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Quotidiano di Sicilia

Italia promossa Sicilia bocciata
di Carlo Alberto Tregua

Unione europea: 6 condizioni per restare in regola

Tags: Unione Europea, Moody's



Mercoledi 29 maggio la Commissione Ue ha chiuso la procedura d’infrazione per eccesso di deficit, aperta 4 anni fa a carico dell’Italia. Ma la Commissione ha condizionato la chiusura della procedura con 6 raccomandazioni. In effetti non si tratta di mere indicazioni, bensì di obblighi tassativi che l’Italia deve osservare per evitare che la procedura per eccesso di deficit venga riaperta.
Ve le elenchiamo:
1. Ridurre il debito (132% sul Pil). L’Ue chiede all’Italia di avviare un percorso regolare, in osservanza di Europlus 2011 e Fiscal compact 2012, per raggiungere l’obiettivo, in 20 anni, di un parametro del 60%. Ovviamente tale parametro è conseguente sia alla diminuzione del debito in valore assoluto, anche per effetto della vendita del patrimonio pubblico, mobiliare e immobiliare; e anche per effetto della crescita del Pil.

2. Tasse su consumi e patrimoni. Accertato che la pressione fiscale ha superato il 48%, la Commissione indica un alleggerimento della tassazione su lavoro e imprese, anche per aumentare i consumi.

3. Lavoro a laureati e donne. Accertato che il Paese ha un numero abnorme di laureati-disoccupati e che le donne sono penalizzate, l’Ue chiede una riforma sull’accesso al lavoro, cui corrisponda una flessibilità sull’uscita dal lavoro.

4. Le banche facciano il loro mestiere. Ricomincino a finanziare le attività produttive, sostenendo l’economia reale e distogliendo le risorse dall’attività finanziaria che ha salvato i loro bilanci 2012.

5. Giustizia civile infinita. L’Ue chiede l’urgente riforma della giustizia, delle procedure civili e amministrative associate alla riforma radicale della Pubblica amministrazione. Giustizia lenta e Pa ostacolano gli investimenti nazionali ed esteri.

6. Concorrenza nei trasporti e Tlc. Bruxelles si aspetta una vera concorrenza nelle Ferrovie, nelle Poste e nei servizi comunali, con l’apertura ai privati. Se non c’è concorrenza, per mancanza di competitività, il Paese non può crescere. Concorrenza anche nei servizi di telecomunicazioni, col mega progetto della banda larga nazionale, e l’accesso non protetto alle professioni.
 
Mentre l’Italia è stata promossa, sebbene sub iudice, la Sicilia è stata ulteriormente bocciata. Moody’s, infatti, ha tagliato il rating da “Ba1” a “Baa3”.
Il presidente Crocetta e l’assessore Bianchi dicono che questa ulteriore umiliazione non avrà alcuna influenza sull’andamento finanziario della Regione. Si capisce fino a un certo punto questa considerazione.
Contraria ad essa vi sono due fatti: il primo riguarda l’ulteriore discredito a livello internazionale e di tutto il centro Nord nei confronti della nostra Isola, che penalizza la voglia di investitori stranieri; il secondo mina la credibilità della Regione, atteso che essa voglia chiedere finanziamenti e quindi indebitarsi, ovviamente per fare investimenti e non per finanziare clienti, precari, consulenti e amici degli amici.
In ogni caso, questa ulteriore bocciatura rende più difficile la situazione. E si capisce perché. Crocetta non sa più come districarsi da un nodo scorsoio che gli si stringe la gola ogni giorno di più. I precari di ogni genere e tipo lo stanno assediando. Forse sono 50, 60 o 70 mila. Gente abituata a percepire uno stipendio senza, in cambio, generare ricchezza. 

Ma Crocetta, di fatto, sta mantenendo il blocco dell’economia regionale perché non procede a finanziare i fondi Ue, con moltissimi progetti cantierabili, ma senza soldi. E non ha i soldi perché continua a pagare gli stipendi a 18.000 dipendenti, 2.000 dirigenti, 16.000 pensionati regionali e a tutti i precari prima elencati. Mentre dovrebbe spiegare a costoro che devono rinunziare almeno a un terzo di quanto percepiscono, per consentire l’apertura di migliaia di cantieri che genererebbero, questi sì, ricchezza.
In altre parole, o Crocetta ha il coraggio politico e civile di spostare la spesa improduttiva verso attività che producano ricchezza, o il nodo scorsoio della recessione tremenda e del taglio, giustissimo, di trasferimenti dallo Stato, finiranno per soffocarlo definitivamente, portando la Regione a chiudere i battenti.
E forse non sarebbe il male peggiore, date le circostanze.

Articolo pubblicato il 31 maggio 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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