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Non trova lavoro chi non ha competenze
di Carlo Alberto Tregua

10.000 opportunità pubblicate
 

Tags: Precari, Lavoro, Disoccupazione



McKinsey, una delle più importanti società di consulenza del lavoro, ha presentato a Bruxelles un rapporto relativo alle competenze e professionalità di chi cerca lavoro, in otto Paesi dell’Unione europea. Le nazioni che stanno peggio tra le otto sono Italia, Grecia, Portogallo e Regno unito.
Ma l’Italia è la peggiore delle quattro perché il 47% dei datori di lavoro italiani riferisce che non riesce a trovare dipendenti adeguati alle necessità in quanto non hanno preparazione ed esperienza. In Grecia la lamentazione è portata dal 45% degli imprenditori, in Spagna dal 33%, in Germania dal 26%.
McKinsey non ha disaggregato i dati italiani fra Nord e Sud, perché, se così avesse fatto, la percentuale di assenza di competenza nel Meridione sarebbe balzata a due terzi di chi cerca lavoro.
Il rapporto ha evidenziato un altro dato molto preoccupante e cioè che i giovani scelgono facoltà universitarie scollegate col  mercato, oppure indirizzate a settori maturi che hanno iniziato la decadenza, perché vi è stato un brusco calo della domanda.

Da questa fotografia così cruda ma reale s’individuano alcune cause che indichiamo. La prima riguarda un’attaccamento a modi di fare, a comportamenti e a sentimenti superati della popolazione, soprattutto quella del Sud, ancorata a due secoli precedenti.
Fra i vecchi modi di pensare il più pericoloso è quello secondo il quale bisogna cercare il posto fisso, meglio ancora se pubblico. Un modo di pensare devastante, soprattutto alla fine del XX secolo e l’inizio del XXI, in cui è cominciata la globalizzazione, che procede a grandi passi mettendo in competizione tutte le parti del mondo.
World trade organization, l’Organizzazione mondiale del commercio, attrae sempre più Paesi del mondo che sottoscrivono regole di concorrenza e abbattimento dei dazi protezionistici che la impediscono. I Paesi aderenti  sono 159 più 25 osservatori.
Gli Stati Uniti, già dal 1992, hanno firmato insieme a Canada e Messico il Nafta (North american free trade agreement), ovvero l’ Accordo nordamericano per il libero scambio, mediante il quale i tre Paesi hanno liberalizzato le transazioni commerciali. Sono in corso trattative per firmare analoghi patti con l’intera Europa e con l’Estremo Oriente. Se gli accordi andranno in porto, la globalizzazione farà un grosso passo avanti.
 
Essa però è temuta da molti e precisamente da quei soggetti economici e dalle imprese che ritengono di esserne schiacciati. Perché? Perché non sono capaci di innovarsi, di adottare moderne tecnologie di processo, perché non ribaltano i vecchi modelli di organizzazione, inserendo efficienza e funzionalità.
Maggiore efficienza e funzionalità significa produrre beni e servizi a prezzi più competitivi, significa migliorarne la qualità e quindi ottenere nello stesso tempo maggiore quantità. Come dire lavorare meglio per produrre di più senza aumentare la fatica.
La globalizzazione è una grande opportunità, per chi vuole migliorarsi e per chi ha fiducia nelle proprie capacità, che consente di battersi ad armi pari.
Ma ci vogliono le competenze e ci vuole la voglia di sacrificarsi e di sudare per apprenderle. Ed è proprio questo il nocciolo della questione.

Quanti giovani hanno voglia di sacrificarsi per imparare nuovi mestieri ed apprendere quanto necessario per poterli trovare?
Vi è una seconda causa dei risultati scoraggianti emersi dal rapporto McKinsey, e riguarda le istituzioni, le quali governano una burocrazia totalmente obsoleta e disinteressata al benessere del Paese e dei suoi cittadini, perché concentrata sui propri egoismi e sui propri interessi personali.
In Sicilia, 65 Centri per l’impiego, a cui si aggiungono gli Uffici provinciali del lavoro, pagano circa 3.000 stipendi ogni mese. A questi si aggiungono altri 1.770 dipendenti degli ex sportelli multifunzionali, con il risultato di produrre il topolino: l’8% dei richiedenti che trovano lavoro. Uffici inutili che servono solo a pagare stipendi a persone demotivate che, non sembri un paradosso, si sentono socialmente inutili, perché non servono nessuno.
Eppure ci sarebbe grande necessità di unire domanda e offerta di lavoro. Il QdS, in questi anni, ha pubblicato quasi 10 mila opportunità che non hanno avuto risposta, un vero peccato. è vero che bisogna rendere flessibile l’ingresso nelle imprese, ma è anche vero che va resa altrettanto flessibile l’uscita.
Per questo occorre attivare un processo di sviluppo che consenta alle imprese di crescere. Così si genera il lavoro, non con le chiacchiere.

Articolo pubblicato il 25 gennaio 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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