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Beni confiscati alla criminalità. La Sicilia è ancora in testa
di Fabrizio Margiotta

Nel biennio 2012/2013 l’Isola ha registrato il numero più alto d’Italia di nuovi procedimenti (264). Il distretto di Palermo costituisce il punto di riferimento con 4.632 confische

Tags: Mafia, Beni Confiscati



PALERMO - Non è superfluo, nel 2014, ricordare ancora una volta come si combatte la criminalità organizzata. Tra professionisti e new entry del variegato e incantato mondo dell’antimafia, infatti, i siciliani rischiano sempre più spesso di confondersi, di perdere di vista la regola primaria: la mafia si combatte con i fatti.

Quali sono questi “fatti”? In primis, non esiste lotta alle mafie senza la lotta “economica”: confische e sequestri costituiscono lo strumento privilegiato per danneggiare il malaffare organizzato, e Giovanni Falcone fu il principale rappresentante di questa teoria.

Seguire i soldi per scovare la mafia, privarla del suo patrimonio per colpirla nel profondo. Solo in questa cornice è possibile intuire la grande rivoluzione della legge 109/1996, che ha fornito gli strumenti ideali per regolamentare l’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati, e per garantire il loro monitoraggio permanente, con l’obbligo di una relazione semestrale del Governo al Parlamento.

L’ultima di queste relazioni (a cura della Direzione generale giustizia penale, del ministero della Giustizia) risale al settembre 2013 ed è stata arricchita dalle rilevazioni effettuate nell’ambito di Sippi, il sistema informativo Prefetture e Procure dell’Italia meridionale, che si occupa di gestire tutti i dati relativi ai beni sequestrati e confiscati alle organizzazioni criminali: beni immobili, mobili, mobili registrati, aziende e beni finanziari.

Cosa ci dice la relazione? Innanzitutto che il biennio 2012/2013 ha fatto registrare ben 264 nuovi procedimenti solo in Sicilia, 183 in Campania e, per indicare i dati più interessanti, 88 in Lombardia. Oltre al distretto giudiziario di Palermo, dunque, che conta addirittura 198 nuovi procedimenti, anche Milano non scherza, con i suoi 83 procedimenti. A volere considerare, inoltre, la regione Lazio, i suoi 85 nuovi procedimenti costituiscono una sorpresa rispetto ai 32 del biennio precedente.

Tutto questo significa grande efficienza e lotta capillare alle organizzazioni criminali da parte delle Procure, ma anche diffusione a macchia d’olio dell’area di affari e interessi da parte di Cosa nostra & co. La supremazia siciliana nei dati del Ministero, tuttavia, rimane schiacciante: gli ultimi cinque anni parlano di 852 procedimenti, il 32,6% del totale nazionale, contro i 505 (19,3%) della Campania e i 395 (15,1%) della Calabria, regioni a forte densità criminale in cui, purtroppo, i livelli di omertà raggiungono soglie piuttosto elevate e i collaboratori di giustizia scarseggiano.
 
Per quanto riguarda i beni sequestrati, e considerando che il sequestro rappresenta un atto transitorio, l’ultimo quinquennio parla di quasi 8 mila beni sottratti alle mafie su tutta la penisola, di cui 6 mila solo in Sicilia. I dati relativi alla confisca, provvisoria o definitiva, sono ancora più loquaci: dal 2009 al settembre del 2013, sono 8.119 i beni confiscati in Sicilia, ossia il 31,7% dei beni complessivamente sottratti in Italia (25.620).

A livello distrettuale, è sempre Palermo il punto di riferimento, con 4.632 confische. Per confermare ulteriormente l’assoluto predominio siciliano sui dati nazionali, meritano di essere esplicitati altri numeri importanti: nel biennio 2012/2013, la Banca dati rilevava 25.961 beni registrati in tutta Italia, di cui 8.362 (ossia, più di un terzo) solo in Sicilia, con i soliti numeri vertiginosi di Palermo (6.358 beni inseriti in Banca dati, ma bisogna ricordare che il distretto comprende anche Agrigento e Trapani) e la crescita delle registrazioni nel distretto di Caltanissetta (da 684 a 709 rispetto al 2010/2011).

Nonostante una lieve inflessione generale rispetto al biennio precedente (che fece registrare 10.193 beni registrati), la Sicilia si conferma una terra di confische e sequestri, in cui lo Stato è presente, le cosche sono più isolate, le prospettive di miglioramento esistono e sono tangibili, grazie al progressivo abbattimento del muro di omertà e alla proficua collaborazione con chi, per convinzione o necessità, ha posto fine alla propria esperienza criminale.

Articolo pubblicato il 21 gennaio 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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