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Si lavora meno ma si continua a morire: 38 morti bianche in Sicilia
Nel 2012 a fronte di un aumento della disoccupazione si mantengono alti i numeri dei decessi su lavoro. Tra le province italiane è Modena a far registrare il maggior numero di vittime

Tags: Morti Bianche, Lavoro, Sicurezza



PALERMO - Un triste, tristissimo, Natale è stato quello di 482 famiglie che dall’inizio dell’anno 2012 a fine novembre non hanno visto rientrare il proprio caro dal lavoro: perché al lavoro, il figlio, il papà, il fratello, il marito, il nonno, hanno perso la vita. Questa è la più drammatica realtà della tragedia che sta dietro le morti bianche e che continua a scuotere il Paese da Nord a Sud.
Nonostante, infatti, il decremento degli incidenti mortali rispetto ai primi undici mesi del 2011 e pari al 6,4 per cento, è significativo osservare come l’emergenza di quest’anno si allinei con i dati del 2010 (quando le morti bianche erano 484). Non ci sono quindi indicatori di un miglioramento rilevante nella sicurezza del lavoratore. A maggior ragione poi se si pensa all’aumento della disoccupazione. Come dire: oggi si lavora meno, ma si muore come e, probabilmente, più di prima.
Questa la narrazione del dramma raccontata dai numeri elaborati quotidianamente da tre anni dall’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro Vega Engineering.
 
E soprattutto in Lombardia dove le morti bianche a fine novembre erano 65, seguita dall’Emilia Romagna (59), dal Veneto (41), dalla Toscana (40), dalla Sicilia (38), dalla Campania (32) e dall’Abruzzo (28).
Ed è ancora l’Abruzzo ad indossare la maglia nera nel Paese quando l’Osservatorio Vega Engineering analizza l’incidenza delle vittime rispetto alla popolazione lavorativa. Rispetto ad una media nazionale pari a 21,1 fa registrare un indice di 56,7 (ben più del doppio della media della Penisola). Secondo il Trentino Alto Adige (40,4), terza la Valle D’Aosta (35,1), quarta la Calabria (33,1), quinta l’Emilia Romagna (30,5).
Tra le province italiane è Modena a far rilevare il maggior numero di vittime sul lavoro con 19 decessi da gennaio a novembre, seguita da Brescia (18),  da Torino (14), Roma e Bergamo (12), Bolzano e Salerno (11); 10 le vittime a Grosseto, Chieti e Verona.  Mentre il più alto rischio di mortalità rispetto alla popolazione lavorativa viene registrato nuovamente a Grosseto (103,9). Seguono: Oristano (90,2), Benevento (80), Belluno (77,2), Chieti (71,6).

In macabro primo piano l’agricoltura con il 35,8 per cento del totale delle vittime sul lavoro; il 23,7 per cento dei lavoratori ha invece perso la vita nel settore delle costruzioni. L’8,5 per cento degli eventi mortali, poi, ha coinvolto gli operatori del commercio e delle attività artigianali; mentre arriva al 5,6 per cento la mortalità nei trasporti, magazzinaggi e comunicazioni.
La morte nel lavoro è dovuta soprattutto ad una caduta dall'alto (nel 24,5 per cento dei casi), seguita dal ribaltamento di un veicolo o un mezzo in movimento (19,5 per cento) e dallo schiacciamento dovuto alla caduta di oggetti pesanti dall’alto (16,8 per cento).

Il dettagliato studio dell’emergenza condotto dagli esperti dell’Osservatorio Vega Engineering (tutti i dati sono disponibili sul sito www.vegaengineering.com) continua quindi con la nazionalità delle vittime. Si scopre così che gli stranieri deceduti sul lavoro sono il 10,7 per cento del totale. E più della metà delle vittime straniere è stato registrato nel Centro del Paese. I rumeni sono gli stranieri più coinvolti in infortuni mortali.
La fascia d’età più colpita è quella che va dai 45 ai 54 anni (123 vittime da gennaio a novembre) e degli ultrasessantacinquenni (104). Rispetto alla popolazione lavorativa l’indice di incidenza più preoccupante è proprio quello degli ‘over 65’ (276,7); segue il 32,6 della fascia 55-64 e il 19,6 dei 45-54.

Articolo pubblicato il 03 gennaio 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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