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Prostituzione, un business miliardario per la malavita e i vicini dellÂ’Italia
di Antonio Leo

Le lucciole in Italia sarebbero 50-70 mila, spesso alla mercé dei papponi. L’ipocrisia del nostro sistema senza regole e sicurezza, mentre in Germania il giro d’affari regolamentato vale 14,5 mld €. La proposta Pd: prostitute libere professioniste

Tags: Prostituzione



A Catania le puoi vedere ballare sul limitare della centralissima piazza Europa, nelle fredde notti d’inverno così come nella calura delle sere estive, con addosso soltanto qualche centimetro di cotone. Stanno lì sui marciapiedi, sotto i palazzi della città bene, a perpetuare quel mestiere che si dice sia il più antico del pianeta.

Sono le lucciole, lavoratrici della strada che nella cattolicissima Italia allietano le ore di nove milioni di uomini, catturati da quel sesso che consola “quando l’amore non basta”, per dirla con Gabriel Garcia Marquez.

Dati certissimi sul numero delle puttane, “tristi” o meno, sfruttate o sex workers per scelta, non ce ne sono in Italia. Nel 2010 la Commissione affari sociali della Camera stimò il loro numero in 50-70 mila, di cui la stragrande maggioranza (il 65%) lavorerebbe all’aperto, lungo viali e autostrade.

Alcune di loro sono schiave: non soltanto lasciano gran parte dei loro proventi ai magnaccia di turno, ma sono costrette a prostituirsi con l’uso della violenza, di minacce e ricatti. Se avessero scelta insomma, mai darebbero via il corpo per danaro.

Lo scorso febbraio a Messina i Carabinieri sono riusciti a sgominare una rete criminale che gestiva sei case di appuntamento, con metodi che definire barbari sarebbe riduttivo. Basti pensare che una delle donne era costretta, dal proprio convivente, a concedersi ai vari clienti, subendo una vera e propria coercizione fisica e psichica, a causa del suo stato di debolezza mentale. Da questi gironi dell’inferno i papponi instascavano 1.000 euro al giorno.

Secondo il Parsec - un Consorzio che da anni studia il fenomeno nel nostro Paese, anche attraverso attività sul campo - le schiave sarebbero il 10-15% del totale, un altro 10-15% sarebbero totalmente indipendenti e volontarie, mentre il restante 70-80% è composto da lucciole che si prostituiscono volontariamente, ma sotto la protezione di organizzazioni criminali alle quali versano una quota significativa dei loro guadagni.

Quello della prostituzione è un business non indifferente, a cui lo Stato italiano ha dato la risposta che è solito dare ai propri problemi: girarsi dall’altra parte. Non si potrebbe, ma si fa. Da quando la legge Merlin (la n. 75 del 20 febbraio 1958) ha abolito le case chiuse, il mercato del sesso è entrato in un limbo tra il lecito (per lo più il tollerato) e l’illegalità. Perché il sistema cosiddetto abolizionista non proibisce e punisce penalmente la prostituzione (sebbene la censura moralmente), ma condanna il favoreggiamento, l’induzione, lo sfruttamento, nonché la prostituzione minorile. In pratica si tollera la prostituzione all’aperto e si colpisce quella al chiuso.

Questa via ibrida - priva di regolamentazione - ha di fatto creato il terreno fertile per le mafie. E ha soprattutto dato inizio alla tratta delle prostitute, donne - in prevalenza extracomunitarie (l’85% del totale in base ai numeri del Parsec) - fatte schiave in cambio di documenti falsi, mezzi di locomozione e un posto dove dormire. Altre statistiche del Gruppo Abele e della Caritas italiana (un po’ vecchiotti in quanto risalgono al 2008, ma tant’è) ci informano che le persone trafficate in Italia sarebbero tra le 19mila e le 26mila ogni anno. Il prezzo medio di una prestazione è di 30 euro, per un giro d’affari mensile di 90 milioni di euro (stima al ribasso: sempre la Commissione affari sociali della Camera dei deputati nel 2010 ha calcolato 5 miliardi di euro l’anno). Ancora, secondo la Caritas, una donna prostituita “rende” al suo pappone dai 5 ai 7mila euro al mese (il 70-80% del suo ricavato si legge nella relazione al ddl presentato al Senato, di cui all’articolo in basso).

