Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia � su Twitterrss qds

Quotidiano di Sicilia

Troppe imprese chiudono i battenti
di Oriana Sipala

Secondo l'Osservatorio del gruppo Cerved, nel Mezzogiorno i fallimenti nell'ultimo anno sono aumentati del 12%. Raggiunto un triste record nel 2013: 62 mila procedure di crisi o di liquidazione volontaria

Tags: Fallimento, Impresa, Lavoro, Crisi, Economia



CATANIA - Se c’è un record che si è raggiunto in Italia nel corso dell’ultimo decennio è quello della chiusura delle imprese per fallimento o per liquidazione volontaria. Nel 2013, infatti, si sono raggiunte cifre mai toccate in precedenza, numeri tutt’altro che invidiabili, che non hanno risparmiato nessun settore imprenditoriale e nessun’area geografica del Paese. A rivelarlo è l’“Osservatorio su fallimenti, procedure e chiusure di imprese”, condotto dal gruppo Cerved e aggiornato al novembre 2013. Secondo tale indagine, la corsa delle chiusure aziendali, nel 2013, non ha conosciuto nessuna battuta d’arresto. Nei primi nove mesi dell’anno appena trascorso si parla infatti di ben 62 mila procedure di crisi o di liquidazione volontaria (18 mila solo nel terzo trimestre), ovvero il 7,3% in più di quanto osservato nello stesso periodo dell’anno precedente.

Con particolare riferimento solo ai fallimenti, nel terzo trimestre del 2013 se ne contano più di 2.500: tradotto in termini percentuali parliamo di un incremento del 9,2% rispetto allo stesso periodo del 2012. Prendendo in considerazione i primi nove mesi dell’anno, si sfiorano le 10 mila imprese, ovvero un incremento del 12,1% rispetto al 2012. Come affermato in premessa, i fallimenti si sono registrati in tutti i settori imprenditoriali, senza sconti per nessuno di essi. L’impennata più allarmante si ha per le imprese dei servizi, dove si registra un aumento del 14% rispetto al 2012. Crescono inoltre dell’11,7% i fallimenti nel settore manifatturiero, e del 9,7% quelli legati al settore edilizio.

Da un punto di vista geografico, la variazione più significativa si ha nel Nord Est, che dopo aver registrato una diminuzione delle procedure fallimentari nei primi tre trimestri del 2012, si trova a fronteggiare nel 2013 un aumento del 18%. La situazione è simile anche al Sud e nelle Isole, dove al lieve aumento del 2012 è seguito un più consistente incremento del 12%, registratosi nei primi nove mesi del 2013. Anche al Centro il tasso di imprese chiuse per fallimento si attesta al 12%, mentre nelle regioni del Nord Ovest si attesta intorno all’8,9%.

Quanto alle liquidazioni volontarie, nel terzo trimestre del 2013, 14 mila aziende hanno chiuso i battenti ricorrendo a tale procedura (+5,3% rispetto al terzo trimestre del 2012). Il totale dei casi nei primi nove mesi del 2013 va oltre le 50 mila imprese e fa registrare un incremento del 5,2% rispetto al precedente valore massimo toccato nel 2012. Nello specifico, ad aumentare sono state soprattutto le liquidazioni delle cosiddette “scatole vuote” (+75%), ovvero quelle società che non hanno depositato alcun bilancio nell’ultimo triennio.
 
In aumento, ma con ritmi inferiori, sono anche le liquidazioni delle “vere” società di capitale (quelle con almeno un bilancio valido depositato negli ultimi tre anni). Relativamente a quest’ultima tipologia di società si registrano, nel 2013, aumenti in tutti i macrosettori: per il terziario si parla di un tasso di liquidazioni volontarie pari al 3,2%, per il settore delle costruzioni si parla invece di un tasso del 2,4%, e per quello industriale dello 0,4%. Guardando alle diverse zone del Paese, l’aumento più marcato si rileva nel Nord Ovest (+3,7%), seguito dal Nord Est (+2,6%), dal Centro (+1,4%) e dal Mezzogiorno (+0,9%).
 


L’approfondimento. Numerose anche le procedure non fallimentari
 
Accanto alle imprese che interrompono la loro attività per fallimento o per liquidazione volontaria, ve ne sono molte altre che, nel tentativo di evitare il peggio, ricorrono a procedure non fallimentari di natura preventiva. Parliamo, in altre parole, dei cosiddetti “concordati in bianco”, introdotti con il Decreto Sviluppo 2012. Il concordato viene avviato su iniziativa dell’imprenditore, il quale deposita un ricorso al Tribunale, in cui si esprime la volontà di stilare un piano di risanamento da presentare ai creditori. Si cerca di evitare, in questo modo, l’aggressione del patrimonio dell’imprenditore da parte di questi ultimi.
Nei primi nove mesi del 2013 sono state presentate 3.500 istanze di questo tipo: circa la metà di tali procedure non fallimentari riguarda le imprese del settore terziario, per le quali tra il gennaio e il settembre 2013 si osserva un aumento del 37% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Incrementi considerevoli si hanno anche tra le imprese manifatturiere (+68%) e quelle edilizie (+51%).
Il fenomeno risulta in forte crescita in tutte le macroaree del Paese, con un picco nel Nord Est (+60,5% nel 2013), seguito dal Nord Ovest (+44,2%), dal Sud e dalle Isole (+37,1%) e dal Centro (+31,6%).
 

 
In Sicilia 642 fallimenti nel 2013 e 3.032 a partire dal 2009
 
Nel quadro desolante dei fallimenti la Sicilia, purtroppo, non fa eccezione. Secondo uno studio del Crif, infatti, nella nostra Isola si sono registrati 642 fallimenti solo nel 2013, incidendo nel più generale contesto nazionale del 6,4%. I numeri lievitano di molto se a queste imprese si aggiungono quelle che hanno chiuso i battenti a partire dal 2009. Parliamo di 3.032 imprese che hanno smesso di produrre e di lavorare. Rispetto alle altre regioni, la Sicilia si colloca all’ottavo posto della classifica, preceduta in prevalenza dalle regioni settentrionali, oltre che dalla Campania. La Lombardia, infatti, è la realtà che presenta il maggior livello di sofferenza, con 2.223 fallimenti nel 2013 (l’incidenza sul contesto nazionale è del 22,2%) e 12.194 a partire dal 2009. Numeri impressionanti, che si spiegano anche per il fatto che la Lombardia è tra i territori più industrializzati, dove il rischio di fallimento si estende su una cifra molto più consistente di attività rispetto a quelle presenti in Sicilia. Dopo la Campania (818 fallimenti nel 2013 e 4.504 a partire dal 2009), la Sicilia è la regione del Mezzogiorno che va peggio, seguita da Puglia (464 fallimenti nel 2013), Calabria (271), Sardegna (196), Abruzzo (158), Basilicata (43), Molise (40).

Articolo pubblicato il 11 gennaio 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


comments powered by Disqus