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Dell’Utri “mediatore nel rapporto tra Berlusconi e la mafia”
di Redazione

Depositate le motivazioni della sentenza della Corte d’appello di Palermo del 25 marzo. “L’imprenditore versava somme a Cosa Nostra in cambio di protezione”

Tags: Marcello Dell'utri, Berlusconi, Cosa Nostra, Raimondo Lo Forti



PALERMO - Mercoledì sono state depositate le motivazioni della sentenza d’appello che ha condannato a 7 anni di reclusione l’ex senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, imputato di concorso in associazione mafiosa. I magistrati che emisero il verdetto e che avevano fissato in 90 giorni il termine di deposito della motivazione avevano chiesto e ottenuto dal presidente della Corte d’appello Vincenzo Oliveri una proroga di altri tre mesi per la particolare complessità del processo. Marcello Dell’Utri e’ stato condannato in primo grado a 9 anni di carcere e 7 in secondo grado. La Cassazione, poi, annullò con rinvio il verdetto: decisione che portò al secondo processo d’appello.

La condotta illecita del senatore Marcello Dell’Utri per la terza sezione della Corte d’appello di Palermo, presieduta da Raimondo Lo Forti, è “andata avanti nell’arco di un ventennio”, con una serie di comportamenti “tutt’altro che episodici, oltre che estremamente gravi e profondamente lesivi di interessi di rilevanza costituzionale”.

“La personalità dell’imputato - scrivono i giudici nelle motivazioni della sentenza del 25 marzo scorso - appare connotata da una naturale propensione a entrare attivamente in contatto con soggetti mafiosi, da cui non ha mai mostrato di volersi allontanare”. “In tutto il periodo di tempo in oggetto (1974-1992) - prosegue la Corte - ha, con pervicacia, ritenuto di agire in sinergia con l’associazione e di rivolgersi a coloro che incarnavano l’anti-Stato, al fine di mediare tra le esigenze dell’imprenditore milanese (Silvio Berlusconi, ndr) e gli interessi del sodalizio mafioso, con ciò consapevolmente rafforzando il potere criminale dell’associazione”.

Sono inattendibili, invece, a giudizio della Corte, le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaetano Grado. I fatti da lui enunciati “non possono considerarsi idonei a superare neppure la soglia di mero indizio”. Il collaboratore di giustizia ha riferito che Dell’Utri avrebbe fatto da tramite nel riciclaggio di denaro proveniente da un traffico di droga dalle cosche nell’attività di realizzazione di Milano 1 e Milano 2 di Silvio Berlusconi.

L’incontro avvenuto a maggio 1974, cui erano presenti Gaetano Cinà, Dell’Utri, Stefano Bontade, Mimmo Teresi e Berlusconi, ha “siglato il patto di protezione di Berlusconi” si legge ancora nella sentenza Dell’Utri. “L’incontro - è scritto - ha costituito la genesi del rapporto che ha legato l’imprenditore e la mafia con la mediazione di Dell’Utri”.

“In virtù di tale patto - proseguono i giudici - i contraenti (Cosa nostra da una parte e Silvio Berlusconi dall’altra) e il mediatore contrattuale (Marcello Dell’Utri), hanno conseguito un risultato concreto e tangibile costituito dalla garanzia della protezione personale all’imprenditore tramite l’esborso di somme di denaro che quest’ultimo ha versato a Cosa nostra tramite Dell’Utri”.
 
L’incontro dunque “segna l’inizio del patto che legherà Berlusconi, Dell’Utri e Cosa nostra fino al 1992 - aggiungono i giudici nelle 477 pagine della sentenza - E’ da questo incontro che l’imprenditore milanese, abbandonando qualsiasi proposito (da cui non è parso ma sfiorato) di farsi proteggere da rimedi istituzionali, è rientrato sotto l’ombrello di protezione mafiosa assumendo Vittorio Mangano ad Arcore e non sottraendosi mai all’obbligo di versare ingenti somme di denaro alla mafia, quale corrispettivo della protezione”.

Articolo pubblicato il 06 settembre 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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