di clienti (leggi “precari”), a danno della maggioranza dei siciliani, sia finita.

Articolo pubblicato il 12 ottobre 2012 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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