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Problema delle carceri colpa delle procedure
di Carlo Alberto Tregua

Berlusconi e Cancellieri, idem?

Tags: Anna Maria Cancellieri, Berlusconi



Anna Maria Cancellieri è un funzionario integerrimo, stimato da colleghi e avversari. Lo possiamo testimoniare personalmente per i quattro anni in cui è stata prefetto a Catania, durante i quali abbiamo avuto la possibilità di una certa frequentazione e, soprattutto, per il forum al QdS pubblicato il 2 febbraio 2007.
Che il ministro della Giustizia si occupi dei carcerati, anche dal punto di vista umanitario, è perfettamente legittimo. E se ne occupa telefonando ai dirigenti per sapere lo stato di chi versa in condizioni di salute più preoccupanti. Diversamente, non se ne potrebbe occupare.
Il paragone fatto con la telefonata di Berlusconi alla Questura di Milano per il caso Ruby regge solo per essa stessa, non per il suo oggetto. Si potrebbe dire che, cambiando l’oggetto, cambi la motivazione della telefonata: una questione di lana caprina. La verità è che il clima di scarso rispetto che i cittadini hanno nei confronti della classe dirigente genera sospetto per ogni azione che i vertici istituzionali compiono. Anche quelle più semplici.

La Cancellieri ieri è stata a Strasburgo per spiegare il Piano per iniziare un percorso che, nel giro forse di un decennio, dovrebbe portare a soluzione l’enorme problema delle carceri. Ne scriveremo nei prossimi giorni.
Il tempo indicato è così lungo perché non abbiamo un vero governo e una vera maggioranza, dal momento che in Italia non si fa una politica alta che abbia come pilastri la decisione e l’azione. Qui da noi tutto prende tempo e perde tempo, mentre si dovrebbe agire con tempestività, come accade in altri Paesi che, proprio per la loro azione politica alta, non hanno subito la recessione come l’Italia.
Il problema delle carceri ha due cause: il mantenere ventimila ospiti non italiani e altri ventimila ospiti in attesa di giudizio. Ne consegue che, al netto dei quarantamila prima indicati, la vera popolazione carceraria italiana sarebbe di venticinquemila persone, un numero ottimale se paragonato ai quarantacinquemila posti disponibili. Dunque, vi è il problema dei carcerati stranieri che andrebbe affrontato con decisione, stipulando convenzioni con i Paesi d’origine cui mandarli, anche con un bonus economico. Tanto costerebbe molto di meno di quello che costano mantenendoli nelle carceri nostrane.
 
Vi è poi l’annosa e tremenda questione dei carcerati in attesa di giudizio. Pensare solamente che molti di loro, una volta uscite le sentenze definitive, possano essere riconosciuti innocenti turba fortemente le nostre coscienze.
Ma di chi è la responsabilità del permanere in carcere di imputati in attesa di sentenza? Molti dicono dei magistrati che non lavorano abbastanza. Dissentiamo, perché la responsabilità riguarda la procedura penale e la procedura organizzativa delle cancellerie, nonché il ritardo colposo della digitalizzazione dei processi.
Che agli imputati debbano essere date tutte le garanzie possibili è del tutto pacifico, ma quando esse si trasformano in impedimenti per una ordinaria conclusione dei processi, allora le garanzie diventano strumentali all’inefficienza.
Inefficienza che il sistema Paese non può più sopportare dal momento che la procedura di infrazione Ue sta arrivando a conclusione. Con essa verranno comminate pesanti sanzioni pecunarie, per ogni giorno di ritardo rispetto alla riforma che liberi le carceri dal sovraffollamento.

Bisogna, dunque, razionalizzare la procedura penale e la procedura organizzativa, oltre che digitalizzare i processi, evitando che il percorso sia sinusoidale come quello attuale e si trasformi in una linea retta fra il giorno in cui il processo viene incardinato e quello in cui viene emessa la sentenza definitiva.
Non è neanche pensabile che per tutti i reati vi siano tre gradi di giudizio, che non esistono in nessun altro Paese del mondo. Addirittura, nel sistema anglosassone, sono pochissimi i ricorsi in secondo grado, perché per chi li aziona in modo strumentale le conseguenze sono pesantissime.
Per riformare la procedura penale occorre una maggioranza forte, che non tenga conto della pressione delle corporazioni che remano in senso contrario. Lo stesso vale per la riforma organizzativa e l’informatizzazione, perché anche in questo caso gli amministrativi non vedono di buon occhio la semplificazione.
Anziché dire che non basta il personale servirebbero percorsi semplici ed efficaci.

Articolo pubblicato il 05 novembre 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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