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Catania - Doppia preferenza: a Catania è un flop. Soltanto 7 le donne in Consiglio
di Antonio Leo

Le “consigliere” risultano elette solo tra le fila di centrosinistra. Ma grazie anche al premio di maggioranza. Rappresentano il 15% sul totale dei 45 scranni. Lontani i 2/3 obiettivo della legge

Tags: Elezioni 2013



CATANIA – È flop per la doppia preferenza di genere, almeno per quanto riguarda il Comune etneo. Sono soltanto sette le donne che hanno ottenuto un pass per Palazzo degli Elefanti. Sette su 45, il che significa il 15% del totale. Un’inezia, a maggior ragione considerando che il Consiglio comunale appena eletto è secondo solo a Roma quanto al numero di scranni. Nella recente inchiesta del QdS di mercoledì 12 giugno, abbiamo evidenziato come, in virtù dell’Autonomia speciale, i consiglieri eletti a Catania sono soltanto tre in meno rispetto ai 48 della Capitale, dove però si concentra una popolazione dieci volte superiore.
La legge regionale 8/2013 ha introdotto nella composizione delle liste un tetto di “2/3” oltre il quale nessun genere può essere rappresentato. L’obiettivo era di garantire questa proporzione anche in seno alle varie assisi cittadine. Catania, dunque, avrebbe dovuto eleggere almeno 15 donne, ma così non è stato.

Se è vero che rispetto al 2008, quando erano state elette 5 “consigliere”, un lieve incremento si registra, questo appare insufficiente rispetto all’intentio legis. Eppure, a onor del vero, in altri Comuni il sistema ha funzionato: a Messina le donne salite agli onori (e soprattutto agli oneri) della politica sono 13 su 40, in pratica proprio un terzo degli eletti. Che non sarà parità, però è un bel passo avanti.

Per la cronaca le magnifiche sette scelte dai catanesi sono: Maria Ausilia Mastrandrea (1.183 voti), Elisabetta Vanin (1.186) ed Elena Adriana Ragusa (817), tutte elette con la lista “Patto per Catania”, collegata al neo sindaco Enzo Bianco; Ersilia Saverino (1.389) ed Erika Marco (la più votata con 1.484 preferenze, nonché prima della sua lista), entrambe nelle fila del movimento “Il Megafono” del governatore Rosario Crocetta; Francesca Raciti (1.444 voti) per il Pd e Beatrice Viscuso (1.214) per l’Articolo 4 dell’ex autonomista Lino Leanza.

Da notare - è un dato di fatto - che tutte le neo rappresentanti provengono dalle file del centrosinistra. Nelle tre liste alleate con il sindaco uscente Raffaele Stancanelli, che hanno raggiunto il quorum del 5%, il gentil sesso non soltanto non riesce a essere eletto, ma nemmeno sfonda quanto a suffragi. Nessuna delle donne in ballo, con il cuore “a destra”, raggiunge le 1.000 preferenze. Non solo. Unicamente nella lista “Grande Catania” si conta una candidata “rosa” tra i primi dei non eletti. È Anna Laviano, piazzatasi dietro il confermato consigliere uscente Andrea Barresi, che la stacca di una cinquantina di voti. Esclusa dal Consiglio anche Gemma Lo Presti, consigliere uscente in quota Nello Musumeci, che nella lista “Tutti per Catania” non va oltre i 569 voti, piazzandosi quarta nella speciale classifica dei “non eletti” dietro un’altra donna, Agata Parisi.

È dunque evidente che le leggi da sole non servono a nulla se poi non c’è una classe dirigente pronta a puntare con decisione sui candidati di sesso femminile. E forse, aggiungiamo, è questa un ulteriore riflessione che andrà aggiunta all’analisi della disfatta del centrodestra cittadino. Per il futuro, però, molto dipenderà anche dalla capacità delle stesse donne di farsi largo tra una politica comunale atavicamente roba “da uomini” alle falde dell’Etna. Una questione che riguarda tutte le donne, di qualsiasi colore politico. Perché a parti invertite, il premio di maggioranza avrebbe dimezzato “i fimmini” a sinistra e favorito qualcun’altra a destra.

Articolo pubblicato il 19 giugno 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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