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“Se muore il Sud, affonda insieme con tutta l’Italia”
di Antonio Leo

Rizzo e Stella ospiti del QdS per il 2.611° forum con i Numeri Uno: “Classe dirigente mediocre e incapace”. Gli editorialisti del Corriere della Sera: “Denunciamo gli sprechi perché siamo amici del Mezzogiorno”

Tags: Gian Antonio Stella, Sergio Rizzo



Il treno arriva in ritardo, tutto sommato nemmeno così tanto rispetto agli standard del Mezzogiorno: solo 8 minuti. Una sciocchezza rispetto alle 18 ore e mezza che impiegano le locomotive per raggiungere Catania da Milano. “Avete contato quanti autobus erano in circolazione a Messina?”, chiediamo subito a Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Sorridono. Nel primo capitolo della loro ultima fatica “Se muore il Sud”, rivelano che ci sono giorni in cui non se ne trovano più di 14, “uno ogni 17 mila e 294 abitanti”. Ma il sindaco in t-shirt della Città dello Stretto, Renato Accorinti, pare che li abbia aumentati.

Eccoli dunque varcare il portone del QdS, dove ci raccontano l’Italia che hanno fotografato in questi anni: un Paese pieno di contraddizioni, aggravato da un peso morto. Quel Sud che tanto avrebbe da dare, ma che la classe dirigente ha ridotto a un misero ricettacolo di sprechi. Gian Antonio Stella precisa “Chi denuncia non è nemico del Mezzogiorno. Le denunce che facciamo sono dettate dall’affetto. Noi siamo furibondi con l’Italia perché sappiamo cosa potrebbe fare e non fa, e lo stesso vale per il Sud. Con il nostro libro abbiamo voluto porre un questione: non si parla più del Sud, nonostante sia il vero problema dell’Italia. Per cui o il Sud cresce, e dunque usciamo tutti da questa situazione, oppure l’idea che possa riprendersi il Nord e tirarsi con se il Sud è soltanto un’illusione”.

Il giornalista Bill Emmott, nel documentario “girlfriend in a coma”, racconta l’Italia come la discesa dantesca agli inferi. Il dramma dei drammi – la “zita” è bella che morta da un pezzo - si celebra però al di qua dello Stretto, dove l’autonomia sicula è diventata un cancro, alimentato da parassiti che la usano solo per difendere i loro privilegi.

L’altra sera abbiamo assistito all’ennesimo show di Rosario Crocetta, il quale ospite di Lilli Gruber ha riproposto il suo solito canovaccio fatto di tanta retorica e poca sostanza. E intanto – come abbiamo scritto più volte - guadagna più di Obama, ben 311 mila euro. Un maxi stipendio che è composto per una parte dalle indennità percepite come deputato regionale e per l’altra per gli emolumenti da governatore della Regione.

Gian Antonio Stella: “Questo è uno scandalo sia che si chiami Rosario Crocetta, Totò Cuffaro o Raffaele Lombardo, ma è ancora più scandaloso che il segretario regionale costi 650 mila euro”.

Ne prende 480 mila. Ma bisogna stare attenti quando si leggono i numeri in Sicilia. Per esempio sul segretario della presidenza, Patrizia Monterosso - un’evergreen che ricopriva cariche di vertice anche sotto Raffaele Lombardo – Crocetta ha dichiarato che guadagna “soltanto” 180 mila euro, ma ha omesso che il suo segretario è anche vice presidente dell’Irfis e arriva a guadagnare oltre 200 mila euro.
Sergio Rizzo: “La Regione siciliana è un caso assolutamente particolare. Tutte le Regioni costano tantissimo, ma mai come l’istituzione dell’Isola: ogni deputato siciliano ha un costo pro capite maggiore di un senatore”.

Sì, 360 mila euro l’anno.
Rizzo: “E questo ti fa capire la pazzia della Regione”.

Quali sono i rimedi per il Sud?
Stella: “Noi partiamo dall’idea che non è una questione antropologica. È ovvio, ma va detto come punto di partenza. I meridionali hanno fatto la fortuna della Volkswagen, di Torino negli anni buoni, di tutti i luoghi in cui sono emigrati. Se i meridionali sono riusciti a portare sviluppo nel Nord Italia e nel mondo, perché non ci riescono qui al Sud? Perché il presidente degli industriali di Vibo Valentia afferma che i suoi dipendenti quando vengono inviati in cantieri fuori dalla Calabria rendono il 22-23% in più? Le stesse persone, gli stessi operai! La conclusione a cui arriviamo noi è che qui c’è un deficit organizzativo enorme, culturale e soprattutto di classe dirigente: perché se ci sono delle regole che funzionano, i meridionali non sono meno di nessuno”.

