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Messina - La truffa dei corsi d’oro, disposti nuovi sequestri per gli indagati
di Francesco Torre

La Procura contesta a Chiara Schirò un importo di 393 mila 500 €, quasi 6,5 mln € alla sorella Elena. Requisiti conti correnti e libretti postali, ma anche beni immobili per svariati mln €

Tags: Messina



MESSINA - In attesa delle udienze preliminari attese per il 17 dicembre, continua a fare notizia lo scandalo sugli Enti di formazione Lumen, Ancol e Aram, scoppiato nel luglio scorso immediatamente dopo il ballottaggio per la poltrona di sindaco. Il gip Giovanni De Marco ha infatti disposto, su richiesta del pool di magistrati coordinato dal procuratore aggiunto Sebastiano Ardita, un nuovo sequestro di beni per quasi tutti gli indagati.
 
Congelati o requisiti conti correnti bancari, libretti postali, investimenti economici di vario genere e beni immobili per svariati milioni di euro, a copertura di quanto – secondo l’accusa – indebitamente percepito. Di valore particolarmente elevato i sequestri ordinati ai beni mobili e immobili delle sorelle Chiara ed Elena Schirò, consorti dei deputati Francantonio Genovese e Franco Rinaldi. Chiara Schirò, alla quale la Procura contesta un importo di 393 mila 500 euro, si è vista sequestrare somme di denaro per 26 mila euro, titoli di credito per 207 mila 500 euro e una villetta a Ganzirri. Per Elena Schirò, che invece ha un contenzioso ben più alto (pari a quasi 6,5 mln di euro), oltre a una villetta gemella a quella della sorella, la Procura ha deciso il sequestro di due grandi appezzamenti di terreno.

Provvedimenti simili anche per molti altri indagati: l’ex consigliere comunale del Pd Elio Sauta e la moglie Graziella Feliciotto (900 mila euro e un agrumeto), la ex tesoriera del Pd Concetta Cannavò, Nicola Bartolone, Giuseppe Lo Presti, Nicola Caliri, Natale Capone (fratello di Melino, sulla cui particolare posizione vi diremo nel box qui a fianco).

Il sequestro ha generato le proteste dell’avvocato difensore delle sorelle Schirò, Nino Favazzo, secondo cui il valore dei beni è superiore alle somme contestate. Il legale, in riferimento alle decisioni del gip, ha persino parlato di “accanimento giudiziario”, spiegando come la Procura abbia optato per il sequestro nonostante Chiara Schirò avesse formalizzato da tempo la disponibilità a coprire la somma contestata.

Aldilà della normale dialettica giudiziaria, la vicenda Corsi d’oro ha avuto il merito di far emergere tutti i collegamenti esistenti tra politica ed Enti di formazione, evidenziando casi di familismo amorale, scatole cinesi, prestanome e becero clientelismo volto a ottenere ingenti finanziamenti regionali. Un problema evidentemente non solo messinese, come dimostrano le successive evenienze messe in luce per esempio anche a Catania. Ora la Procura vada avanti con coraggio per accertare tutte le responsabilità.


Fondi intascati. 13,6 mln euro finiti nelle mani di parenti e amici

MESSINA - Nel gruppo degli indagati vi è anche Melino Capone, ex assessore alla Mobilità e alle politiche del lavoro della Giunta Buzzanca. Sulla sua attività in relazione all’Ente di formazione Ancol Sicilia, la Procura aveva messo gli occhi già nel 2011, quando la presidente di Ancol Italia, Maria Vittoria Valli, formalizzò una denuncia nei confronti di Capone, reo di aver ottenuto dalla Regione siciliana fondi per 13,6 mln € in un arco di tempo, 2006/2011, in cui gli era stata revocata la delega a rappresentare l’Ente. Nonostante ciò Capone avrebbe continuato a proporre finanziamenti alla Regione, e coi soldi ottenuti avrebbe messo a libro paga la madre (5.500 € al mese), il padre (3.500 €), il fratello, la cognata, tre cugini, le mogli di Buzzanca e Ticonosco e parenti di altri politici del centrodestra. Gli è contestato il reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, esteso anche a due dirigenti della Regione, Patrizia Di Marzo e Anna Saffioti.

Articolo pubblicato il 28 novembre 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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