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Quotidiano di Sicilia

Contrari alla divisione delle carriere
di Anna Claudia Dioguardi

Forum con Rodolfo Sabelli, Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati

Tags: Rodolfo Sabelli



È opinione comune che la vostra associazione faccia un lavoro di tipo sindacale ma, in effetti, svolge un’azione di politica giudiziaria. Quali sono gli obiettivi principali del vostro mandato?
“Parlare di attività sindacale è oltremodo riduttivo. L’Anm nasce ormai poco più di un secolo fa con lo scopo  di tutelare la dignità della funzione giudiziaria in tutte le sue forme e quindi di preservare l’autonomia della giurisdizione, la sua assoluta terzietà e vigilare sul rispetto delle prerogative della magistratura nella dialettica con gli altri poteri dello Stato.
Purtroppo, anche nel recente passato, il panorama politico si è soffermato molto,  anche con disegni di legge, su proposte riguardanti la modifica dell’assetto della magistratura, piuttosto che su interventi che riguardassero il tema dell’efficienza.
Un esempio recente di tale approccio è riscontrabile in tema di responsabilità civile. La nostra associazione non ha una chiusura corporativa riguardo alla risarcibilità dei danni che possono derivare dall’attività giudiziaria ma, quando si fa riferimento all’Europa lo si fa in maniera errata.
L’Europa non ha infatti detto che i magistrati devono pagare di tasca loro per gli effetti dannosi che possono derivare dall’attività giudiziaria, ma che lo Stato deve tenere indenne chi è danneggiato, in presenza però di presupposti ben precisi e limitati a conseguenze che derivano da un disallineamento della decisione nazionale rispetto alle normative europee. Questo è quindi un esempio di approccio che, sia pure in modo indiretto, di fatto tende a modificare l’assetto della magistratura”.

Un altro aspetto importante riguardante l’assetto della magistratura è quello dello sdoppiamento della carriera, qual è la posizione dell’Anm in merito a questo argomento?
“Noi siamo fortemente contrari, mentre le Camere penali si sono espresse ripetutamente a favore anche se, naturalmente, anche qui si trovano diverse posizioni. A nostro giudizio la separazione rischia di allontanare la funzione requirente e inquirente del Pubblico Ministero dalla cultura giudicante. Noi, e parlo anche in qualità di PM, ci sentiamo fortemente parte della cultura della giurisdizione. È sbagliato considerare il PM come una figura che accusa e cerca le prove contro. Il PM ha una funzione oggettiva che condivide la cultura della giurisdizione e delle garanzie. Oltretutto si creerebbe il problema della collocazione del PM nel panorama giudiziario”.

In effetti chi in passato ha provato a modificare tale assetto ha fallito, sembra ci sia anche un comune sentire non favorevole rispetto a queste proposte di cambiamento.
“Tenga presente che già adesso, con la riforma di qualche anno fa, il passaggio dalla funzione giudicante alla funzione requirente si è fortemente irrigidito. Un Pm ad esempio non può fare il giudice nello stesso distretto; di conseguenza il numero dei magistrati che passano da una funzione all’altra si è ridotto drasticamente perché il passaggio comporta tutta una serie di limitazioni a livello personale.
Un altro esempio di modifica dell’assetto riguarda invece non l’aspetto ordinamentale, ma quello strettamente processuale. Un paio di anni fa fu elaborato un progetto di modifica del codice di procedura penale. Fra le altre forme proposte c’era la modifica dell’equilibrio dei rapporti tra PM e Polizia giudiziaria che prevedeva una diminuzione dei poteri del Pm, riducendolo ad una sorta di avvocato dell’accusa”.

Altro tema attuale nel mondo giudiziario è quello del riordino delle circoscrizioni. L’Associazione da lei presieduta come si pone su tale fronte?
“L’Associazione nazionale magistrati è sempre stata favorevole poiché le circoscrizioni rispecchiano oggi delle situazioni molto antiche che andavano assolutamente riviste”.
 
