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I dipendenti pubblici devastano la previdenza
di Carlo Alberto Tregua

Electrolux sotto il cuneo fiscale

Tags: Eletrolux, Cuneo Fiscale, Impresa, Lavoro



L’Electrolux è una prestigiosa società svedese che opera nel mercato europeo da oltre 100 anni, producendo elettrodomestici bianchi di buona qualità. Ha stabilimenti in tutto il mondo e ovviamente prende decisioni in funzione del conto economico.
In Polonia il costo del lavoro è circa la metà di quello italiano, sia perché i dipendenti percepiscono fra 700 e 800 euro al mese, sia perché il cuneo fiscale incide per circa il 35% anziché per il 120% come accade in Italia.
Nella vicenda citata, amara dal punto di vista umanitario, non abbiamo sentito alcun giornalista di Tv e carta stampata mettere il dito sulla piaga e cioè sul peso enorme che imposte e previdenza hanno sul lavoro, qui nel nostro Paese.
Electrolux ha dichiarato che comunque chiuderà uno stabilimento su cinque e precisamente quello di Porcia. Ma anche gli altri quattro sono a rischio chiusura se i dipendenti non accetteranno di ridurre il loro compenso a circa 800 euro al mese, seppure per sei ore di lavoro al giorno anziché otto. Nelle trattative tra imprese e dipendenti c’è il terzo incomodo ed è lo Stato che, con la sua voracità, impedisce la competitività di prodotti e servizi.

Infatti, un’impresa, per ogni 100 euro che consegna al proprio dipendente ha un costo complessivo di circa 220, tenuto conto di tredicesima, quattordicesima, ferie, vacanze compensative, Tfr, servizi sociali, ove ci sono, e quant’altro. Tutti questi oneri, addizionati a quanto percepisce il dipendente, rendono il costo del lavoro per i datori assolutamente insopportabile e, parimenti, quanto percepito dagli stessi, basso rispetto alla media europea.
Perché lo Stato è così vorace? La risposta è sotto gli occhi di tutti. Spende e spande per un’enormità di canali improduttivi, clientelari, basati sul favoritismo e spesso sulla corruzione. 
L’eccesso di spesa per gli apparati comporta un’enorme pressione fiscale, un’insufficiente qualità dei servizi resi ai cittadini, un’iniquità generalizzata in base alla quale vi sono milioni di persone che ricevono indennità e stipendi senza lavorare.
Uno dei più grossi pesi per il bilancio dello Stato riguarda la previdenza dei dipendenti pubblici, gestita dall’Inpdap che, dal 31 dicembre 2012 è stata traslocata di peso, insieme all’Enpals, all’Inps con la legge n. 214/2011.
 
Un’operazione improvvida che ha mescolato le carte e ha trasformato l’istituto di previdenza privata in un grande carrozzone, cambiando le carte in tavola: infatti il bilancio Inps, che era in attivo di un paio di miliardi, col carico della previdenza dei dipendenti pubblici, è diventato passivo di 9/10 miliardi.
E arriviamo al nocciolo della questione. Il super carico dei dipendenti pubblici sulle casse dello Stato, per i quali non c’è cassa integrazione, non c’è riduzione di orario con ovvia riduzione di compensi, non c’è controllo sulle attività di ciascuno.
Tutto ciò perché ogni settore è volutamente sprovvisto del Piano aziendale, l’unico strumento che farebbe capire se il servizio erogato è efficiente ed economico, così come prevedono la Costituzione e le leggi sulla spesa pubblica.
Ma le risorse finanziarie sono finite, la resa dei conti è arrivata. Se la classe politica, trasferitasi nelle istituzioni in questi 20 anni, non si rende conto della gravità della malattia e della cura da cavallo necessaria per guarirla, sarà travolta, e con essa anche il popolo italiano.

La cura da cavallo è costituita dalla redazione immediata, branca per branca amministrativa (statale, regionale e comunale) del Piano aziendale, ripetiamo, di cui si affida la responsabilità dell’esecuzione a dirigenti capaci e onesti.
Così operando, s’inseriscono elementi di organizzazione che consentono di spendere il necessario e non di più. Così facendo, si vedrebbe un esubero di dipendenti pubblici dei tre livelli, forse vicino al milione, dipendenti che non potrebbero essere mandati a casa. Per loro dovrebbe essere istituita una cassa integrazione pubblica (come quella privata) mettendoli a 700/800 euro al mese.
Non si capisce perché, infatti, vi debba essere questa diseguaglianza fra dipendenti pubblici e privati: i primi sempre salvaguardati, che percepiscono il medesimo stipendio qualunque crisi vi sia, i secondi penalizzati dalle crisi di mercato.
è ora che questa iniquità cessi e che i cittadini italiani siano veramente uguali di fronte alla legge (articolo 3 della Costituzione).

Articolo pubblicato il 04 febbraio 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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