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Basta giochi di palazzo Renzi, premier col voto
di Carlo Alberto Tregua

Quel pasticcio Prodi/D’Alema

Tags: Matteo Renzi



Vi ricordate la staffetta Prodi D’Alema del 1998? L’ex presidente della Commissione Ue fu costretto alle dimissioni perché a D’Alema era venuta la bramosia di fare il primo ministro e da quel furbo che è aveva messo in atto un piano diabolico per far fuori il professore.
Fu un errore clamoroso perché alimentò il principio che fra i partiti si potessero fare giochi di ogni tipo in spregio al mandato popolare. La democrazia parlamentare consente la nomina del primo ministro in occasione delle elezioni, ma è anche vero che i parlamentari sono stati sempre diretti da piccoli gruppi di potere interessati ai loro affari piuttosto che all’interesse generale. Cosicché la congiura di D’Alema ebbe il sopravvento sul governo Prodi.
I cittadini sono stufi dei furbastri e delle loro furberie, non tollerano più questi mezzucci da circo equestre e, disgustati, si astengono in massa dal voto oppure votano quel movimento di protesta inventato dal Comico genovese. 

Il guaio di quanto vi descriviamo è che il ceto politico, rinserrato nel Palazzo, pur sentendosi assediato dall’opinione pubblica, non cambia modo di comportarsi. Cosicché continua nei suoi beceri giochini con il risultato clamoroso che il governo Letta galleggia da quasi un anno, non fa le riforme indispensabili, non taglia la spesa pubblica improduttiva, forse 100 miliardi, con la conseguenza che non ha le risorse sufficienti per diminuire l’enorme peso del cuneo fiscale e previdenziale sul lavoro, né attivare gli investimenti indispensabili per creare occupazione.
Gli esercizi verbosi di tanta gente, che continua a percepire 200/300 mila euro all’anno, sono nauseanti perché dietro questa esibizione non c’è alcuna volontà di servire i cittadini e tutti costoro continuano nella loro rappresentazione, ormai macabra, di cadaveri politici viventi che non si accorgono della loro prossima cessazione.
In questi giorni è venuto fuori il supposto scoop secondo il quale il Presidente della Repubblica aveva sondato la disponibilità di Mario Monti a diventare primo ministro quando aveva subodorato che il governo Berlusconi non era più in condizione di reggere. Sembra del tutto pacifico che il capo dello Stato debba costantemente monitorare la situazione politica per non farsi sorprendere.
 
Molti mezzi di comunicazione stanno cercando di intossicare l’opinione pubblica fornendo un’informazione che riteniamo destituita di fondamento e cioè che Matteo Renzi possa sostituire Enrico Letta secondo il modello D’Alema/Prodi, prima indicato. Siamo convinti che questo non accadrà perché se il sindaco di Firenze dovesse cadere in questo errore marchiano, l’opinione pubblica lo penalizzerebbe, perché confermerebbe di non essere diverso dagli altri.
Non crediamo che ciò accadrà. Riteniamo invece che Renzi manterrà fede alla sua parola: accettare l’incarico di primo ministro solo dopo il voto. Infatti, la geografia parlamentare sarà profondamente cambiata con l’utilizzazione dell’Italicum e la trasformazione dell’attuale Senato in Camera delle Autonomie.
Fra pochi mesi le elezioni europee daranno indicazioni sul futuro prossimo. Se non verranno fatte le quattro o cinque riforme fondamentali, non è azzardato prevedere che Grillo potrebbe vincere la contesa, con ciò scardinando i resti delle istituzioni e dei loro inquilini rimasti sordi alle istanze del popolo italiano.

Quando alcuni ciarlatani dicono che ai cittadini non importa nulla della nuova legge elettorale o delle riforme costituzionali, mentono per prendere tempo. Infatti, nessuna riforma potrà essere fatta dall’accozzaglia di partitocrati che oggi governano l’Italia. Ci vuole una solida maggioranza che abbia una linea forte e impopolare, capace di tagliare le unghie alle corporazioni e ai tanti privilegiati che stanno rovinando l’Italia. 
Ripetiamo che la prima riforma da fare è quella della spesa pubblica: se non si recuperano risorse non si può intervenire sul taglio delle imposte per aumentare i consumi né per gli investimenti. Siamo ormai a redde rationem. Improvvidi sono coloro che pensano d’imporre all’Unione europea un minore rigore, che significherebbe ancora disordini nei conti di alcuni Stati membri.
Si dimentica che dal primo gennaio 2015 entra in vigore il Fiscal compact che dovrà tagliare 50 miliardi di debito pubblico italiano. Ci vuole una svolta decisiva oppure sarà l’ecatombe.

Articolo pubblicato il 12 febbraio 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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