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Istituire il redditometro sulle spese dello Stato
di Carlo Alberto Tregua

Basta con sprechi, privilegi e favoritismi

Tags: Redditometro



Eurostat ha comunicato che il rapporto debito-Pil ha raggiunto il 127,3%, il secondo più alto d’Europa dopo quello della Grecia.
L’Italia ha un secondo record negativo: la pressione fiscale che ufficialmente ha superato di poco il 45%, ma tenuto conto dell’economia sommersa si può tranquillamente collocare 20 punti in sù.
L’attivazione del redditometro (riccometro) e del sistema informatico Serpico dovrà snidare quei cattivi cittadini che non pagano in tutto o in parte le imposte.
L’Agenzia delle Entrate ha comunicato che non valuterà gli scostamenti (differenze) fra redditi dichiarati e spese sostenute (anche presunte) inferiori a 12 mila euro e neppure le dichiarazioni dei pensionati e dei dipendenti di fascia bassa.
In effetti, potendo fare solo 35 mila controlli, l’Agenzia e la Guardia di Finanza devono puntare dove c’è polpa nascosta, trascurando le piccole evasioni e le violazioni formali. In altri termini, devono puntare al bersaglio medio-alto e non ai piccoli rigagnoli che danno poco in termini di imposte recuperate.

Per esempio, un bersaglio su cui ancora la Guardia di Finanza non ha portato lo sguardo è costituito dalle ingenti somme che i Consigli regionali hanno passato ai gruppi, i quali spendono e spandono e, alla fine, rimangono in possesso di numerario sul quale dovrebbero pagare le imposte ma non lo fanno: evasori ufficiali non toccati dall’Agenzia.
Riccometro e Serpico quest’anno faranno entrare nelle casse dello Stato forse più dei 13 miliardi del 2012, perché possono mettere a confronto i dati incrociati di tante banche informatiche, fra cui quelli di conti correnti, fascicoli di titoli, libretti di risparmio, di deposito e similari.
Quando sentiamo alcuni conservatori di sinistra (tipo Fassina e Vendola) parlare di applicare ulteriori patrimoniali sui contribuenti, non si solleva alcuna osservazione. Invece, dovrebbe alzarsi una voce alta e chiara per ricordare che sui contribuenti italiani esistono già ben quattro patrimoniali: Imu, bollo su conti bancari e dossier titoli, tassa di possesso di auto, tassa di possesso sul televisore (canone Rai).
Si possono inventare altre patrimoniali o aumentare a dismisura l’aliquota marginale dell’Irpef sui redditi alti, ma poi si rischia di finire come in Francia.
 
Oltralpe la Corte Costituzionale ha infatti bocciato la legge che fissava l’aliquota al 75% sui redditi sopra il milione di euro.
Padoa Schioppa diceva che è bello pagare le tasse, ma nessuno ricorda che aggiungeva la seconda parte della frase: a condizione che le imposte pagate siano ben spese per produrre servizi ai cittadini. Ecco il cuore del problema. Tutti noi saremmo contenti di pagare queste tasse enormi se, come in Finlandia o Svizzera, esse ritornassero sotto forma di efficienti servizi pubblici, senza quegli abusi continui e costanti che un ceto politico vorace fa del denaro pubblico.
Se il redditometro (riccometro) è una necessità per snidare coloro che non pagano le imposte, i cittadini, d’altra parte, hanno il diritto di chiedere che esso sia applicato alle spese di Stato, Regioni e Comuni.
Naturalmente un redditometro virtuale, vale a dire un misuratore che compari le spese con i servizi prodotti e la loro qualità. In tal modo, emergerebbe la differenza fra costo dell’apparato e costo del servizio, che dovrebbe essere tassato sotto forma di un gravame finanziario a carico dei dirigenti inadempienti.
Questi non solo dovrebbero perdere stipendio e indennità abusivamente percepiti (perché non hanno fatto il loro dovere), ma dovrebbero rispondere col patrimonio proprio del danno che provocano ai cittadini con la loro inazione o con la loro cattiva azione.

In altre parole, poniamo all’attenzione dei lettori la necessità che essi, quali cittadini veri, comincino a esigere dal ceto politico decisioni prese nell’interesse generale, e da quello burocratico un’attività di qualità per rendere ai cittadini quello che hanno incassato sotto forma di imposte.
è necessario un equilibrio fra imposte e servizi, una correlazione senza della quale vi è iniquità e prosperano privilegi in quel guado vergognoso in cui si è mosso e nascosto sia il ceto politico che quello burocratico.
Le elezioni del 24 febbraio possono essere una svolta in questa direzione, ma temiamo che nessuno le vincerà, cosicché si tornerà al democristianismo che ha rovinato l’Italia per lunghi decenni.

Articolo pubblicato il 25 gennaio 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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