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Canale di Sicilia, trivelle internazionali
di Rosario Battiato

Dopo anni di contese, apertura tra i premier di Italia e Malta potrebbe far ripartire l’estrazione di greggio oltre le 12 miglia dalle coste. Domani il Wwf rilancia il fronte del no: “L’off shore è una grave minaccia per tutti noi”

Tags: Petrolio, Trivellazione



PALERMO – Non solo immigrazione. Nel vertice di lunedì scorso, i premier di Italia e Malta hanno trovato un primo e informale accordo per la gestione delle esplorazioni petrolifere nel tratto di mare conteso tra la Sicilia e l'Isola dei Cavalieri. Ancora da definire molti dettagli, ma è l'ennesimo segnale della decisione del governo di proseguire nella nella corsa alle trivellazioni nel mare antistante le coste isolane.

Stando alle prime indiscrezioni, entro gennaio l'accordo tra Letta e il premier maltese Joseph Muscat dovrebbe trovare fondamento su carta. Tra i due paesi si prevede, infatti, un protocollo ufficiale per certificare la conduzione dell'esplorazione dei fondali marini ad opera di Eni-Med. Da definire ancora tutti i dettagli dell'accordo. Se sulla presenza del colosso dell'energia italiano nessuno poteva sollevare dubbi concreti, in materia di capacità tecniche e di organizzazione, ci saranno da definire altri passaggi delicati che riguardano le aree della ricerca e le percentuali da assegnare ai due Paesi. Prima della fine dell'anno è previsto un altro incontro, in attesa di redigere un testo condiviso che spartirebbe definitivamente l'area del Canale di Sicilia, sanando un contenzioso che da anni blocca ogni attività di ricerca su quel tratto di mare. A essere messe in discussione sono le aree al limite tra le acque territoriali italiane e quelle maltesi.

La questione va avanti da diversi anni, ma era clamorosamente esplosa nel dicembre nel 2012 quando Malta si era vista "scippata" di alcune zone interessate dal decreto ministeriale di Passera che allargava la piattaforma continentale italiana andando a intaccare alcuni tratti di mare già rivendicati dall'Isola dei Cavalieri. Si tratta della “Zona marina C – Settore sud”, un’area grande più del doppio della Sicilia. In quelle zone, già nel 2007, c'era stato un accordo tra Malta e la Heritage Oil plc per alcune esplorazioni. Nella stessa area risiedeva anche un'altra contesa tra Libia e Malta, dopo che quest'ultimo governo sin dal 1980 aveva autorizzato la Texaco a trivellare un pozzo petrolifero. Insomma un grande caos che adesso l'Italia sta cercando pazientemente di ricucire, anche perché la vicinanza di quel tratto mare agli impianti siciliani di lavorazione del greggio potrebbe rientrare in un piano di rilancio della raffinazione per le aree di Priolo e di Gela.

Il ritorno al petrolio e alla raffinazione, però, non è detto che sia necessariamente una buona notizia per tutti. Soprattutto per chi da anni si batte contro le esplorazioni nel Mediterraneo e potrebbe trovare in questo accordo Italia-Malta la fine della pace armata che di fatto impediva azioni esplorative in grande stile in quel tratto di mare. In attesa che si mettano nero su bianco tutti gli accordi, il popolo notriv non placa la sua azione. Domani la sala gialla di Palazzo dei Normanni ospiterà un convegno organizzato dal Wwf che da mesi si occupa delle trivellazioni e che ha lanciato la campagna “Sicilia: il petrolio mi sta Stretto” volta a richiamare l’attenzione sul tema e in favore dell’istituzione del Parco di Pantelleria. L'incontro, organizzato con la collaborazione della IV Commissione Ars e con il patrocinio del Comune di Palermo, ha un tema assai esplicito: “Le trivellazioni per l'estrazione di petrolio sono una grave minaccia per il Mediterraneo e per tutti noi”. Assieme a cariche istituzionali come il governatore Crocetta e gli assessori Lo Bello e Marino, si discuterà dei rischi legati all'attivazione di piattaforme petrolifere nel Canale di Sicilia.

Articolo pubblicato il 13 novembre 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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