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Sicurezza degli alimenti nel palermitano 89 veterinari controllano 6.500 strutture
di Francesco Sanfilippo

I numeri sono stati forniti dal Dipartimento di Prevenzione dell’Azienda sanitaria provinciale

Tags: Sanità, Sicurezza Alimenti



PALERMO - La politica di Spending review che ha avuto luogo in questi anni in Italia non ha risparmiato il settore della sicurezza alimentare e della prevenzione, impegnato per garantire servizi efficienti a costi ridotti. Tuttavia, può sempre accadere che nascano fenomeni così dannosi da travolgere, anche se per poco, anche il più preparato dei dispositivi, soprattutto se questo viene colto in un difficile momento di riorganizzazione.

Il dipartimento di Prevenzione veterinaria dell’Asp 6 di Palermo ha una dotazione di 10 milioni di euro, 70 amministrativi in servizio in tutta la provincia e appena 23 tecnici della prevenzione 23. I veterinari in servizio sono 89, di cui 31 si occupano di alimenti di origine animale, 43 di sanità animale negli allevamenti, mentre il resto è assegnato ai canili e alla lotta al randagismo, al benessere animale, all’igiene zootecnica e urbana, e altro ancora.

A fronte di questi numeri, le aziende da controllare sono: 2.507 quelle bovine, 2.218 quelle ovine, 119 allevamenti suini. Senza dimenticare 1.530 imprese alimentari registrate (bar, supermercati, salumerie, ecc…), 211 stabilimenti con bollino Ce (in tutto oltre 6.500 strutture), senza dimenticare due mercati ittici e 40 aziende di lavorazione del pesce.
Di questi 89 veterinari, solo quattro sono in servizio nel Distretto sanitario di Palermo-Villabate su una popolazione di 675.518 abitanti, così come otto tecnici della prevenzione sui 23 in organico, rispetto ai cinque veterinari in servizio a Siracusa, la cui popolazione ammonta a 118.644 abitanti. Solo a Palermo e Villabate è presente uno dei due mercati ittici suddiviso in nove aree, dieci aziende di lavorazione del pesce di cui una di medie dimensioni, 94 pescherie registrate e venti ambulanti autorizzati, senza contare quelli abusivi che si calcola siano quattro volte quelli ufficiali.

Oltretutto, l’isola di Lampedusa rientra nel distretto di Palermo, perciò occorre aggiungere altre otto aziende ittiche che sono controllate dai quattro già citati veterinari.
Si tratta, in pratica, di un lavoro immenso. Eppure i veterinari nell’intera provincia hanno portato al controllo del 100% delle aziende bovine e ovine, al 121% degli allevamenti suini (alcuni allevamenti sono stati controllati due volte), il 34% delle imprese alimentari (524 su 1.530) superando in questo caso 25% previsto dagli obiettivi.

Più difficile è il controllo nel solo Distretto di Palermo e Villabate, i cui veterinari agiscono a campione su tutta l’area. Così, l’imprevisto, che è sempre dietro l’angolo, quest’anno si è materializzato nei tonni rossi all’istamina.
La carne del tonno è particolarmente ricca di amminoacidi necessari alla formazione dell’istamina, la cui genesi parte dai batteri gram negativi subito dopo la morte del pesce. Questo processo non si ferma e l’istamina prodotta non può essere facilmente distrutta dal calore. L’unico modo per bloccare il processo è l’eviscerazione e la conservazione del tonno e affini con una temperatura sotto agli 11°.
Come è possibile, dunque, che controlli tanto stretti non abbiano evitato l’esplosione, alla fine del maggio scorso di un così gran numero di casi? Le cause partono da lontano, esattamente dai divieti dell’Unione europea sulla pesca del tonno rosso, il cui calo negli anni passati era stato sovrastimato. Le quote dei tonni autorizzati per ogni Paese interessato furono basate sulla quantità pescata fino a quel momento. In seguito, ogni Stato avrebbe diviso la sua quota per le marinerie che avessero dichiarato la quantità di tonno pescato. Molti pescatori, però, si erano guardati bene dal farlo, cosicché in Sicilia furono autorizzate le marinerie di Marsala e Catania, più Trapani e Mazzara del Vallo in misura minore. Queste più altre misure hanno permesso al tonno rosso di crescere fino a cinque volte oltre il numero previsto nel 2013.

Per pescatori in crisi e per consumatori in difficoltà economica, la pesca illegale del tonno valeva i rischi legali di una denuncia, poiché l’azione giudiziaria è lenta prima di tradursi in misure efficaci. Perciò, sono stati catturati tonni illegalmente che sono stati lasciati in mare in attesa dell’allentamento della sorveglianza e dopo sono stati portati a terra e depositati in magazzini illegali. Da qui sono stati immessi nel circuito illecito degli ambulanti abusivi a cinque/dieci euro al chilo contro il prezzo ufficiale di venti euro prima dell’inizio della pesca ufficiale. Così, almeno cento palermitani sono finiti in ospedale per l’avvelenamento da istamina, o sindrome sgombroide, com’è conosciuta scientificamente.

