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L’Italia segua l’esempio della Germania: fuori dalla recessione grazie a Schröder
di Oriana Sipala

L’ex cancelliere tedesco lanciò un programma di riforme conosciute come “Agenda 2010”: così salvò il Paese ma non fu rieletto

Tags: Economia, Gerard Schrӧder



BERLINO - La chiamavano il “malato d’Europa” fino a dieci anni fa, adesso tutti la conoscono come la locomotiva del continente. In controtendenza rispetto a tutti gli altri Paesi che adesso sono in recessione, la Germania si è rialzata fino a prendere nelle sue mani il timone dell’Eurozona e a dettare le regole della ripresa. Certo, questo accade tra mille polemiche: c’è infatti chi accusa la Germania di aver imposto ai Paesi europei politiche di austerità troppo severe, che hanno portato a un drastico declino del welfare. Senza entrare nel merito della questione, è comunque un dato di fatto che la Germania, oggi, sia il Paese più forte e più ricco d’Europa, quello che meglio di altri riesce a garantire servizi, lavoro e stabilità.

GLI INDICATORI - Basta guardare ai numeri per rendersi conto di come stiano davvero le cose. Tanto per fare qualche esempio, la Germania (assieme all’Austria) è uno dei Paesi dell’Eurozona a presentare il tasso più basso di disoccupazione. Secondo i dati Eurostat, nel Paese tedesco questa si attesta al 5,2%, contro il 12,7% dell’Italia, il 26,7% della Spagna e il 27,4% della Grecia. E se ancora questi dati non sono sufficienti a convincere i più scettici del ruolo trainante della Germania, possiamo aggiungere quelli del Pil e del debito pubblico. Sempre secondo l’Istituto europeo di statistica, il Pil tedesco ha conosciuto, nell’ultimo trimestre del 2013, un aumento dello 0,7%, mentre in Italia si registra una contrazione del -0,2%. I numeri sono ancora più illuminanti se si parla di debito pubblico. Quello italiano è pari al 133,3% del Pil. Il nostro Paese è secondo solo alla Grecia (che ha un debito pubblico del 169,1%), mentre in Germania si parla di un valore che non va oltre il 79,8%. Ci sarebbe parecchio da dire anche sul cuneo fiscale, che in Germania ha conosciuto una forte riduzione nel giro di dieci anni, passando dal 52,9% al 49,8%. Nel nostro Paese invece si registra la tendenza opposta, crescendo di un punto percentuale tra il 2002 e il 2012 e attestandosi al 47,6% per un single senza figli. Tale valore, secondo i calcoli di Confindustria, arriva a superare quello tedesco e a toccare il 53,4% se si considerano gli oneri legati a Irap, Tfr e Inail.

LA POLITICA - Come ha fatto la Germania a invertire la rotta della recessione interna e a diventare il motore dell’Europa? Angela Merkel appare come la vera artefice della ripresa, ma in realtà l’attuale cancelliera, una volta arrivata al Bundestag, ha solo raccolto l’eredità di chi l’ha preceduta. Gerhard Schr?der è stato leader dell’Spd e cancelliere della Repubblica tedesca dal 1998 al 2005. Durante il suo mandato ha attuato delle riforme, in particolare sul campo del welfare e del mercato del lavoro, che sono sembrate impopolari, ma che hanno salvato la Germania. Uno sguardo lungimirante, quello di Schr?der, che ha saputo vedere al di là dell’immediato, e a distanza di anni i fatti gli hanno dato ragione. Quelle riforme costarono care allo stesso Schr?der, che a fine mandato non fu rieletto. Ma vediamo in cosa sono consistite le misure da lui adottate e perché sono alla base del “miracolo tedesco”.