La via italiana dunque è opinabile per almeno tre motivi: gli incassi della prostituzione sfuggono al fisco, alimentano le casse della malavita e soprattutto nessuna tutela è prevista per la salute e la sicurezza delle donne, abbandonate per strada alla mercé degli sfruttatori.

Non solo, ma l’Italia perde anche i capitali che molti cittadini portano all’Estero, nei Paesi di confine, dove il mercato del sesso è regolamentato, sicuro e salubre. Fra Tarvisio, in provincia di Udine, e Hohenthurn, cittadina austriaca, ci sono solo pochi chilometri. Solo dieci per la precisione separano gli italiani dal mega centro a luci rosse costruito per attrarli come le api con il miele. Basta scrivere su google il nome di questo paesino di ottocento anime e la prima parola che spunta accanto è “bordello”.

Sempre da quelle parti, a Villach, c’è un altro locale dove i connazionali arrivano a flotte, non solo con le proprie automobili ma anche con pullman organizzati. La quota d’ingresso è di 100 euro, poi ci sono le prestazioni che vanno dai 70 euro in su. Tutti i soldi che finiscono nelle casse austriache.

Altra meta della libidine è quella che è stata definita la Thailandia d’Europa, l’austera Germania di Angela Merkel, dove dal 1° gennaio 2002 le lucciole sono libere professioniste come gli avvocati, i medici o gli architetti, e pagano le tasse. Qui i reati sono solo due: quando una prostituta evade il fisco o nel caso di sfruttamento (il che si verifica se il gestore di un bordello trattiene più del 50% dei profitti della lavoratrice). Questa legislazione ha quasi azzerato la presenza dei magnaccia: solo 32 i casi scovati nel 2011 dalla polizia tedesca.
 
Secondo quanto riportato in un’inchiesta di Panorama del 10 luglio 2013 si stima che il sex business germanico fatturi oltre 14 miliardi l’anno (di cui almeno 2 finiscono nelle casse dello Stato). Soldi che in buona parte arrivano dai portafogli italiani, tanto che al giornalista Andrea D’Addio una sex workers ha rivelato: “Siete tra i clienti stranieri che passano di più da queste parti… così imparare qualcosa della vostra lingua è diventato necessario”.

Anche l’Olanda, dove la prostituzione è legale e regolamentata, attrae numerosi turisti del sesso. Solo ad Amsterdam il giro d’affari sottoposto a tassazione è di 75-80 milioni l’anno.

Certo va precisato che in Europa non c’è unanimità di vedute sull’argomento. Paradossalmente i Paesi più “liberisti”, come la Svezia, hanno scelto la via più dura, quella definita proibizionista-criminalizzante. In questo caso si considera la prostituzione come un comportamento lesivo della dignità della persona, soprattutto del corpo femminile soggetto alla violenza maschile attraverso il denaro. Il sistema svedese punisce, infatti, il cliente anche quando la donna sia consenziente. È un approccio forse eccessivo, che non tiene conto di chi liberamente sceglie di prostituirsi, ma di certo è una scelta meno ipocrita di quella italiana.


La proposta del Pd: prostitute libere professioniste che pagano le tasse e hanno diritto alla pensione

Zone di tolleranza, possibilità di associarsi, iscrizione alla Camera di Commercio. A ripensare la prostituzione come una libera professione, al pari di avvocati o medici, è il disegno di legge 1201, presentato al Senato della Repubblica il 10 dicembre scorso dalla senatrice del Pd, Maria Spilabotte, e cofirmato da un gruppo bipartisan composto da altri senatori democratici nonché da singoli esponenti delle opposizione come l’ex grillino Battista e la forzista Alessandra Mussolini (il cui marito, ironia della sorte, è coinvolto nella brutta faccenda delle baby prostitute). Il testo è già stato assegnato alle commissioni riunite 1ª (Affari Costituzionali) e 2ª (Giustizia) in sede referente l'11 febbraio scorso.
Gli obiettivi del ddl, si legge nel testo, sono molteplici: “sottrarre allo sfruttamento persone che per ragioni di obiettiva debolezza sono soggette allo sfruttamento; sottrarre, legalizzandolo pienamente, un mercato alle regole dei mercati clandestini e alla contiguità con il mondo criminale; portare ordine nelle città che, nelle ore notturne, in alcune zone sono autentici ‘bordelli’ a cielo aperto”.
Per raggiungere questi scopi il testo da una parte disciplina l’esercizio della prostituzione, in forma individuale o cooperativa; dall’altra inasprisce la pene per gli sfruttatori.