Cosa può dirci in particolare riguardo al mantenimento o meno delle sezioni distaccate?
“Consideri che quella che viene definita giustizia di prossimità aveva forse un senso maggiore in tempi in cui era meno agevole il movimento sul territorio e non c’era ancora l’attuale sviluppo dei mezzi informatici.
È anche vero che la presenza dell’autorità giudiziaria sul territorio può essere un segnale sociale molto forte. Bisogna quindi evitare che la riduzione delle circoscrizioni sia percepita come un arretramento dello Stato e far comprendere che la revisione va incontro, invece, a un’esigenza di efficienza.
Una volta fatta la revisione delle circoscrizioni, si pone però un problema consequenziale, quello della revisione delle piante organiche, questione che andava comunque affrontata poiché di recente non vi era stato alcun riordino fatto su basi statistiche, una questione molto complessa poiché intervengono tutta una serie di variabili accessorie.
La vostra associazione non sente l’esigenza di completare queste piante organiche? È noto infatti che c’è una situazione deficitaria riguardo al numero di magistrati.
“Questo è un problema ulteriore che tocca al Ministero affrontare. I concorsi vengono fatti ma si scontrano con problemi finanziari. L’ultimo concorso, per esempio, ha subito dei ritardi legati proprio al finanziamento”.
 

 
La legge anticorruzione non colma i ritardi con l’Ue

Veniamo alla legge anti corruzione, una delle critiche più comuni è che sia una legge molto blanda. Secondo lei corrisponde al vero?
“La legge arriva ad approvazione attraverso una scelta di mediazione. Ciò ne ha evidentemente condizionato il contenuto. Si tratta di una legge complessa che prevede molti temi. Un prima parte affronta il tema della prevenzione, una seconda quello della corruzione sotto il profilo penale.
La prima parte è soddisfacente. Stabilisce tutta una serie di previsioni orientate alla trasparenza della Pubblica amministrazione. È secondo me importante battere sul tema della prevenzione perché non si può caricare la giustizia, in particolare penale, della risoluzione di tutti i problemi di questa natura”.

Anche perché la giustizia interviene a posteriori...
“Esatto, quando il danno è già stato fatto. Noi ci auguriamo di rafforzare il concetto di giustizia riparativa ma, una volta che la corruzione ha consumato i suoi effetti, riparare il danno è difficile.
La seconda parte riguarda gli interventi di natura penale. È stato opportunamente aumentato il limite edittale di pena per la corruzione, con effetti evidenti anche sulla prescrizione. Su altri fronti però, ad esempio in tema di concussione per induzione, è stato fatto un intervento che potrebbe creare qualche difficoltà, perché è stata ridotta la pena, ma anche perché è stata introdotta la previsione della sanzione penale per il soggetto indotto. Il che può scoraggiare denunce e collaborazione nelle indagini. Su certi fronti rischiamo quindi di essere in ritardo rispetto a ciò che ci chiede il Consiglio d’Europa.
Il rapporto Greco ha infatti stabilito una serie di paletti chiedendo all’Italia di adeguarsi proprio sul tema della corruzione.
 

 
Obbligo dell’azione penale contrari alla sua abolizione

In cosa è invece del tutto carente la legge anti corruzione?
“Innanzitutto non contiene la riforma della prescrizione, tema collegato alla corruzione perché è proprio con riferimento ai reati contro la PA che la riforma della prescrizione ha prodotto alcuni dei suoi effetti più gravi. Il Ministro Severino ha comunque istituito delle commissioni, in cui è prevista la nostra partecipazione, che stanno lavorando sulla questione.
Poi c’è il tema dell’autoriciclaggio, anche questo collegato non di rado alla corruzione dato che ci troviamo spesso di fronte al problema del reimpiego delle tangenti. Il problema è che in Italia l’autoriciclaggio non è punito, mentre è reato il riciclaggio operato da parti terze che non hanno concorso nel reato presupposto, anche se spesso si tratta di parenti e di gente che ha di fatto un ruolo consapevole e una responsabilità.
Altra questione non trattata è la criminalità economica ossia tutti quei reati spia di infiltrazioni criminali nella PA. Non colpendo la formazione di fondi neri e di tutti i flussi finanziari illeciti che si formano e operano all’interno delle strutture societarie, evidentemente manchiamo un punto forte”.

Veniamo al tema dell’obbligo dell’azione penale. È favorevole alla sua eliminazione?
“È un tema delicato perché collegato al problema dell’efficienza. Io sono contrario perché credo che esistano altri strumenti utili per aumentare l’efficienza del sistema prima di pensare all’eliminazione di tale principio. Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità: il Governo deve fornire gli strumenti atti ad aumentare l’efficienza; i dirigenti degli uffici giudiziari devono fare tutto il possibile e il parlamento deve intervenire attraverso le riforme. Nel penale per esempio, potrebbero essere introdotte norme diverse in tema di processi agli irreperibili. Continuiamo infatti a fare processi che impegnano magistrati, polizia giudiziaria, avvocati ecc per poi arrivare ad una sentenza che in buona parte dei casi non sarà mai eseguita”.

Articolo pubblicato il 02 marzo 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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