Una classe dirigente tra l’altro molto corposa. Come scrivete nel vostro ultimo libro, alla Crias su 87 dipendenti ben 55 hanno ottenuto una qualifica dirigenziale.

Stella: “Esatto. Ma bisogna pensare che la classe dirigente italiana è mediocre. Se tu cambi le regole e la classe dirigente, il Sud può ripartire. Prendiamo l’esempio dei fondi europei: basta erogazioni sotto i 50 mila euro, si fanno solo opere grosse. Basta con i gettoni di 160 euro a Palermo e 45 euro a Padova. Gli emolumenti vanno stabiliti in proporzione alla popolazione, fine”.
Rizzo: “Facciamo un esempio più terra terra, ma che fa capire tantissimo. Se uno va a Napoli e deve prendere la metropolitana, va dal tabaccaio e acquista il biglietto. Il punto è che di solito nelle Metro ci sono i tornelli dove obliteri il biglietto, nel Capoluogo partenopeo, invece, non ci sono proprio i tornelli. Quindi l’obliterazione del ticket è un optional lasciato alla discrezione degli utenti. Lì non c’è una regola. Perché non ci hanno messo i tornelli? Perché la classe dirigente fa il ragionamento che mettendo i tornelli perde voti, e questo diventa una spirale da cui non ce ne usciamo più”.

Perché è mediocre la classe dirigente italiana e ancor di più quella siciliana?

Rizzo: “Il professore Antonio Merlo sostiene una cosa che è verificabile dai curricula dei politici. Cioè che in Italia a un certo punto si è iniziato a passare il testimone senza seguire alcun criterio di merito: prima al portaborse, poi al portaborse del portaborse e così via discorrendo. Un metodo basato sulla fedeltà, che ha eliminato la concorrenza all’interno dei partiti. Ma è proprio la competizione che fa crescere il livello dei dirigenti. E così a ogni passaggio si è verificato un abbassamento del livello e oggi abbiamo una classe dirigente che è fatta dagli scarti degli scarti”.
Stella: “Cioè lo scarso sceglie lo scarsissimo, lo scarsissimo sceglie lo scarsissimissimo purché non gli dia fastidio. Il risultato è pessimo”.

Come si esce, dunque, da questo sistema feudale fatto di vassalli, valvassori e valvassini?

Rizzo: “Bisogna riportare i partiti a essere scalabili. Questa situazione è vero che è cominciata negli anni ’70, ma si è aggravata negli ultimi vent’anni, cioè da quando i partiti sono diventati delle appendici personali. Una prova ne è che chiunque mette il suo nome nel simbolo. Ma avete mai visto il nome della Merkel al posto del logo della Cdu tedesca? Dentro l’ultimo decreto del governo Letta c’è una norma in base alla quale i partiti - che possono accedere a dei benefici fiscali in luogo del finanziamento pubblico diretto – devono avere uno Statuto che preveda ogni 2 o 3 anni un’assemblea per mettere a verifica la leadership. Se le organizzazioni politiche non si adeguano, gli verranno tolte le agevolazioni”.
Stella: “Il problema è anche un altro. Una volta era difficilissimo trovare i trasformisti. Noi ricordiamo ancora il caso di Melloni, che da democristiano passa al Pci, diventato poi famoso come ‘forte braccio’. Lo ricordiamo perché era un caso rarissimo. Oggi invece, da quando sono cadute le ideologie e si sono attenuate le differenze tra destra e sinistra, fare politica è diventato un mestiere. In questo senso siamo contrari all’abolizione totale del finanziamento pubblico. Noi abbiamo iniziato, in tempi non sospetti, una battaglia coerente contro i costi della politica, ma senza mai sconfinare nel qualunquismo. Ci da un po’ fastidio, adesso, vedere qualcuno che cavalca la tigre andando ben oltre il buon senso. La soluzione migliore sarebbe un finanziamento moderato, sobrio, trasparente e sempre con le ricevute”.

