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È l’export siciliano che tiene a galla l’agonizzante economia del Sud
di Anna Claudia Dioguardi

Secondo il rapporto del Srm fondi comunitari ed infrastrutture costituiscono la base per migliorare il tessuto produttivo. Ma l’ottima salute di cui gode il settore è legala alla raffinazione di coke e prodotti petroliferi

Tags: Istat, Economia, Petrolio, Raffineria



CATANIA – L’immagine di un’Italia divisa in due è ormai stereotipata nell’immaginario collettivo. Ma quando si parla di export, dati alla mano, i ruoli sembrano ribaltarsi e, il sempre denigrato Mezzogiorno, diventa il cavallo di razza del Paese. Una conferma che arriva da più voci, tra cui il rapporto 2011 della Banca d’Italia, e il Rapporto Ice.
 
Guardando in particolare alla realtà nostrana, secondo quest’ultimo, nel 2011, l’export siciliano ha registrato un +15,5%. Anche i dati Istat, a dicembre 2012, si situavano sulla stessa lunghezza d’onda, con una Sicilia che, con +16,8% si situava, nel terzo trimestre dell’anno, tra le Regioni che avevano maggiormente contribuito alla crescita dell’export del Paese nei primi nove mesi dell’anno appena conclusosi.

Ma il verbo “sembrare” è in tal caso d’obbligo. Sebbene la buona salute dell’export della Sicilia sia reale, si tratta in realtà di una macchina di cui a funzionare sono solo pochi ingranaggi. La lettura dei dati Istat, relativi all’export nel terzo trimestre 2012 rivela infatti una situazione in cui, con il 32,7% l’esportazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (a fronte di una media nazionale del 5,3%), traina l’export siciliano camuffando una ben diversa realtà in cui, per bene 9 categorie di prodotti delle attività manifatturiere sulle 11 totali prese in analisi i dati si situano al di sotto della media nazionale. Ciò è vero in particolare nel settore dei prodotti tessili, abbigliamento, pelli e accessori (con uno scarto rispetto al nazionale del 5,3%). Settori notoriamente in positivo si confermano invece l’export di prodotti alimentari, bevande e tabacco (8,7% a fronte del 6,5% nazionale) e quello degli autoveicoli (7,5% contro la media del 3,5% nazionale).

A puntare gli occhi sul Mezzogiorno e le sue capacità d’esportazione è, non ultima, la ricerca del Centro Studi e ricerche per il Mezzogiorno (Srm), presentata nel corso di un seminario di Confindustria tenutosi a Roma lo scorso 17 gennaio. Tale rapporto quantifica in 359.470 milioni di euro il peso dell’economia del Mezzogiorno, seconda in Europa, solo all’area bavarese . Le tre “A”: Automotive, Aeronautico e Agroalimentare si confermano i settori di punta di un Sud in cui le esportazioni crescono in percentuale maggiore rispetto al resto d’Italia. Se tra il 2007 e il 2011 le esportazioni del Sud Italia hanno registrato un +2,2% contro l’1,1% medio nazionale, si stima che tale divario sarà riconfermato nel quadriennio in corso 2012-2015 (+3,9 nel Mezzogiorno; +3,7% media nazionale).

Convinzione di base del rapporto è che l’export del mezzogiorno debba continuare a puntare sugli scambi con la cosiddetta area “Med”: i Paesi delle sponde Sud del Mediterraneo. I fondi strutturali sono in tal senso decisivi, sempre più sostitutivi delle risorse pubbliche, tanto che si stima che nel 2015 le risorse comunitarie copriranno il 51,9% del totale della spesa in conto capitale. Secondo il centro studi occorre dirottare verso le infrastrutture necessarie al Sud l’utilizzo di tali fondi. Porti e logistica, ferrovie, energia, ITC e banda larga le priorità, dunque, per consentire al mezzogiorno di mantenere tale ruolo cardine nel settore delle esportazioni.

Articolo pubblicato il 22 gennaio 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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