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La libertà di stampa è vera e concreta
di Carlo Alberto Tregua

Il servizio pubblico va rispettato

Tags: Ezio Mauro, Vittorio Feltri, Dino Boffo, Michele Santoro, Bruno Vespa, Libertà Di Stampa, Rai



Sull’infinita polemica relativa alla libertà di stampa, interveniamo perché ci sembra che le argomentazioni siano andate fuori dal seminato. Nel nostro Paese la libertà di stampa, di parola e radiotelevisiva è vera e concreta, ma non imparziale, né obiettiva, salvo in pochi casi.
Il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, è dichiaratamente di parte. Lo stesso dicasi dell’ex direttore di Avvenire, Dino Boffo, del neo direttore del Giornale, Vittorio Feltri, del conduttore di Annozero, Michele Santoro e di quello di Porta a porta, Bruno Vespa. Tralasciamo gli altri. Ognuno di questi rappresenta un pezzo dell’elettorato e quindi non fa il classico giornalismo, secondo il quale bisogna separare i fatti dalle opinioni, ma esprime le opinioni cercando di farvi adeguare i fatti.
Mancano così i requisiti deontologici di obiettività, completezza e imparzialità dell’informazione, per cui il lettore deve leggere più quotidiani e vedere più trasmissioni televisive per individuare il baricentro delle notizie.

Il quadro prima descritto dimostra in modo inoppugnabile che vi è completa libertà di informazione. Nessuna istituzione osa censurare chicchessia e tutti parlano a ruota libera, senza alcun freno, nemmeno quelli della cultura e del buon gusto.
Protestare perché non vi è libertà di parola è un espediente per svolgere una manifestazione su cui attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, a prescindere dall’oggetto che è, come dimostrato, inesistente. Semmai, la protesta dovrebbe essere elevata dalla classe politica meridionale, di destra, di sinistra e di centro perché nel dibattito nazionale sono inesistenti i commentatori meridionali, assenti negli spazi televisivi e sulla stampa nazionale. Come se nel Sud non vi fossero intelligenze e culture idonee a verificare le questioni che riguardano l’intero Paese.
 
Può esservi anche un’altra obiezione al sistema dei media nazionali, e cioè che nelle televisioni - Rai, Mediaset e la piccola La7 - non sempre l’accesso è commisurato all’effettivo peso politico delle parti che agiscono nell’agone nazionale. Infatti, il sistema bancario, concentrato quasi tutto al Nord, non espone mai i bisogni del Sud. La Chiesa è romanocentrica, le corporazioni imprenditoriali e sindacali rappresentano la maggioranza degli interessi, non omogeneamente diffusi nella nazione. Gli ordini professionali agiscono sul territorio ma poi intervengono nei media solo con esponenti nazionali che, vedi caso, risiedono da Roma in su. E così via elencando.
Questa che scriviamo non è una lamentazione, ma il tentativo di focalizzare una situazione che via via diventa sempre più intollerabile. A quanto precede, dovrebbe dare una soluzione il servizio pubblico della Rai, che viene eseguito a seguito di una convenzione stipulata fra il ministero dello Sviluppo economico e la Spa pubblica. Anche in questo caso, il triangolo malefico crea danni . Lo Stato governa la Rai attraverso il Cda, quest’ultimo è nominato dal Parlamento ove risiede l’editore di fatto, e cioè la Commissione di vigilanza, e poi la parte esecutiva è disciplinata appunto dalla convenzione.

Tutto questo genera un guazzabuglio di poteri che sono concentrati nelle mani del direttore generale, caso unico nelle Spa italiane, il quale può disporre a proprio piacimento del Cda. Non è quindi subordinato a esso ma, di fatto, lo sovrasta.
Ne consegue un’irresponsabilità generalizzata, per cui i poteri sotterranei (ma non tanto) alla fine prevalgono e ognuno fa quello che vuole (Vespa, Santoro, Fazio ed altri).
Il ministro preposto alla sorveglianza della convenzione, Claudio Scajola, tuona quando sembra che essa non venga rispettata, perché è legalmente il contraente della Rai. D’altra parte, Vittorio Feltri, direttore del Giornale, lancia la campagna per la disobbedienza all’obbligo di abbonamento del canone, peraltro presente in molti partner europei.
Alla fine tutto continua come prima, mentre viene alimentata una perenne polemica della quale i cittadini sono disgustati. Così manifestano il loro disgusto non andando a votare in massa.

Articolo pubblicato il 29 settembre 2009 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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