Intanto cresce la sfiducia tra elettori ed eletti.

Rizzo: “Due dati per capire come è degenerata la politica in Italia. Nel ’94, prima che iniziasse la deriva personalistica, il Pds ricavava dal finanziamento proprio – cioè dalla base dei militanti – oltre il 50% delle risorse. Nel 2010 il Partito democratico ha preso dallo Stato l’89% delle risorse: l’autofinanziamento si è ridotto da oltre il 50% all’11%. Questo fa capire qual è stata la deriva che ha investito e impigrito i partiti”.
Stella: “È la stessa cosa che è successa nel Mezzogiorno con i finanziamenti a pioggia. Questi di fatto impigriscono la classe dirigente. Anche la Confindustria altotesina addirittura fece un intervento contro i fondi statali, in quanto minavano la competitività delle imprese locali sul mercato internazionale. La regola base dell’economia è che vince il migliore. Se tu dai mangiare a tutti i leoni, il re non emerge mai e così saltano le regole della società”.

Cos’è che Enrico Letta non può più prorogare?
Stella: “Abolire il Senato. Fate quello che volete purché ci sia un solo passaggio parlamentare. Paradossalmente – siccome nessuno vuole andare a casa – facciamo che tutti i capponi passano alla Camera. Facciamo anche una Camera di 1.200 e salviamo tutti i capponi, purché ci sia un passaggio solo. Perché questo andirivieni delle leggi è un peso che costa all’Italia molto di più del mezzo miliardo l’anno per il Senato. Lo dico per paradosso, perché sono per una Camera unica di 500 deputati. Ma se il problema fosse quello dei capponi, salviamo questi capponi e facciamo un solo passaggio”.
Rizzo: “Altra cosa è abolire le Province subito e mettere mano rapidamente alle competenze delle Regioni per togliere tutto quello che deve essere nazionale. Riportare al centro la sanità. Non è possibile che noi abbiamo venti sanità diverse. Al di là degli sprechi, un cittadino siciliano ha dei diritti sanitari completamente diversi da quelli del Trentino Alto Adige. Va tolto alle Regioni il potere di spesa, perché queste Istituzioni sono nate con la prospettiva di programmare e non di spendere”.


“Tutelare il diritto costituzionale alla mediocrità,ma il fuoriclasse deve stare in cima”

Da dove può ripartire la crescita?

Rizzo: “Per esempio i fondi europei possono essere determinanti. La Bulgaria è passata in dieci anni - da quando è entrata nell’Ue – dal 37% del Pil pro capite, rispetto alla media del Pil pro capite dei 27, al 75%, sopravanzando tutte le Regioni meridionali che al contrario sono diminuite. Occorre una decisione politica per stabilire senza mezzi termini che i fondi europei dal prossimo giro, 2014-2020, servono per prima cosa a finire le opere incompiute”.

In Sicilia, a giugno 2013, su 16,7 miliardi di fondi comunitari (annidati tra innumerevoli sigle: Fesr, Fse, Psr, Sep, Pac e Fas) ne sono stati spesi soltanto 5,3 miliardi. Il 32,2% in 7 anni.
Stella: “E questo aumenta il gap non solo con il resto d’Italia, ma anche con gli altri Paesi europei. Alcuni Stati stranieri sono riusciti a spendere il 60-65%. Abbiamo incontrato nei giorni scorsi, a Reggio Calabria, il presidente dell’Associazione degli industriali. Non stiamo parlando di un forcone o di un bombarolo, eppure ha presentato come una conquista per la Calabria il fatto di rimanere tra le Regioni obiettivo 1. Ma è una pazzia! È come dire: ‘Signori, siamo rimasti poveri! Ci danno i soldi perché siamo rimasti poveri!’ Ma che senso ha?”.
Rizzo: “Che poi non ci rendiamo conto delle implicazioni che ciò ha sul bilancio dello Stato. L’incapacità a spendere i fondi europei porta l’Italia a rimetterci ogni anno cinque miliardi più di quanto l’Ue ci torna indietro. Qui ci sono responsabilità enormi di chi non sa fare i progetti. Ma soprattutto non c’è uno che decida. E così succede che in Sicilia su 4.700 progetti del Fesr, 2.300 sono andati a pioggia ai soggetti più disparati, dalla trattoria Don Ciccio alla macelleria di Tortorici”.

