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Quotidiano di Sicilia

Avi trent’anni ca’ facemu Autonomia
di Carlo Alberto Tregua

Mentri ca’ i politici s'annacavanu

Tags: Autonomia



Ci volevano Bossi e Calderoli per introdurre il Paese sulla strada del federalismo, dal momento che i principali partiti di maggioranza e di opposizione, nonché quelli ormai spariti di sinistra, non hanno mai avuto intenzione di spossessarsi dei privilegi di chi si insedia a Roma, coniugando l’utile di alti compensi e indennità con il dilettevole di divertimenti e allegre compagnie.
La carne è debole, si sa, e di fronte alle generose profferte di questo e di quella cede, perché tutti non sono come San Francesco. Persino Agostino di Tagaste, vescovo di Ippona, poco prima della conversione dice al Signore: “So che debbo diventare casto, ma non subito subito”.
I politici siciliani s’annacavanu, cioè, detto in termini borbonici, hanno fatto a’ muina in questi sessant’anni. Hanno fatto finta di alzare la voce, di difendere l’autonomia siciliana sancita dalla Costituzione, ma in effetti hanno sempre ceduto alla pressione e agli interessi romano-centrici subordinandovi quelli dei siciliani.

Avi trent’anni ca’ facemu Autonomia, cioè tre decenni nei quali abbiamo ribadito, prima ogni settimana e poi ogni giorno, la necessità di svegliare l’orgoglio siciliano, partendo dal ribaltamento della falsa storia che ci hanno insegnato a scuola e appurando fatti e circostanze dell’Unità d’Italia, che hanno fortemente penalizzato la nostra Isola.
La grave responsabilità della classe dirigente siciliana, feudatari, politici, banchieri e via elencando, è stata quella di mettersi al servizio dei poteri piemontesi prima e di quelli romani dopo. Non estranea all’iniziativa di Cavour è stata la massoneria britannica, dal momento che l’isola di Albione aveva molti interessi in Sicilia con importanti famiglie di imprenditori.
La rilettura della storia sta facendo affiorare la verità, cioè l’annessione pura e semplice della Sicilia al novello Paese. Da questo fatto nacque l’anelito indipendentista dei nostri avi e da lì l’inserimento dello Statuto siciliano, senza alcuna correzione, nella Suprema Carta.
 
Fare autonomia significa ripristinare l’Alta Corte, illegittimamamente cancellata dalla Corte costituzionale; significa rendere operativo il coordinamento delle forze dell’ordine da parte del Presidente della Regione; significa revocare le concessioni alle raffinerie, se non viene riconosciuto il pagamento delle accise alla Regione siciliana.
Fare autonomia, significa mettere le proprie carte in regola cioè riorganizzare i servizi della Regione e degli Enti locali sulla base di costi standard europei e nazionali; significa mettere la Regione ed i Comuni online; significa tagliare con l’accetta tutte le spese clientelari e passare alla realizzazione di progetti strategici in grado d’attrarre  investimenti da tutto il mondo.
Fare autonomia significa approntare un sito accattivante, nel quale si stendono figurativamente tappeti rossi per accogliere imprenditori e turisti stranieri con maggiordomi in livrea, che parlino quattro lingue e capaci di interfacciarsi con tutti gli ospiti.

Fare autonomia significa mettere al primo posto i valori di merito e responsabilità nelle pubbliche amministrazioni regionale e locali, secondo i quali i bravi vanno avanti e guadagnano di più mentre fannuloni e condannati in via definitiva vengono licenziati, cosa che in atto non accade.
Avi trent’anni ca’ facemu autonomia quando altri non ne parlavano neanche, ma non vogliamo alcun merito di primogenitura. Ci accontentiamo di constatare che ormai la questione è diventata di interesse generale e che una buona parte del ceto politico si muove verso questo vecchio, ma nuovo indirizzo.
Dispiace che quello siciliano non faccia alcunché affinchè questo nuovo corso venga riportato nei diversi spazi delle televisoni nazionali ove dilagano direttori di quotidiani del Centro e del Nord, insieme a commentatori settentrionali.
Sarebbe opportuno che anche i direttori di quotidiani meridionali e commentatori isolani esprimessero, alla stessa maniera, il punto di vista di chi guarda l’Italia da Sud. Perché i siciliani non hanno l’anello al naso e sanno valutare gli eventi con equilibrio.

Articolo pubblicato il 26 settembre 2009 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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