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Coppie siciliane a rischio default. Oltre il 33% dei nuclei in povertà
di Antonio Leo

Secondo il centro studi Red-sintesi, sono oltre 2,5 milioni le famiglie italiane in grave difficoltà. Nell’Isola quasi il 50% ha dovuto fare rinunce, più del doppio della media nazionale

Tags: Crisi, Economia, Famiglia



PALERMO – Tra moglie e marito si è messa di mezzo la crisi. Tra licenziamenti, part-time forzati e Cassa integrazione crescono a ritmi vertiginosi le famiglie a rischio “default”. In base a una recente elaborazione del Centro studi Red-Sintesi, sono 2,5 milioni i nuclei in difficoltà, un quarto del totale. A stare peggio, manco a dirlo, sono le coppie siciliane (ma anche Calabria e Campania): oltre il 33% delle famiglie risulta ad alto rischio povertà o addirittura in emergenza, una percentuale dieci volte superiore rispetto alla media nazionale del 22,5%. Tra il 2007 e il 2012, i nuclei italiani ad “alto rischio” – dove entrambi i partner hanno un contratto “atipico” o uno dei due è senza lavoro – sono cresciuti del 3%, raggiungendo quota 1,8 milioni, mentre quelli in “emergenza” – cioè quando ambedue i partner sono inattivi o senza lavoro – sono 662 mila (+ 2,5% nel quinquennio).

Spesso e volentieri sono le mogli a tirare avanti, da sole, la “carretta”: un fenomeno in crescita, già noto in Inghilterra con il nome di “Breadwinner”, cioè donne “procacciatrici di cibo”. Secondo il Centro Studi R-S, rispetto al 2007, le famiglie sostenute economicamente dal gentil sesso sono raddoppiate, passando da 230 mila a 450 mila. Anche l’Istituto nazionale di ricerca ha fotografato questa nuova tendenza in tempi non sospetti: nel giro di un solo anno, paragonando il secondo trimestre del 2011 con l’analogo lasso di tempo del 2012, l’Istat ha registrato ben 327 mila casalinghe in meno nella fascia d’età che va dai 15 ai 64 anni. Di contro, sono aumentati gli uomini costretti a lambiccarsi il cervello tra le faccende domestiche: sono circa 70 mila i “casalinghi” in età lavorativa, aumentati dal 2011 al 2012 di 20.000 unità.

Ciononostante, va subito detto che la situazione delle donne siciliane è diversa rispetto al resto del Paese: qui il tasso di disoccupazione femminile, secondo i dati diffusi dalla Cgil, resta ancora alto ed è addirittura salito fino al 20,6% contro l’11,9% del resto d’Italia. È proprio la scarsa partecipazione “rosa” – oltre ai preoccupanti livelli di disoccupazione – a contribuire alle perfomance negative dell’Isola.

Ma sono anche altri fattori che concorrono a determinare il collasso di circa un terzo delle coppie sicule. Ricordiamo, come scritto più volte in diversi articoli del QdS, che nel 2011 - in base alla rivelazioni dell’Istat - il 27,3% delle famiglie, pari a oltre 574 mila, vive in condizioni di povertà relativa. E secondo un altro rapporto dello stesso Istituto, il Bes 2013, le famiglie con componenti senza lavoro sono cresciute fino al 15,6%.

Per capire meglio quanto soffrano le coppie siciliane, una valida cartina di tornasole è anche l’indice delle deprivazioni materiali (cioè l’impossibilità di permettersi un pasto adeguato, il riscaldamento, l’acquisto di una lavatrice, di un automobile o di altri beni di consumo ecc.). Nell’Isola è risultato, nel 2011, che quasi il 50% del famiglie residenti (precisamente il 47,6%) ha dovuto fare delle rinunce, ben oltre il doppio del dato medio nazionale del 22,3%.

Completa il quadro a tinte fosche l’assoluta discrasia tra i livelli di reddito nel Nord Italia e quelli del Sud. Il reddito disponibile per abitante si attesta in tutto il Settentrione intorno a 20.800 euro, mentre nel Mezzogiorno scende vertiginosamente a 13.400 euro. La Sicilia si trova addirittura agli ultimi posti tra i poveri, con 13 mila euro pro capite. Criticità che rischiano di fare esplodere una vera e propria bomba sociale al di qua dello Stretto. Lo rivela senza mezzi termini la tabella (qui a fianco), elaborata dal Centro studi sintesi, che riporta l’indice di rischio economico nelle coppie per Regione. La Sicilia ha il tasso più alto di pericolosità dopo la Campania: il 118,7%, quasi 19 punti percentuali sopra la media nazionale. E poi qualcuno ancora ha il coraggio di parlare di questione “settentrionale”. Di Padania o di Paperopoli.

Articolo pubblicato il 21 agosto 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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