E intanto tutto resta immobile.
Stella: “Reggio Calabria è qui davanti. La diga sul Menta per dare finalmente ai reggini dell’acqua da bere buona, e non salata, fu immaginata quando i genitori del governatore Giuseppe Scopelliti erano fidanzati, i primi sopralluoghi nel territorio del Comune di Roccaforte del Greco furono fatti nel ’65 prima che Pinuccio nascesse, la progettazione quando faceva le elementari, il bando del progetto quando era alle medie, il disboscamento completato nell’88 quando stava all’Università, il primo annuncio di inaugurazione nel 1997, ora dicono che siamo alla fine. Ma ancora dell’acqua non c’è traccia”.

Uno dei problemi che denunciate è l’assenza di merito.
Stella: “Noi siamo in un Paese in cui non si può licenziare nessuno perché c’è una cultura cattolica da una parte e una post-comunista dall’altra”.
Rizzo: “Ma così si divide la società in due, i privilegiati e i non: per esempio, in Sicilia i dipendenti della Regione hanno un regime previdenziale che è completamente diverso da quello dei comuni mortali. Per loro la legge Dini è entrata in vigore anziché il primo gennaio del ’96, il primo gennaio del 2004: per cui loro hanno guadagnato otto anni di sistema retributivo”.
Stella: “La soluzione è fare un patto sociale: non si licenzia nessuno, però bisogna consentire di rimettere in moto la società. Il sindacato si occupa solo di tutelare il diritto costituzionale a essere mediocri. Siccome non tutti possono essere dei fuoriclasse, va tutelato il diritto alla mediocrità, ma il fuoriclasse deve stare in cima”.

Ma spesso i fuoriclasse li lasciamo scappare all’estero.
Stella: “Prendiamo il caso di Antonio Coppola, un terrone – lo dico con affetto – in senso puro. Ha fatto le scuole del Sud e a 18 anni è andato a fare l’ultimo anno del liceo a Hong Kong. Sono arrivate tutte le Università del mondo a cercare di prenderselo, tranne quelle italiane. Alla fine l’asta l’ha vinta Harvard che ha pregato ‘Totonno’ Coppola di venire negli Stati Uniti, offrendogli l’appartamento, la borsa di studio, l’assistenza medica e i biglietti aerei per tornare a trovare la mamma a Pompei. I ragazzi meridionali sono più pronti di altri, ma gli devi dare una scuola che funziona e che non premi tutti”.

Come possiamo tornare a essere competitivi?
Rizzo: “La società concorrenziale si crea eliminando la sabbia che hanno buttato negli ingranaggi. Le nomine per esempio vengono fatte su base amicale. Stabiliamo allora la regola per cui le nomine nelle aziende pubbliche si fanno con i bandi pubblici europei”.

Le regole però devono essere efficienti.
Stella: “Cito David Hume, ‘Si deve supporre che ogni uomo sia un furfante e non abbia nelle sue intenzioni altro fine che l’interesse personale’. Bisogna partire dall’idea che da Vipiteno a Capo Passero devi fissare delle regole, dentro le quali la società cresce”.

Altro bubbone della Sicilia è quello delle partecipate regionali e comunali con 50 mila e passa persone tra consigli d’amministrazione, revisori e compagnia bella che assorbono un mare di risorse.
Rizzo: “Il problema delle partecipate è che spesso e volentieri si sovrappongono a delle funzioni che sono svolte dai Comuni e dalle Regioni. Ci sono dei casi formidabili, come ‘Sicilia Italia lavoro’, una società che era stata creata semplicemente per distribuire un po’ di quattrini agli amici dei politici e a dare un posto a Mario D’Acquisto. Vanno chiuse. Sedi, uffici, affitti passivi sono costi insostenibili”.

