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Quotidiano di Sicilia

Si conferma il trend: +18% di fallimenti nel primo trimestre 2013
di Roberto Quartarone

Arrivano le conferme dei dati del Cerved Group: primo trimestre nero per le imprese siciliane. Il settore edilizio soffre sempre di più, occorre aprire alla svelta nuovi cantieri

Tags: Crisi, Impresa, Economia, Sviluppo



PALERMO – Arrivano conferme sulle perdite nella trincea delle imprese siciliane, durante la guerra contro la crisi. Al bollettino realizzato dalla Cribis D&B (e di cui il QdS vi ha parlato pochi giorni fa) si è aggiunto quello del Cerved Group, pubblicato dal Sole 24 Ore, e i dati sui fallimenti sono allineati. Tra gennaio e marzo 2013, sono infatti 210 le aziende scomparse dalla mappa, con un incremento del +18 per cento dei fallimenti rispetto al primo trimestre 2012; l’altro rapporto parlava invece di 213 fallimenti.

Le difficoltà a livello nazionale sono molto simili. Nel primo trimestre il numero dei fallimenti è salito in media del 12,2 per cento e, secondo le prime anticipazioni che riguardano anche aprile e maggio 2013, si può arrivare anche al 16 per cento in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il Nord Est è l’area più colpita, con un +24,4 per cento che mette in ginocchio soprattutto Veneto (-309 imprese) ed Emilia-Romagna (-295). Per non parlare della Lombardia: la locomotiva dell’economia italiana sbuffa, ha perso 852 imprese tra gennaio e marzo e ha registrato un aumento di fallimenti del 23,8 per cento.

La Sicilia partecipa all’incremento leggero dei fallimenti dell’area del Sud Italia e delle Isole: +3,2 per cento. Salvano l’intero Mezzogiorno i dati di Puglia e Sardegna, che registrano una diminuzione dei fallimenti: rispettivamente -8,9 e -27,1 per cento.
 
Ecco perché la percentuale di aumento è così bassa: non si spiegherebbe altrimenti considerando che Campania (+18,4), Calabria (+4,9) e Basilicata (addirittura +30,8 per cento) registrano tutte un aumento più o meno deciso nel numero dei fallimenti.

A livello nazionale, è il settore dei servizi a subire le perdite più gravi. Sono oltre 1.600 le imprese che hanno abbassato la saracinesca tra gennaio e marzo scorsi, il 14,1 per cento in più rispetto al 2012. Il Cerved Group aggiunge anche il dato sull’industria, con un +10,6 per cento di fallimenti che corrisponde a oltre 600 imprese chiuse. Non va affatto meglio per le costruzioni: quasi 800 fallimenti, +6 per cento rispetto allo scorso anno. Anche la ricerca della Cribis D&B segnalava come 738 imprese nel settore dell’edilizia fossero scomparse, con l’aggiunta di 203 impegnate nella locazione di immobili.

Proprio sull’edilizia, poche settimane fa dalla protesta del settore organizzata a Palermo erano scaturiti alcuni suggerimenti alla Regione affinché possa alleviare la crisi profonda che rischia di mandare a fondo imprenditori e dipendenti: “Accanto al varo di un bilancio rigoroso ed equo – spiegava Maurizio Bernava, segretario della Cisl Sicilia – il Governo regionale deve investire risorse sull’avvio di cantieri per la riqualificazione urbana piuttosto che sui cantieri lavoro, adesso rinominati cantieri di servizio, storicamente utili come mero bacino elettorale. Bisogna aprire i cantieri per creare nell’immediato lavoro, mettere in moto il circuito dell’indotto e attivare un circolo virtuoso di economia su larga scala”.

La ricerca del Cerved Group evidenzia, infine, che sulle 23 mila aziende fallite a livello nazionale quelle chiuse con procedure di insolvenza o di liquidazione volontaria sono aumentate del 7 per cento. Le liquidazioni hanno invece coinvolto 19 mila imprese senza precedenti procedure concorsuali.
 

 
Decreto sviluppo. Preventivo in bianco ok, ma senza aggirare la legge

Il decreto sviluppo (dl 83/2012) ha introdotto la possibilità per le imprese di presentare un concordato preventivo “in bianco”, senza dover produrre anche la documentazione richiesta finora. Così, quando un’impresa è in crisi, può inoltrare la semplice domanda di concordato per cercare un accordo con i creditori e superare l’empasse, ma senza dover stilare un piano di risanamento prima di sei mesi e usufruendo da subito della protezione sul patrimonio del debitore.

Apriti cielo: c’è stato un boom delle richieste, perché così facendo le imprese in crisi emergono più facilmente e velocemente, ma riescono anche ad aggirare la legge, “scaricare i debiti sulla catena produttiva e continuare indisturbati l’attività”. Quest’ultima frase è una citazione del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi: “Questo comportamento immorale – ha dichiarato – sta provocando crisi a catena, generando un effetto esattamente opposto a quanto desiderava il legislatore. Bisogna intervenire subito, prima che quest’onda si trasformi in un disastro irreparabile per l’economia”.

I dati del Cerved Group parlano di 2.700 istanze presentate in tre mesi, più del doppio dei concordati pre-decreto sviluppo presentati in dodici mesi nel 2012.

Articolo pubblicato il 11 giugno 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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