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Quotidiano di Sicilia

Una famiglia siciliana su cinque non arriva a mille euro al mese
di Maria Francesca Fisichella

Nel Mezzogiorno il rischio di povertà interessa il 23% della popolazione, 4 volte più del Centro-Nord. Rapporto Svimez 2013: quasi il 60% dei nuclei dell’Isola è monoreddito

Tags: Economia, Crisi



PALERMO - “Povertà: quasi il 20% delle famiglie siciliane ha meno di mille euro al mese”, lo si legge sul Rapporto Svimez 2013. Le sacche di povertà più grandi, secondo il Rapporto, si concentrano al Sud.

Nel 2012 il 14% delle famiglie meridionali guadagna meno di mille euro al mese, quasi tre volte più dei nucle concentrati nel Centro-Nord (5%), in particolare il 12,8% delle famiglie calabresi, il 15% delle campane, il 16,7% delle lucane e il 19,7% delle siciliane. Il Rapporto scende ancora più a fondo nell’analisi, adottando la divisione in quintili, dividendo cioè 100 famiglie in cinque classi da 20 l’una dalle più ricche alle più povere, da cui emerge che il 62% delle famiglie meridionali, cioè due su tre, appartengono alle classi più povere. Il dato che ne viene fuori è che in Sicilia, Calabria, Campania e Basilicata il 40% delle famiglie è poverissimo.

Le cause vanno ricercate nella disoccupazione e nei familiari a carico. Quasi il 50% delle famiglie meridionali è monoreddito, con punte del 58% in Sicilia, e il 15% (con punte del 18,5% in Basilicata) ha un disoccupato in casa, il doppio del Centro-Nord (8%). Il 12% delle famiglie meridionali ha inoltre tre o più familiari a carico, il triplo del Centro-Nord (4%), che arrivano in Campania al 16,5%.

Nel Mezzogiorno il rischio povertà interessa ben il 23% delle famiglie, che vuol dire quattro volte di più del Centro-Nord (6,5%). In valori assoluti, nel 2012, 790mila famiglie meridionali sono a rischio di povertà assoluta. Tra il 2007 e il 2012 la crescita della povertà assoluta è cresciuta di quattro punti percentuali, ossia dal 5,8 al 9,8% della popolazione.

Nel Rapporto si cerca di analizzare le cause di tale profonda disparità di reddito tra le famiglie del Nord e del Sud: una tra queste la profonda differenza nelle opportunità di occupazione che caratterizzano, anche a parità di qualifica professionale, i giovani rispetto agli adulti, le donne rispetto agli uomini (e, fra le donne, quelle con figli rispetto a quelle senza figli).

Il fattore territoriale, cioè la residenza nel Mezzogiorno, agisce sistematicamente come un amplificatore di queste differenze. Secondo l’analisi della Svimez si rendono urgenti “misure di welfare volte a favorire l’inclusione sociale, l’ampliamento delle opportunità e, in particolare, a porre un’argine alla povertà estrema, introducendo anche in Paesi come l’Italia e la Grecia – gli unici nell’Unione Europea ad esserne privi – uno strumento specifico e universale di contrasto alla povertà che, operando come uno stabilizzatore automatico, contribuisca a contenere gli effetti delle ampie oscillazioni del Pil, oltre a garantire un livello minimo di sussistenza alle famiglie più povere”.

Altra riflessione, posta nel Rapporto, che riconduce alle cause della disparità sociale in Italia è data dal “sistema di tasse e benefici non sempre coerente con gli obiettivi di equità. Soprattutto l’erosione della base imponibile e l’evasione operano in senso contrario all’equità. Le esenzioni fiscali sono generalmente maggiori per i contribuenti a più alto reddito (come è nel caso della tassazione separata dei redditi finanziari) ed è ragionevole assumere che anche l’evasione sia crescente al crescere del reddito”.


Per sostenere i ceti più bassi introdurre il “reddito sociale”

Realizzare un sostegno ai redditi più bassi, da definire in relazione ai bisogni delle famiglie, che tenga conto della numerosità dei membri familiari, del reddito familiare totale, inclusi eventuali altri benefici sociali come gli assegni familiari e le pensioni sociali, e che diminuisca in modo graduale al crescere del reddito familiare. Ma come?
Il Rapporto cita in proposito la più recente proposta di minimo vitale in Italia, ossia il Reis (Reddito di Inclusione Sociale) per i poveri ‘assoluti’, presentata dalle Acli e Caritas. In cosa consiste? “La soglia – si legge nel Rapporto - è pari alla linea di povertà assoluta stimata dall’Istat e varia a seconda del territorio e delle tipologie familiari, che dovrebbe essere integrata da ulteriori interventi contro l’impoverimento, cioè la condizione di coloro i quali si trovano al di sopra della soglia ma, senza adeguate risposte, sono destinati a cadere nell’indigenza”. In cifre il calcolo stimato del Reddito di inclusione sociale rileva che ne beneficerebbero 1.800 mila persone in Italia, di cui 622 mila nel Mezzogiorno. La spesa complessiva sarebbe di circa 6,1 miliardi di euro, di cui poco meno di 3 miliardi nel Mezzogiorno.

Articolo pubblicato il 29 ottobre 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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