Anche se la pronta mobilitazione di Asp e forze dell’ordine ha contribuito a stroncare rapidamente il fenomeno (il 27 maggio sono stati sequestrati nel mercato di Ballarò dodici tonni rossi illegali per due tonnellate), i possibili consumatori non hanno più acquistato il tonno, danneggiando anche il mercato legale. Tuttavia, le attività dei veterinari sono state bloccate per un’intera settimana, ma se il fenomeno fosse stato più grave? Aspettiamo la prossima emergenza per scoprirlo.

 

Parla Giambruno, direttore del Dipartimento Prevenzione veterinaria: " “Estendere le verifiche a mare e pescherecci”

PALERMO - Sulla questione sicurezza, che investe inevitabilmente la vita dei cittadini, coinvolgendo i cibi che quotidianamente essi ritrovano sulle loro tavole, abbiamo sentito il direttore del Dipartimento Prevenzione veterinaria dell’Asp 6 di Palermo, Paolo Giambruno
Non è possibile realizzare controlli chimico-biologici su campioni in via preventiva?
“No, perché se non c’è una specifica richiesta o un fondato sospetto, queste analisi si rivelerebbero costose e inutili. Si analizzano dei campioni secondo un piano di ricerca nazionale di contaminanti, ma solo su alcuni prodotti indicati dal Ministero della Salute. Se dovessero esserci casi sospetti di contaminanti non individuati, allora s’intensificano i controlli per il contaminante chimico o biologico”.
Nel caso dei tonni rossi, che cosa è accaduto?
“Normalmente, nei periodi più caldi, accadono casi sporadici di avvelenamento da istamina per la cattiva conservazione del pesce fatta dal consumatore. Quest’anno, invece, i casi di avvelenamento sono avvenuti in giornate non molto calde, perché il pesce era già conservato male, cosa che ha permesso lo sviluppo dell’istamina. Quest’anno la pesca è stata molto abbondante, perciò i pesci catturati illegalmente o oltre la quota prevista sono stati lasciati in mare con una temperatura intorno ai 18° per poi essere portati a riva, un po’ per volta, oltre le 24 ore. Questa situazione ha interessato decine di tonni che sono stati smaltiti in tutta la città e ciò spiegherebbe i numerosi casi di avvelenamento diffusi in ogni parte di Palermo. La prevenzione, in realtà, non può essere affidata ai controlli fatti in pescheria, perché sono a campione. Perciò essa va fatta in mare e i pescherecci vanno controllati, anche perché non tutti i natanti sono idonei alla cattura dei tonni”.


Possibile coinvolgimento per i laboratori di privati

PALERMO – Filippo Giglio, direttore della Divisione tecnica del Cada (Chimica applicata depurazione acque) Snc, spiega il funzionamento del sistema a tutela della salute del consumatore italiano. “Il nostro – dice - almeno in astratto, è certamente uno dei Paesi più ligi e scrupolosi nel formulare leggi e regolamenti tesi a garantire il singolo utilizzatore finale di uno specifico prodotto o servizio. Nel merito, è sufficiente citare il consolidato atteggiamento del Legislatore nazionale nell’indicare condizioni di potenziale massima tutela attraverso l’imposizione di limiti molto restrittivi alle specifiche leggi di derivazione comunitaria o internazionale. Ciò si traduce, in concreto, nella certa impossibilità di quantificare, con la necessaria esattezza, la singola sostanza per attestarne la conformità alla legge, con conseguenze negative anche in termini di ingiustificati contenziosi giudiziari a carico dei soggetti obbligati. È più rischioso, in Italia, porre in essere comportamenti criminosi a danno del ‘bene ambiente’, piuttosto che produrre e commercializzare un ‘alimento non conforme’ o addirittura ‘dannoso per la salute’ dei consumatori”.

Che cosa è auspicabile per il futuro?
“Bisogna tendere a inserire un obbligo di controllo delle varie partite di alimenti immesse sul mercato anche di livello regionale a tutela delle significative tipicità alimentari, peraltro in linea con le vigenti norme nazionali e comunitarie. In aggiunta alle esistenti fasi di autocontrollo dei cicli di produzione, si dovrebbe attivare, inoltre, un controllo dei prodotti finiti immessi sul mercato anche a cura di laboratori privati riconosciuti, purché in grado di svolgere un servizio pubblico di supporto”.

Articolo pubblicato il 23 agosto 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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