Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia Ŕ su Twitterrss qds
Quotidiano di Sicilia
Il QdS sul tuo smartphone
Scegli la tua app

Palermo - Vertenza Almaviva: tante ipotesi senza alcuna soluzione concreta
di Gaspare Ingargiola

Continua la ricerca di un immobile adatto alle esigenze dell’azienda. Nuovo incontro il 24 febbraio. No allo spostamento nel bene confiscato di via La Malfa, ritenuto inadeguato

Tags: Palermo, Almaviva, Lavoro



PALERMO – Colpo di scena nella vertenza Almaviva contact, il colosso della comunicazione che nel capoluogo siciliano gestisce i call center di marchi del calibro di Sky, Wind, Alitalia, Tim e Telecom. Durante l’ultimo vertice in Prefettura l’azienda ha rifiutato il bene confiscato di via Ugo La Malfa prospettato per settimane come possibile sede unica in cui riunificare i due call center di via Cordova e via Marcellini. Almaviva non lo ha ritenuto adeguato alle proprie esigenze e ha rivelato che in ogni caso non sarebbe sufficiente a risollevare le sorti dell’azienda. Insomma, non basta un semplice trasloco a salvare quasi cinquemila lavoratori tra contratti a tempo indeterminato e a progetto.

“Noi sindacati – ha affermato Claudio Marchesini dell’Ugl - questa cosa la ribadiamo da tre anni, ma nessuno ci ha ascoltato. I fenomeni della delocalizzazione e del dumping (la vendita all’estero di una merce a prezzi inferiori a quelli praticati sul mercato interno, nda) rischiano di far collassare l’azienda in sei o sette mesi e per la sede di via Ugo La Malfa ci vorrebbero tanto denaro e almeno due anni di cantiere: un tempo che noi non abbiamo più”.

“Non solo – ha concluso conclude Marchesini – nella vertenza va considerato anche l’indotto: almeno 22 mila addetti alla comunicazione sparsi in tutta l’Isola che risentirebbero a cascata della crisi Almaviva, perdendo il posto di lavoro”.
La partita in gioco è duplice: a livello locale la Regione, l’Agenzia dei beni confiscati, Confindustria e Comune di Palermo lavorano alla ricerca di un immobile che possa ospitare tutti i lavoratori nel più breve tempo possibile e senza grossi costi di ripristino. E in tal senso il prossimo incontro si terrà il 24 febbraio.

A livello nazionale, invece, la questione è molto più complessa: prima i sindacati e poi il deputato di Sel Erasmo Palazzotto hanno chiesto agli ormai ex ministri allo Sviluppo economico, Flavio Zanonato, e quello del Lavoro, Enrico Giovannini, di intervenire anche a livello comunitario sui meccanismi di delocalizzazione e dumping “per soccorrere e rilanciare l’attività di un’azienda che è un caso unico in Sicilia, perché invece di andare via, come hanno fatto altre aziende, vuole restare”, così come hanno precisato Mimmo Milazzo e Francesco Assisi, segretari rispettivamente della Cisl Palermo Trapani e della Fistel Cisl Palermo Trapani.

Durante un’interrogazione alla Camera Palazzotto, palermitano di nascita, ha sintetizzato bene la questione a Zanonato: “In questo caso – ha detto - la crisi non è frutto della generale congiuntura economica ma riguarda anche l’avvio dei processi di delocalizzazione che hanno portato diversi clienti del call center a delocalizzare in Paesi dove il costo del lavoro e i diritti sono ampiamente ridotti”. Dal canto suo, Zanonato ha replicato asserendo che “la vertenza era già all’attenzione del Ministero. Già il 31 maggio scorso, per far fronte alle ricadute occupazionali, l’azienda ha deciso di attivare, d’accordo coi sindacati, i contratti di solidarietà all’interno di un piano complessivo di riorganizzazione. Inoltre, fino al 31 maggio di quest’anno il ministero del Lavoro garantirà la corresponsione del trattamento di integrazione salariale in favore dei lavoratori dipendenti della società per l’unità di Palermo e le altre unità produttive di Misterbianco, Roma e Napoli”.

Quali sono quindi le soluzioni? L’azienda ha ribadito ancora una volta di non voler lasciare Palermo e di lavorare al trasferimento della sede legale nel capoluogo siciliano. Il problema non è più il rischio esuberi ma un Piano industriale sostenibile che consenta di ammortizzare o ridurre il costo del lavoro: “Per esempio – ha spiegato ancora Marchesini – applicando la normativa europea antidumbing che consente agli utenti di scegliere fra l’opzione operatore italiano e l’opzione operatore estero. E poi si potrebbero rivedere i contributi che l’azienda versa per gli ammortizzatori e che sono i più alti del settore”. 

Articolo pubblicato il 15 febbraio 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


comments powered by Disqus

´╗┐