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Imu, mini stangata dietro l’angolo. La differenza la pagano i cittadini
di Oriana Sipala

Dl 133/13: nei Comuni dove l’aliquota scelta supera quella base serve un conguaglio entro il 16 gennaio. La copertura stanziata del Governo per l’abolizione dell’imposta non è sufficiente

Tags: Luciano Abbonato, Imu, Iuc



PALERMO - Un balletto ridicolo e scoordinato. Questo è lo spettacolo al quale assistiamo quando si parla di imposte comunali legate alle abitazioni. Gli acronimi che si sono susseguiti in questi mesi sono talmente numerosi da rendere impensabile l’idea di inventarne altri.
 
L’ultimo della serie è quello dell’Imposta unica comunale (Iuc), che fa la sua comparsa nelle Legge di stabilità, discussa e approvata in Senato, e adesso in attesa del vaglio alla Camera. La Iuc è formata da tre componenti: Tasi, Tari e Imu. Proprio quest’ultima è quella che ha fatto discutere di più e che ha tenuto col fiato sospeso migliaia di sindaci.
 
Adesso, però, pare che una soluzione si sia finalmente profilata. Lo scorso 30 novembre ha infatti visto la luce il Dl 133/2013, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale (Serie generale n. 281). Con il suddetto decreto legge, sembra proprio che si possa mettere un punto alla travagliata storia dell’Imu. Sembra, perché la legge è legge, ma in realtà c’è ancora tanto da discutere.

La prima cosa strana che balza subito agli occhi è che l’Imu sulla prima casa è stata abolita, ma non del tutto. I cittadini, insomma, dovranno rimettere le mani al portafogli. L’art. 1, comma 5, del Dl 133/2013 recita, infatti, che “l’eventuale differenza tra l’ammontare dell’imposta municipale propria risultante dall’applicazione dell’aliquota e della detrazione per ciascuna tipologia di immobile di cui al comma 1 deliberate o confermate dal Comune per l’anno 2013 e, se inferiore, quello risultante dall'applicazione dell'aliquota e della detrazione di base previste dalle norme statali per ciascuna tipologia di immobile di cui al medesimo comma 1, è versata dal contribuente, in misura pari al 40 per cento, entro il 16 gennaio 2014”.

Detto in parole semplici, si tratta di un provvedimento che ha delle conseguenze sui Comuni che hanno alzato, nel 2012 e nel 2013, le aliquote sulla prima casa, portandole a un valore che va oltre l’aliquota standard stabilita dal governo nazionale (4 per mille). In tali Enti locali, i cittadini che hanno già pagato l’imposta, dovranno versare il 40% della differenza tra l’Imu effettiva (che si ottiene applicando l’aliquota effettiva scelta dal singolo Comune) e l’Imu standard (calcolata con l’aliquota al 4 per mille). Il restante 60% della differenza sarà invece a carico dello stato.

Motivo? Il governo dispone, per l’abolizione dell’Imu sulla prima casa, di una copertura pari a 2,15 miliardi di euro, una cifra appena sufficiente a rimborsare il gettito calcolato ad aliquota standard, ma che lascia scoperte le quote eccedenti scaturite dalle maggiorazioni disposte da molti sindaci. La mini-Imu, così è stata ribattezzata tale “integrazione” dell’imposta, dovrà quindi essere pagata entro il 16 gennaio dai cittadini di oltre 2.436 Comuni, tra cui tra cui Roma, Milano, Napoli, Palermo, tanto per citare i più importanti.

Sindaci e amministratori non l’hanno di certo presa bene. Il primo cittadino di Catania, Enzo Bianco, si è così espresso: “Tutti i sindaci da Milano a Catania sono estremamente preoccupati per l’incertezza che regna sulla copertura della seconda rata Imu. Una situazione che conduce molti Comuni virtuosi in una condizione di straordinaria difficoltà e per le amministrazioni che hanno dovuto alzare l’aliquota, in attuazione di un obbligo di risanamento, c’è il paradosso di ritrovarsi oggi in una condizione di estrema incertezza”.

“Siamo sorpresi – dice invece Luciano Abbonato, assessore al Bilancio del Comune di Palermo - il governo aveva assicurato che i Comuni che avevano aumentato l’aliquota nel 2012 sarebbero rimasti fuori”. Proprio su tale questione che da molti non è stata digerita, è stata avanzata la proposta di un emendamento da parte di Angelo Rughetti (Pd): l’idea è quella di aumentare le aliquote (anche oltre il tetto del 10,6 per mille, arrivando a toccare il 12,6 per mille), ma solo per le case successive alla terza. Il Comune ricaverebbe quindi, da tali aumenti, le risorse necessarie per rimborsare la mini-Imu (che andrebbe pagata comunque entro la scadenza) attraverso successivi sconti sulla Tasi. Sembra il cane che si morde la coda.
 


Abitazioni secondarie. Saldo entro il 16/12: più salate le tasse sulle case sfitte

Con il Dl 133/2013 si abolisce la seconda rata dell’Imu sulla prima casa, la quale si sarebbe dovuta saldare entro il vicino 16 dicembre. I proprietari di abitazioni che non rientrano in tale categoria, sono invece chiamati a versare l’imposta entro tale data. Il decreto stabilisce, nel dettaglio, quali sono gli immobili esenti dal pagamento. Tra questi abbiamo i terreni agricoli posseduti da coltivatori diretti e imprenditori agricoli e i fabbricati rurali strumentali. Dovranno invece versare l’imposta i proprietari di fabbricati rurali abitativi diversi da quelli destinati all’abitazione principale e quelle unità abitative che, ancorché destinate ad abitazione principale, sono censite nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9. I proprietari di immobili soggetti a tassazione Imu, dovranno pertanto affrettarsi a pagare il tributo, secondo le aliquote che i singoli Comuni hanno stabilito entro lo scorso 9 dicembre. Secondo i dati di Caf Acli, ottenuti tramite un monitoraggio effettuato in 7.400 Comuni, la soglia media dei prelievi si è alzata parecchio. Per le case affittate a canone libero si è riscontrato un rialzo che va dall’8,4 per mille all’8,6 per mille del 2012, mentre per le seconde case sfitte, il rialzo balza dall’8,5 all’8,8 per mille. Si volevano agevolare i cittadini alleggerendo la tassazione sulle prime case, ma l’incertezza che da sempre caratterizza il dibattito sull’Imu ha fatto maturare i frutti opposti.

Articolo pubblicato il 11 dicembre 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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