LE RIFORME - Il pacchetto di riforme volute da Schröder è passato alla storia con il nome di “Agenda 2010”, poiché l’obiettivo era quello di arrivare ai risultati sperati proprio entro il primo decennio degli anni Duemila. Nell’Agenda 2010 rientrano le quattro riforme Hartz (che prendono il nome da Peter Hartz, all’epoca membro del Cda della Volkswagen e consigliere di Schr?der) che, nel complesso, introducono delle novità significative legate al mercato del lavoro. Con l’applicazione di tali riforme vengono rivisti i sussidi concessi ai disoccupati, sussidi che vengono accorpati a quelli sociali e che diventano assegni di sussistenza per persone in cerca di impiego. I disoccupati tedeschi, insomma, per beneficiare di tali aiuti devono dimostrare di essere alla ricerca attiva di un lavoro. Essi vengono quindi sollecitati con delle proposte lavorative che non possono essere rifiutate, pena sanzioni per il disoccupato stesso o addirittura, a seconda dei casi, la perdita del sussidio. L’indennità di disoccupazione viene concessa a chi, nei precedenti tre anni, abbia lavorato almeno 12 mesi, versando i contributi e spetta per un periodo di 12 mesi (esteso a 18 per gli over 55), in misura del 60% dell’ultimo stipendio netto, o del 67% nel caso il disoccupato avesse un figlio a carico. Attraverso la prima riforma Hartz vengono inoltre semplificate le procedure di assunzione tramite la mediazione dei “job center” e delle agenzie interinali.

MINI-LAVORO - Hartz II ha previsto invece l’introduzione dei cosiddetti “mini jobs”, lavori con una retribuzione minima di 400 euro non soggetti a contribuzione. Qualcuno potrebbe obiettare che tali misure non hanno fatto che creare lavoro precario e sottopagato, inutile tra l’altro ai fini pensionistici. Ma bisogna precisare che quei numerosi lavoratori impiegati attraverso i mini jobs, in questo modo, sono in realtà sottratti al lavoro nero e acquisiscono pertanto maggiori tutele e garanzie. La seconda legge Hartz, inoltre, stimola i disoccupati a fondare delle piccole imprese, tramite alcuni benefici fiscali. Con tale legge, infatti, chi crea impresa è esente nei primi quattro anni dall’obbligo di versare contributi alle camere di commercio.

PREVIDENZA E SANITA' - Con Agenda 2010 fu rivisto anche il sistema previdenziale e fu tagliata una lunga lista di spese sanitarie e prestazioni coperte dallo stato, comprese quelle legate all’assenza per malattia dai luoghi di lavoro. Il contributo per il trattamento di malattia, per fare un esempio, con le riforme di Schr?der, viene coperto dallo stato fino al 42° giorno. Superata tale soglia diventa tutto a carico degli assicurati. È ovvio che simili misure non potevano che destare disappunto, ma l’ex cancelliere tedesco non mancò di rimarcare il carattere progressista di tali riforme. Le risorse ottenute dai tagli e dall’accorpamento dei sussidi servirono infatti ad attuare un rilancio dell’economia, attraverso l’aumento degli investimenti nella formazione e l’introduzione di sgravi fiscali. E fu così che si riuscì a salvare la Germania.
 


Disoccupazione al 12,7% contro il 5,2% dei tedeschi

Roma - È di pochi giorni fa la notizia che in Italia si è raggiunto, nell’ultimo trimestre del 2013, un livello massimo di disoccupazione giovanile, il più alto dal 1977. In particolare, i dati Istat parlano di un numero allarmante, che si attesta al 41,6%, contro il 7,5% della Germania (dato Eurostat). Si attesta invece al 12,7% il tasso di disoccupazione generale, un dato più che doppio rispetto a quello tedesco. L’Eurostat ci rivela che nella locomotiva d’Europa i senza lavoro costituiscono solo il 5,2%, e il merito è soprattutto delle riforme di Schr?der. La Germania è seconda solo all’Austria, dove il livello di disoccupazione è pari al 4,8%. La maglia nera, oltre che all’Italia, spetta alla Grecia e alla Spagna, dove la disoccupazione supera ampiamente il 25%, contro una media europea del 12,1%. Queste cifre sono un segnale evidente di come la nostra classe dirigente sia stata incapace finora di attuare misure incisive per rilanciare il mercato del lavoro.

