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Mafia, operazione Iago nel palermitano
di Redazione

Otto arrestati che sarebbero al vertice del mandamento mafioso di "Porta Nuova". L'intervento ha portato alla luce le modalità di comunicazione dei capi di Cosa nostra dal carcere.  

Tags: Mafia, Operazione Iago, Clan Porta Nuova



PALERMO - I Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Palermo hanno eseguito otto provvedimenti restrittivi emessi dalla Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di presunti boss del mandamento mafioso di "Porta Nuova" accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso. L'operazione, che ha decapitato i vertici del clan, ha consentito di scongiurare l'inizio di una faida tra famiglie mafiose del mandamento, in contrasto tra di loro per la leadership della cosca. L'operazione è collegata all'uccisione di Giuseppe Di Giacomo, indicato come esponente di spicco del mandamento di Porta NUova, avvenuta il 12 marzo scorso a Palermo in via dell'Emiro.
 
Gli arrestati Questi gli arrestati dai carabinieri nel corso dell'operazione denominata Iago che ha azzerato i vertici del clan Porta Nuova di Palermo: Marcello Di Giacomo, 46 anni, Vittorio Emanuele Lipari, 53 anni, Onofrio Lipari detto Tony, 24 anni, Nunzio Milano, 55 anni, Stefano Comandè, 28 anni, Francesco Zizza, 32 anni, Salvatore Gioeli, 47 anni e Tommaso Lo Presti, 39 anni.
 
Operazione Iago L'ultima operazione dei carabinieri di Palermo denominata Iago, che stanotte ha portato in carcere otto mafiosi del clan Porta Nuova, ha evitato una nuova guerra di mafia. Secondo gli investigatori, dal carcere, il boss Giovanni Di Giacomo avrebbe dato l'ordine al fratello Giuseppe Di Giacomo, ucciso lo scorso 12 marzo prima di poter portare a termine il compito, di ammazzare alcuni esponenti mafiosi che si stavano organizzando per assumere il comando del mandamento dopo l'arresto del padrino di Porta Nuova Alessandro D'Ambrogio. Tre i delitti programmati: quelli di Luigi Salerno, Giuseppe Dainotti e i fratelli Onofrio ed Emanuele Lipari. "Per questo è stato necessario intervenire - ha detto Pierangelo Iannotti, comandante provinciale dei carabinieri di Palermo - Abbiamo dovuto eseguire i provvedimenti di fermo perché l'ordine era già stato impartito. Un ordine esecutivo. Non c'era tempo da perdere". E la scorsa notte gli otto, ritenuti affiliati al mandamento di Porta Nuova, sono finiti in manette. Le indagini sono state coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo.
 
Dal carcere i boss di Cosa nostra nominano i vertici dei clan Emerge dall'operazione dei carabinieri di Palermo che oggi ha portato a 8 arresti. Dopo la cattura del boss Alessandro Ambrogio, a capo della cosca di Porta Nuova, il successore - Giuseppe Di Giacomo, poi ucciso - sarebbe stato designato da una cella. A comunicare al predestinato la sua nomina a capo fu il fratello, Giovanni Di Giacomo, detenuto per scontare una condanna all'ergastolo e storico padrino. Durante un colloquio in carcere col familiare avvenne l'investitura. "....Ma poi c'è un'altra cosa che fuori non la sa nessuno, questa te la dico a te e a un certo punto dovrà venire fuori. A te ti abbiamo fatto noi altri (espressione che per gli investigatori indica i boss detenuti)", dice Giovanni Di Giacomo, non sapendo di essere intercettato, al fratello Giuseppe. "A lui - prosegue il boss alludendo a Gregorio Di Giovanni (vecchio mafioso di Porta Nuova ndr) - chi l'ha fatto? Nicchi? e chi l'ha autorizzato? E questi sono tutti abusivi, ricordatelo". Ma l'investitura è destinata a suscitare presto risentimenti in mafiosi di rango che, scarcerati di lì a poco, non condividono la leadership del momento. Il 12 marzo scorso Giuseppe Di Giacomo, infatti, viene ucciso in un agguato di mafia nel cuore del mandamento di cui era reggente. L'omicidio innesca nei familiari un incontrollabile desiderio di vendetta e Giovanni Di Giacomo e il fratello Marcello progettano di uccidere coloro che ritengono responsabili del delitto. 
 
L'intercettazione "Nel sacco... l'importante è che lo dovete seppellire, tutto qua è il discorso". Con queste parole il boss ergastolano Giovanni Di Giacomo ordinava al fratello Giuseppe, suo successore alla guida del mandamento di Porta Nuova, come eliminare un mafioso che non avrebbe rispettato le regole del clan. La conversazione, avvenuta in carcere, è stata intercettata e fa parte del materiale raccolto dai carabinieri che oggi hanno fermato 8 persone pronte a scatenare una nuova guerra di mafia. Giuseppe Di Giacomo, però, non ha mai eseguito l'ordine del fratello perché è stato ammazzato il 12 marzo scorso. Gli incontri in carcere tra i due - scrivono i carabinieri - sono costantemente incentrati sulla necessità di eliminare qualche personaggio ritenuto non in linea con la nuova gestione del mandamento. I due parlano dell'opportunità di uccidere un affiliato che non avrebbe voluto mettere a disposizione dei "picciotti" le proprie risorse economiche e della necessità di eliminare un uomo d'onore prossimo alla scarcerazione. "Certo", risponde Giuseppe al fratello che insiste: "Quacina, quacina di sopra (termine siciliano che indica la calce da mettere sul cadavere ndr). "Gli togliete i vestiti, le scarpe, hai capito? - spiega - Quando viene il crasto (il cornuto ndr) battilo sempre in capo per evitare lo scruscio (il rumore ndr)".
 
Messaggi in codice "Caro Gianni la salute del bambino tutto bene, in un unico abbraccio ti siamo vicini". E' il testo del telegramma, apparentemente innocuo, con cui Marcello Di Giacomo, fratello del boss detenuto Giovanni comunicava al familiare che tutto era pronto per la vendetta del terzo fratello, Giuseppe, ucciso il 12 marzo scorso a Palermo. Il particolare emerge dall'inchiesta Iago che oggi ha portato al fermo di 8 mafiosi del clan di Porta Nuova. Il telegramma è del 17 aprile e ciò, per gli inquirenti, prova come il progetto di morte fosse attuale. Tanto da indurre gli investigatori a disporre il fermo d'urgenza degli indagati. Le vittime dovevano essere Onofrio ed Emanuele Lipari ritenuti responsabili dell'uccisione di Giuseppe Di Giacomo. Da intercettazioni in carcere è emerso inoltre che il clan di Porta Nuova aveva la disponibilità di armi: un revolver calibro 38, una pistola calibro 9, un fucile a pompa e una mitraglietta.

Articolo pubblicato il 19 aprile 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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