Dopo La Casta e La Deriva la denuncia continua.
Stella: “I panni sporchi si lavano in piazza”
“Dio stramaledica Odisseo! L’ex governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, dice di aver individuato il momento in cui cominciarono i guai del Mezzogiorno. Il primo invasore, spiegò un giorno ad Aldo Cazzullo del Corriere della Sera, ‘non è stato Garibaldi; è stato Ulisse. E il primo della lunga serie di scrittori che hanno umiliato i siciliani è Omero. Polifemo era il povero siciliano, un pecoraio che badava al gregge e vendeva il suo formaggio’. Meschinu non conosceva il suo destino. ‘Ulisse arriva dal mare, sconfigge il gigante cattivo, lo acceca, lo lascia per morto, e passa pure alla storia come il civilizzatore buono. Da lì comincia il saccheggio della mia Isola, troppo ricca per non attrarre i predoni”.
“Con tutto il rispetto”, sbotta Gian Antonio Stella al QdS, “non possono essere queste le ragioni per difendere il Mezzogiorno”. Perché il Sud ha, eccome, le sue colpe. Lungi dal vittimismo di maniera di certi politici e imprenditori, di fatto per decenni le classi dirigenti del Mezzogiorno si sono dimostrate incapaci di gestire la “Res publica”, condannando una parte del Paese alla mediocrità.
“Se muore il Sud”, ultima fatica letteraria di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, autori di bestseller come “La Casta” e “La Deriva”, è un coltello. Che affonda la sua lama nel mezzo dei più noti e meno noti problemi che affliggono il Meridione.
Dallo scandalo della Formazione della Sicilia, dove nonostante i soldi a pioggia due giovani su tre affogano senza lavoro, fino alla Campania, in cui è continua emergenza tra rifiuti e cancro. Una fotografia impietosa che non lascia spazio alle interpretazioni.
Gian Antonio Stella, citando Curzio Malaparte, ci spiega in poche parole le ragioni di questo libro: “Il peggior patriottismo è quello di chiudere gli occhi davanti alla realtà e di spalancare la bocca in inni ed ipocriti elogi che a null’altro servono se non a nascondere a sé e agli altri mali vivi e reali. Ne vale la scusa che i panni sporchi si lavano in famiglia: un popolo sano e libero, se ama la pulizia, i panni sporchi se li lava in piazza”. “Questa è la nostra stella polare”.
 


Sergio Rizzo: “Nuove leve e web stanno cambiando in meglio il giornalismo”
Sergio Rizzo (Ivrea, 7 settembre 1956) è un giornalista e scrittore italiano. È nato a Ivrea ed ha origini lucane. è responsabile della redazione economica romana del Corriere della Sera. Oltre alla “Casta”, “La Deriva”, “Vandali” e “Licenziare i padreterni”, scritti insieme al collega Stella, è autore di “Rapaci”, “La cricca” e “Razza stracciona”.
Ma dei mali del Sud, una certa colpa non ce l’ha anche la nostra categoria di giornalisti?
“Assolutamente sì, ed è un problema che riguarda tutta Italia. Purtroppo il nostro è un mestiere che è stato storicamente molto contiguo al potere. Per fortuna oggi ci sono devi giovani bravi, specie al Sud – cito Giacomo De Girolamo che sta in una zona ad altissima densità mafiosa e ogni giorno fa la domanda su Messina Denaro, ‘Matteo dove sei?’ – che sono dei piccoli anticorpi per il giornalismo. Attraverso il web, poi, comincia a circolare un diverso modo di approcciarsi al potere. Questo può cambiare tanto”.
 


Gian Antonio Stella: “Facciamo dei giornali vecchi per i giovani, vanno ripensati”
Gian Antonio Stella (Asolo, 15 marzo 1953) è un giornalista e scrittore italiano. È nato ad Asolo (TV), ma la famiglia Stella è originaria di Asiago. Inviato ed editorialista del Corriere della Sera, dopo essersi occupato di cronaca romana ed interni ed essere stato a lungo inviato nel Nord Est, da molti anni scrive di politica, cronaca e costume. Nel 2007 ha pubblicato “La casta”, scritto con Sergio Rizzo, con oltre 1.300.000 di copie vendute. Tra i suoi libri: “Schei”, “L’Orda”, “Negri, froci, giudei & co.” e i romanzi “Il maestro magro”, “La bambina”, “Il pugile e il canguro”, “I misteri di via dell’amorino”.

Ma perché oggi sono sempre meno i giornalisti che fanno investigazione? Può bastare semplicemente riportare le notizie dell’Ansa? Anche per questo assistiamo a un crollo dei generalisti.
“È vero. Facciamo dei giornali vecchi per i giovani, dobbiamo cambiare il modo di realizzarli”.

Articolo pubblicato il 20 dicembre 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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La copertina del libro
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