Ma in Italia i problemi ci sono anche per chi un lavoro ce l’ha e si ritrova a bruciare buona parte dello stipendio in tasse da versare allo stato. Il cuneo fiscale italiano è tra i più alti d’Europa (47,6%), e pesa parecchio sia sulle aziende che sulle retribuzioni dei lavoratori. Secondo la Cgia di Mestre, se un operaio guadagna 1.226 euro netti al mese, tale paga al titolare dell’azienda costerà in realtà 2.241 euro, una cifra che deriva dalla somma della retribuzione lorda (1.672 euro) e del prelievo a carico del datore di lavoro (568 euro). Si capisce bene che costi così alti incidono negativamente sulla competitività di un’azienda. In Germania, invece, il cuneo fiscale è pari al 49,8% e supera quindi quello italiano. Tuttavia è importante precisare che in Germania il costo del lavoro pesa più sui lavoratori che sulle aziende, che quindi sono più competitive e possono con maggior facilità impiegare le risorse a vantaggio del lavoratore stesso. Per capirci, su 100 euro di retribuzione netta, 32,9 sono a carico dell’azienda, mentre la restante parte è a carico del lavoratore. Un’ulteriore precisazione da fare è che il cuneo fiscale in Germania è sceso del 6% nel giro di un decennio, mentre in Italia, se si aggiungono gli oneri legati a Irap, Tfr e Inail, si arriva a toccare il 53,4%. Un costo insostenibile per la sopravvivenza delle imprese.
 

 
Debito pubblico al 133,3% del Pil, siamo secondi solo alla Grecia

ROMA - Gli ultimi dati Eurostat sul debito pubblico, per l’Italia, sono tutt’altro che consolanti. Il nostro Paese, dopo la Grecia, è quello che presenta infatti i valori più alti. Nella gloriosa culla della filosofia antica esso è pari al 169,1% del Pil, mentre in Italia si arriva a toccare il 133,3% nel secondo trimestre del 2013. Il dato cresce di 3 punti percentuali rispetto al primo trimestre dello stesso anno e di 7,7 punti percentuali rispetto al secondo trimestre dell’anno precedente. In termini assoluti viene superata la soglia dei 2 miliardi di euro di debito. Il Belpaese si avvicina così al debito tedesco, pari a 2.146 miliardi. C’è da dire, però, che la Germania presenta un contesto economico molto diverso rispetto a quello italiano e un Pil di gran lunga maggiore. In Germania, infatti, nel secondo trimestre del 2013, il debito pubblico in relazione al Pil è pari al 79,8%, un dato tra l’altro in calo. Nel trimestre precedente, infatti, questo era pari all’80,5%, mentre nel secondo trimestre del 2012 era pari all’81,9%. Un trend in discesa, del tutto opposto a quello italiano. In un simile andamento incide senz’altro la variazione del Pil, che cresce in Germania e decresce in Italia.
 
Nel Paese tedesco si è registrato, nell’ultimo trimestre del 2013, un incremento dello 0,7%, mentre in Italia la variazione presenta il segno meno ed è pari a -0,2%. Per la Germania si tratta del miglior trimestre positivo degli ultimi 12 mesi, prova tangibile di una consistente crescita della domanda interna e della spesa pubblica. E mentre la Germania si conferma come potenza economica indiscussa, l’Italia scivola al nono posto della classifica dei Paesi col Pil più alto del mondo (superata dalla Russia), rimanendo nel G8 solo per ragioni politiche. Così vicina, eppure così lontana, la Germania sembra davvero un mondo a parte, un modello verso il quale guardare se si vuole uscire dalla recessione.

Articolo pubblicato il 15 gennaio 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Gerard Schrӧder
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