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La Sicilia conta 180 mila famiglie in stato di povertà assoluta
di Serena Giovanna Grasso

Rivista online StrumentiRes: al di qua dello Stretto il 27% dei residenti è relativamente indigente. Nell’Isola 670 mila senza lavoro: 351 mila che non lo cercano e 319 mila disoccupati

Tags: Economia, Crisi, Povertà



PALERMO – Ad oggi gli effetti dirompenti della crisi continuano a dilagare in Italia, ma soprattutto in Sicilia, regione che si conferma ancora una volta “Cenerentola d’Italia”. Ebbene sì, l’Isola è la regione più povera in assoluto.
Secondo i dati pubblicati sulla rivista online della Fondazione Res “Strumenti Res” dal titolo “Rigenerazione urbana, mercato del lavoro e povertà: welfare without rights o nuovo welfare?” relativi agli interventi prestati da Mario Centorrino, Piero David e Antonella Gangemi al Seminario Svimez emerge che in Sicilia è presente la più alta percentuale di povertà relativa, ma soprattutto di povertà assoluta.

Cercando di dare una definizione minima di povertà relativa possiamo affermare che è quel parametro capace di esprimere la difficoltà nella fruizione di beni e servizi in rapporto al livello economico medio di vita dell’ambiente e della nazione. Nell’Isola la soglia di povertà relativa per una famiglia di due componenti è pari a 991 euro. Il 27% dei residenti in Sicilia versa in uno stato di povertà relativa.

Per quel che invece attiene all’altra faccia della povertà, quella assoluta, la faccenda si fa ancora più drammatica in quanto consiste nell’impossibilità di sopperire a quei beni e servizi che per una determinata famiglia sono considerati imprescindibili ed essenziali al fine di condurre una vita con standard minimamente accettabili. Associati alla definizione di base, al fine di calcolare il reddito che definisce una famiglia in stato di povertà assoluta, è necessario considerare anche questi ulteriori caratteri: numero ed età dei componenti, ripartizione geografica e ampiezza demografica del comune di residenza.
 
In Sicilia, una famiglia di due componenti aventi età compresa tra i 18 e i 59 anni versa in uno stato di povertà assoluta quando il loro reddito è pari a 844 euro mensili. In Italia ammontano a 4 milioni e 827 mila le persone che versano in uno stato di povertà assoluta, nostro malgrado, la metà di queste si trova nel Meridione con una quota pari a 2 milioni 347 mila (nel 2011 erano 1 milione e 828 mila, mezzo milione in meno).

Altro aspetto, quasi del tutto assente nella maggior parte delle statistiche è costituito da quella fascia della popolazione non categorizzata come povera in senso assoluto, né relativo, ma rischia di diventarvi e per correre ai ripari va alla sfrenata ricerca di cibi scontati, abiti usati, scarpe risuolate, auto abbandonate dai carrozzieri e dai meccanici.

Entrando nello specifico e cercando di fornire un identikit quanto più dettagliato del “povero tipo”, possiamo affermare che nella maggior parte dei casi è rappresentato dalle forze di lavoro potenziali, le quali non cercano attivamente lavoro, ma vorrebbero lavorare, che in Sicilia costituiscono il 30% degli occupati. Questa componente non fa altro che ingrossare le fila dei disoccupati che da una base percentuale del 18,69%, con questa “correzione” lievitano al 32,8%. Tramutando le percentuali in numeri, rileviamo come in Sicilia risiedano 319 mila disoccupati e 351 mila forze di lavoro potenziali, in tutto 670 mila persone senza lavoro.

In definitiva, in Sicilia si contano 547 mila famiglie in stato di povertà relativa (il 27% dei residenti) e 180 mila in stato di povertà assoluta. Addirittura a Palermo e provincia 100 mila persone hanno un reddito pari a zero.


Precari pubblici a rischio povertà. Principali soggetti: Lsu, Pip e Asu

Secondo gli autori dell’articolo della rivista “StrumentiRes” soggetto di potenziale povertà è rappresentato dall’area del precariato pubblico a carico della Regione. Si tratta di 18 mila Lsu (Lavoratori socialmente utili) collocati negli enti locali, 700 contrattisti della stessa Regione, 3 mila Pip (ex Piani di inserimento professionale di Palermo), 1000 operai di Consorzi di bonifica, 8 mila Asu (ex Attività socialmente utili), ottomila dipendenti nel settore della formazione professionale a finanziamento pubblico. Ed ancora, 2.000 dipendenti addetti agli sportelli multifunzionali a supporto delle Agenzie per l’impiego. Dunque, circa 42 mila addetti, un numero inferiore a quello del comparto industriale siciliano e due volte e mezzo quasi nel numero dei dipendenti della Regione Sicilia (17.700). L’età dei precari pubblici è prevalentemente compresa tra i 40 e i 50 anni.


I falsi. La Sicilia è la regione a maggiore rischio evasione fiscale

Certamente è impossibile negare il gravissimo dissesto finanziario che investe la Sicilia, ma a volte si potrebbe trattare di un dissesto del tutto “apparente”. Secondo la classifica del Sole 24 ore stilata nell’agosto 2013 relativa al rischio evasione, gli ultimi cinque posti in classifica sono ricoperti da province siciliane (nell’ordine Ragusa, Agrigento, Catania, Trapani e Messina). Stessa prospettiva riguarda le altre province siciliane relegate nella seconda parte della classifica (Siracusa al 91°posto, Enna e Caltanissetta ex aequo all’86° posto), con altrettanto elevati rischi di evasione. L’unica eccezione per la Sicilia è costituita da Palermo che si trova nella prima parte della classifica al 43° posto, molto probabilmente conseguenza dell’elevata percentuale dell’impiego pubblico tra i contribuenti (precari compresi). Secondo dati elaborati dal Cerdfos, Centro Studi della CGIL, i lavoratori non contrattualizzati in Sicilia sarebbero 300 mila . Il 35% di essi è costituito dagli addetti all’assistenza delle famiglie, il 25 % è impiegato nell’edilizia ed una percentuale uguale nel settore delle imprese di pulizia, un 10% in agricoltura, un 20% tra commercio e turismo ed un 5% nell’industria manifatturiera. Le tasse evase ammonterebbero ad un miliardo. Altrettanto responsabili di evasione risultano essere i lavoratori cosiddetti in grigio, cioè coloro i quali ricevono solo una parte dello stipendio ufficiale o sottopaghe rispetto al tipo di prestazione richiesta.

Articolo pubblicato il 09 marzo 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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