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Lo Stato non vuole il casinò in Sicilia ma poi fa giocare tutti on line
di Rosario Battiato e Antonio Casa

Cadute le ipocrisie che hanno bloccato l’apertura a Taormina. La sala da gioco serve al turismo
 

Tags: Casinò, Turismo, Regione Sicilia, Taormina, Palermo



C'è una storia ancora più antica del Ponte sullo stretto che pesa come un macigno sulla coscienza dello stato centrale. C'è una legge da Stato etico, per dirla alla Hegel, che punisce il gioco d'azzardo, ma che in realtà finisce soltanto per confermare la disparità di trattamento che affligge e punisce, dalla nascita dello stato unitario in poi, una parte del Paese rispetto ad un'altra.
 
L'ennesimo squarcio nella dignità degli isolani, perpetrato con la colpevole connivenza dei nostri rappresentanti locali, è certamente il caso dell'apertura dei casinò in Sicilia. Adesso che il gioco d'azzardo online produce cifre da capogiro, aiutato dai centri scommesse e dalle macchinette, e che la malavita è pienamente integrata nel giro, sono pietosamente cadute anche le ultime ipocrite scuse che giustificavano la mancata apertura di uno o più casinò nell'Isola.
 
Dev'essere un vizio dei nuovi. Raffaele Lombardo aveva inserito nel patto pre-elettorale con Silvio Berlusconi, all'epoca premier, un accordo per la riapertura del casinò di Taormina. Scorrendo ancora più indietro l'archivio regionale troviamo un ordine del giorno, approvato il 22 febbraio del 2005, che impegnava il presidente della Regione, all'epoca era Totò Cuffaro, a intraprendere le iniziative utili per la riaperture di una o più case da gioco in Sicilia. Una storia, insomma, che si trascina da quasi mezzo secolo, quando la magistratura chiuse il casinò gestito da Mimì Guarnaschelli a villa Mon Repos.
 
Dati questi precedenti illustri, non poteva mancare il consueto interventismo di Rosario Crocetta che, stimolato a fine luglio da una dichiarazione di Michela Stancheris, assessore al Turismo della Regione, aveva dichiarato di essere pronto a predisporre una task-force di legalità attorno ai casinò che “apriremo sicuramente”. Quindi non un kursaal, così come era stato quello storico di Taormina, ma dei veri e propri casinò sullo stile dei quattro già presenti in Italia a Campione, Saint-Vincent, Sanremo e Venezia. Probabilmente le stilettate di Crocetta non hanno più la verve dei primi mesi di governo e non ispirano più la fiducia dei siciliani, ma in questo caso la proposta del governatore potrebbe essere arrivata nel clima migliore per una effettiva approvazione.
 
C'è una ragione normativa. I quattro casinò attualmente presenti sul territorio italiano furono autorizzati da un semplice decreto legge (almeno per i primi tre) poi convertiti in legge per dare “facoltà al ministero dell’Interno di autorizzare, anche in deroga alle leggi vigenti (il gioco d'azzardo è vietato in Italia, ndr), purché senza aggravio per il bilancio dello Stato” i rispettivi Comuni “ad adottare tutti i provvedimenti necessari per poter addivenire all’assestamento dei loro bilanci ed all’esecuzione delle opere pubbliche indilazionabili”.
 
I quattro decreti furono adottati senza un'espressa deroga al codice penale – spiegano in un report redatto dall'Anit, l'associazione nazionale per l'incremento turistico – e questa anomalia “fu rilevata dal Consiglio di Stato durante il dibattimento processuale che vide protagonisti, da una parte la società A.T.A. (all’epoca concessionaria del casinò di Sanremo), dall’altra il Comune di Sanremo e il ministero dell’Interno”. Anche la Corte Costituzionale fu chiamata per due volte in causa a seguito di ricorsi presentati dal Comune di Bagni di Lucca (dove oggi ha sede un casinò tutto elettronico) insieme con Taormina e con l’Anit, ed ebbe a manifestare perplessità circa la legittimità dei criteri normativi adottati, invitando il Parlamento, in entrambe le occasioni, “a intervenire per una disciplina organica del comparto”.
 
Basti pensare che ben due sentenze della consulta – la n.152 del 6 maggio 1985 e la n. 291 del 22 maggio 2001 – hanno messo in luce “la disorganicità” dei provvedimenti autorizzativi, giungendo perfino a censurare i criteri di utilizzazione dei proventi realizzati attraverso le attività del gioco. Appena il 24% dei ricavi netti del casinò di Campione d'Italia finisce nelle casse del ministero dell'Interno, mentre tutte le altre ricadute economiche e fiscali, oltre che occupazionali – i casinò danno direttamente e indirettamente lavoro a circa 3 mila persone – finiscono ai Comuni.
 
Un beneficio tutto settentrionale che, anche a fronte della crisi denunciata dai gestori in seguito alla legge antiriciclaggio che ha messo il limite di mille euro per l'utilizzo del contante, i ricavi nel 2012 sono stati sostanziosi: 250 milioni di incassi per Sanremo, 76 milioni per Saint Vincent, 91 milioni per Campione d'Italia, 122 milioni per Venezia (in calo di 24 milioni rispetto all'anno precedente). Senza considerare l'indotto della ricezione e della ristorazione per i turisti.
 
Oggi sul tavolo della proposta siciliana ci sono anche quelle ragioni territoriali ed economiche che portarono all'apertura in deroga dei quattro casinò: la concorrenza di altre realtà vicine. Se i rivali di ieri erano Francia, Germania e Svizzera, il diretto avversario di oggi, per la Sicilia, si chiama Malta, a 90 chilometri dalla costa sicilianae sede di un casinò abitualmente frequentato dai siciliani e dai turisti europei.
 
Ad inizio anno il Comune di Taormina, insieme con l'Anit, ha presentato una richiesta al ministero dell'Interno, facendo leva sull'articolo 31 dello statuto Speciale siciliano in materia di ordine pubblico. Niente si ottenne con la Cancellieri e probabilmente niente si otterrà anche col suo successore al Viminale, quell'Angelino Alfano che, a fine luglio, pungolato sul tema da Crocetta ha risposto con un evasivo “vedremo”.
 
Eppure sono cadute le vecchie ipocrisie sul controllo del gioco d'azzardo – oggi le ludopatie si concentrano piuttosto sul gioco virtuale con denaro vero - visto che, tanto per fare un esempio, nel 2011, tra online (anche i casinò terrestri come Venezia e Sanremo hanno un sito da gioco virtuale) e macchinette da bar e lotto, in Italia si è mobilitato un capitale da 70 miliardi di euro, pari a quasi il 5% del pil nazionale.
 
Cade anche la vecchia scusa degli interessi della criminalità organizzata. Secondo Libera, che l'ha scritto nel dossier Azzardopoli, il gioco illegale movimenta ogni anno 10 miliardi di euro e vede coinvolti 41 clan tra mafia, camorra e n'drangheta. Anche in Sicilia, nonostante non ci siano dei casinò terrestri.

Articolo pubblicato il 12 febbraio 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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