L’inasprimento delle pene.
Il disegno di legge intende aggiunge al codice penale due distinte fattispecie criminose: la prostituzione coattiva e il reclutamento, introduzione o sfruttamento della prostituzione. Nel primo caso, “chiunque costringe taluno a prostituirsi è punito con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da 5 mila a 50 mila euro”. Reclusione da due a sei anni, nonché multa da 3.000 a 30 mila euro, per chiunque “recluta o induce alla prostituzione”, “sfrutta” o “trae profitto” dall’altrui vendita del corpo, nonché per chi abbia “la proprietà, l’esercizio, la direzione o il controllo, anche non esclusivi, dei locali aperti al pubblico ove si esercita la prostituzione”.

Le novità e le depenalizzazioni.
a) Per disincentivare l’esercizio della prostituzione nei luoghi pubblici, in base all’art. 3 del ddl, “Gli Enti locali” posso individuare delle aree “nei quali è consentito l’esercizio della prostituzione, concordando orari e modalità di utilizzo degli stessi”.
b) Con il ddl verrebbe meno la punibilità per il proprietario dell’immobile “concesso in locazione, comodato, uso, usufrutto o abitazione a persona che vi eserciti la prostituzione in forma individuale, purché l'eventuale corrispettivo non sia in alcun modo determinato in relazione all'esercizio dell'attività di prostituzione ovvero rapportato ai relativi proventi”. Questo per evitare che venga riproposto il modello delle case chiuse.
c) Altra novità è l’esclusione della punibilità delle prostitute che decidono di esercitare la professione sotto forma di cooperativa (il testo parla “di reciproca assistenza”). L’importante è che non ci siano “intermediari conviventi che traggano profitto dall’attività altrui”, né tanto meno è consentita la presenza dei minori dei luoghi di lavoro, ancorché figli delle lucciole.
d) La cosa più importante di tutto il testo, però, è probabilmente il riconoscimento di uno status professionale alle prostitute, che dovranno pagare sì le tasse ma potranno anche versare i contributi previdenziali. Oggi le lucciole, infatti, possono ricevere – attraverso il redditometro – gli accertamenti fiscali di Equitalia, ma senza essere di fatto riconosciute come lavoratrici. In base all’art. 5 del ddl, invece, le sex workers per esercitare la libera professione dovranno iscriversi presso le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura (CCIAA). La comunicazione andrà corredata di un certificato di idoneità psicologica ottenuto presso una qualunque azienda sanitaria locale (Asl), ma è “facoltativo allegare un certificato di sana e robusta costituzione che escluda la positività a una qualunque malattia che potrebbe essere trasmessa per via sessuale”. Il fine in questo caso, si legge nella relazione al Ddl, è evitare disposizioni “aids fobici”, e probabilmente anche per tale motivo è previsto come obbligatorio l’uso del profilattico (un obbligo che, è chiaro, sarà impossibile da controllare).
e) Il costo semestrale dell’autorizzazione, che dovrà essere anticipato alla CCIAA, qualora i ddl venisse approvato dal Parlamento sarà di 6.000 euro per l’attività full-time e 3.000 per quella part-time. Dovranno essere specificati tre giorni della settimana durante la quale si intende esercitare l’attività. Al di là di questi costi fissi, inoltre, le prostitute saranno assoggettate ai vigenti regimi fiscali e previdenziali.

La proposta della Lega.
La Lega Nord punta sui quartieri a luci rosse e, a differenza della proposta Pd, intende proprio riaprirle le case chiuse. “Aprirei un bordello anche nel mio quartiere, anche sotto casa mia”, ha dichiarato qualche giorno fa il segretario federale Matteo Salvini. Il 29 marzo, infatti, il partito delle camicie verdi inizierà una raccolta firme per convocare un referendum di cinque quesiti, che tra l’altro prevede l’abolizione della Legge Merlin. Pronti gazebo in tutti gli 8 mila Comuni.

Articolo pubblicato il 26 marzo 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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