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Quotidiano di Sicilia

Tra colf, badanti e baby sitter impera sempre il “nero”
di Michele Giuliano

Sfruttamento sul lavoro dei “dipendenti domestici”: al Sud solo nel 23,7% dei casi si rispetta la legge. In Sicilia dilaga il sommerso, più di uno su due non ha un contratto regolare

Tags: Colf, Badante, Lavoro Nero, Lavoro



CATANIA - In Sicilia un lavoratore su quattro che abbia un profilo professionale inquadrato come colf o badante ha un regolare contratto, più di uno su due lavora completamente in nero senza vedere uno straccio di contributo. Lo spaccato di questa realtà lo offre un’associazione di settore che mette in evidenza come la regolarità contrattuale divide l’Italia in due: nel Nord, dove l’inadempienza totale si limita a casi marginali (riguarda il 9,9 per cento dei lavoratori) e in quasi la metà dei casi le famiglie rispettano per intero le regole esistenti (47,3 per cento); dall’altro, il Centro e il Sud, accomunati dalla scarsa percentuale di rapporti di lavoro “totalmente regolari” (interessano il 23,3 per cento dei collaboratori al Centro e il 23,7 per cento al Sud) e entrambi caratterizzati dalla presenza di un sommerso molto diffuso.

In particolare, in Sicilia c’è una percentuale altissima di “nero”: nel 53,9 per cento dei casi non c’è alcun pagamento di contributi. La proposta è quella di dedurre completamente il costo del lavoro dei collaboratori domestici ai fini del calcolo dell’imponibile a condizione della stipula di un contratto di lavoro regolare. L’attuale regime delle deduzioni parziali dei contributi Inps e della detrazione del costo per gli anziani non autosufficienti ha fallito come incentivo per l’emersione del lavoro nero. Il tutto si consuma mentre i collaboratori domestici e gli assistenti familiari, in Italia, sono raddoppiati nell’arco di soli 10 anni. Sono prevalentemente donne (82,4 per cento) e di età intermedia, tra i 36 e 50 anni (56,8 per cento), la maggior parte immigrati, provenienti da Romania, Ucraina e Filippine.

L’Italia è tra i tre mercati di lavoro domestico più grandi d’Europa e il trend futuro è previsto in crescita. Nel 2013, l’offerta conta 1.655.000 lavoratori domestici (più 53 per cento rispetto al 2001), con una domanda familiare che ne richiederebbe almeno 2.600.000. È stato questo il punto di partenza dell’indagine statistica portata avanti dall’associazione, in occasione del suo trentesimo anno di costituzione. L’associazione nazionale tra datori di lavoro domestico ha analizzato tutti i temi legati all’argomento, con uno sguardo complessivo a una realtà molto più complessa di quanto possa apparire. Il Presidente dell’associazione sottolinea che “nell’economia del Paese, il lavoro domestico sta diventando sempre più rilevante. In un contesto in cui il welfare che lo Stato riesce a garantire non copre più in maniera universale, l’assistenza a soggetti non autosufficienti, bambini e anziani, rende gravoso per le famiglie l’onere dell’autogestione”.

Nell’ultimo decennio tutta l’area dei servizi di cura e assistenza per le famiglie ha costituito per il nostro Paese un incredibile bacino di crescita occupazionale per chi arrivava in Italia dall’estero in cerca di un destino migliore. Il timore è che questi dati possano anche peggiorare, specie in Sicilia, dove la depressione economica porta proprio ad evitare la regolarizzazione dei contratti aggirando quindi i contributi.
 

 
Quanti italiani. Lavori a cui aspira anche chi ha titoli di studio elevati
 
Verso il settore in questi ultimi anni, si sono rivolte anche quelle persone con un titolo di studio elevato. Quindi, se nel 2011 le assunzioni di dipendenti domestiche italiane riguardavano il 3,73 per cento del totale delle assunzioni, nell’anno 2012 tale dato si è quasi triplicato: l’8,62 per cento delle assunzioni effettuate durante l’anno riguardava lavoratrici italiane. Il trend si è mantenuto nell’anno 2013, dove fino a settembre si è registrato che sul totale delle assunzioni il 9,26 per cento era per personale di nazionalità italiana. “Quello del lavoratore domestico non è più un lavoro di scorta – affermano dall’associazione di settore - ma non è nemmeno un lavoro completamente riconosciuto. Non parlo delle dinamiche. Oggi questa situazione non si può più tollerare perché parliamo di 2.000.000 di lavoratori (è certamente tra i primi 5 Ccnl a livello italiano se consideriamo anche il sommerso e rientra tra i primi 10 in ogni caso) che presto o tardi, tra 10-20-30 anni, saranno anziani e chiederanno una prestazione pensionistica, tutta o in parte a carico dello Stato. Occorre affrontare oggi il problema e, soprattutto, affrontarlo in modo che sia logico essere in regola, altrimenti non emergerà mai il lavoro nero del settore”.

Articolo pubblicato il 16 dicembre 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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