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Pensionati privilegiati pensionati legittimi
di Carlo Alberto Tregua

Contributo di solidarietà per equità
 

Tags: Inps, Pensione



Alcuni quotidiani regionali hanno scoperto che vi sono 600 pensionati d’oro della Regione, di cui 80 dell’Ars che superano i duecentomila euro l’anno lordi. Ma hanno dimenticato che ve ne sono sedicimila, che livello per livello percepiscono pensioni d’argento. Traduciamo.
I pensionati regionali hanno ricevuto un assegno spesso superiore allo stesso stipendio, in qualche caso pari al 104 per cento, senza tenere in alcun conto i contributi versati e con una carriera normalmente più breve di quella dei dipendenti statali e comunali, e di gran lunga più breve di quella dei dipendenti privati.
Ora, è del tutto evidente che la parte superiore al dovuto dell’assegno pensionistico non derivante dai contributi versati, perciò è a carico della fiscalità generale, cioè di tutti i contribuenti. Inoltre, l’iniquità è ancora maggiore nel momento in cui si fa il paragone fra la grande quantità di pensionati privati che, ripetiamo, prendono l’assegno in base ai contributi versati, e tutti gli altri pubblici, con un assegno superiore all’importo che gli competerebbe. 

L’iniquo quadro che abbiamo descritto porta ad una conseguenza concreta: ripristinare una situazione di parità fra tutti i pensionati privati, pubblici (statali e comunali) e regionali. Per tutti l’assegno va calcolato alla stessa maniera, cioè in base ai contributi versati.
Sorge subito la domanda: e i privilegiati che hanno un assegno superiore, cosa dovranno fare? La risposta è semplice. I loro assegni dovranno essere ricalcolati e da ora in avanti riversare nelle casse pubbliche la parte che indebitamente percepiscono, ripetiamo ancora, perché non hanno versato i relativi contributi. Questa parte eccedente potrà essere riversata sotto forma di contributo di solidarietà.
Solidarietà verso chi? Verso i cittadini che percepiscono assegni di assistenza (indebitamente chiamati pensioni) perché si trovano in stato di indigenza assoluta e/o di incapacità di autosostenersi.
Non si tratta, quindi, di togliere ai ricchi pensionati quanto indebitamente percepito perché venga restituito alla fiscalità generale, bensì di redistribuire l’indebito arricchimento tra altri cittadini che non hanno avuto il privilegio di entrare nelle pubbliche amministrazioni.
 
Nella nostra inchiesta pubblicata il 29 novembre, abbiamo scritto i dati secondo i quali i pensionati regionali percepiscono mediamente tre volte più che quelli privati. Si tratta, ripetiamo, di ben sedicimila privilegiati.
Peggio ancora se raffrontiamo il dato di trentaseimila euro, che è l’importo medio delle pensioni degli ex dipendenti regionali in Sicilia, con  quello analogo di circa un terzo in meno degli ex dipendenti regionali della Lombardia. Siamo alle solite. Lo Statuto autonomista siciliano è stato utilizzato ancora una volta per difendere uno dei tanti privilegi.
Ragguagliando il costo del pensionato regionale siciliano con quello analogo del pensionato regionale lombardo potremmo tagliare una spesa di decine di milioni da destinare alla solidarietà. Non vale qui l’argomento posto da alcuni ignoranti relativamente alle pensioni d’oro dei privati. Perché in quel caso l’assegno corrisponde ai contributi versati.

In questo quadro va evidenziata l’estesa corresponsione di assegni assistenziali a vario titolo a persone che non ne hanno diritto e che truffano le casse pubbliche mediante autocertificazioni false, incuranti delle dichiarazioni mendaci e con la connivenza di medici, impiegati e dipendenti pubblici, correi delle truffe, contro i quali la magistratura fa una lotta serrata.
Sui pensionati non sentiamo il distinguo dei sindacati, che li rappresentano complessivamente, ma che non fanno sentire la loro voce contro i privilegiati. è chiaro che il sindacato del settore pubblico ha difficoltà a evidenziare i privilegi delle categorie di regionali, statali e comunali, ma non si capisce perché quella parte del sindacato che rappresenta i privati non alzi la voce contro tali privilegi.
Ogni parte della classe dirigente siciliana non può esimersi dal fare il proprio dovere. Nè rifugiarsi in un comodo comportamento cieco, senza alzare la voce contro chi danneggia l’altra parte della società sfruttando una propria situazione di vantaggio.
La questione è di ordine generale e riguarda tutta la classe dirigente siciliana. Ognuno deve fare la propria parte nell’interesse di tutti, senza danneggiare i più deboli.
Senza equità una società muore.

Articolo pubblicato il 14 dicembre 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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