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di Carlo Alberto Tregua

Le nostre navi traghettino gli immigrati

Tags: Mare Nostrum, Immigrazione



Dal 1° gennaio a oggi, secondo fonti del ministero dell’Interno, sono stati “salvati” quasi trentamila immigrati. Gente disperata, fuggita dai propri Paesi ove guerre, malattie, carestie, hanno reso loro la vita impossibile.
Dalle coste sud-est del Mediterraneo sono partiti con destinazione Europa, su barconi fatiscenti e pericolosi, per i quali la criminalità che li gestisce lucra in modo indegno anche tremila euro a testa.
Sono milioni i fuggitivi che arrivano a qualche centinaio di chilometri dalla partenza e chiedono aiuto con i telefoni satellitari. I governi italiani hanno deciso di traghettare questi poveracci, andandoli a prendere quasi vicino ai luoghi di partenza. Coerenza vorrebbe che le navi italiane li andassero a prelevare sui moli, evitando a tutti costoro l’esborso di una considerevole cifra e il dover sottostare ai criminali.
L’Unione europea, mediante il Frontex, ha messo a disposizione una cifra modesta, circa trenta milioni di euro, ma il taghettamento costa trecentomila euro al giorno, per cui in quasi quattro mesi la dotazione si è esaurita.

Nonostante ciò il traghettamento continua, facendo scoppiare le amministrazioni locali ove portano gli immigrati, con pericoli per l’ordine pubblico e probabili danni per le attività turistiche, la cui stagione va ad incominciare.
In questo quadro non si capisce perché il traghettamento debba approdare necessariamente in Sicilia e non anche in tutti i porti dell’Adriatico e del Tirreno, Sardegna inclusa. sarebbe opportuno che le navi della Marina militare portassero gli ospiti a Venezia, a Trieste, ad Ancona, a Pescara, a Genova, a Savona, a Civitavecchia, a Livorno, a Napoli, a Cagliari e via elencando.
D’accordo. I trasporti costerebbero di più, ma si eviterebbe l’enorme pressione scaricata sulla Sicilia dalle decine di migliaia di immigrati non invitati.
La questione umanitaria è fuori discussione, ma bisogna essere realisti. L’Italia non può e non deve ospitare milioni di persone, a meno che non ritenga che ci sia bisogno di loro perché la disoccupazione è bassa, le attività economiche funzionano, i servizi pubblici sono prodotti con efficienza: insomma, un apporto benefico.
 
Ma così non è. Per cui è necessario un sano realismo che obblighi l’Unione europea ad intervenire collegialmente su questo fenomeno, non solo erogando risorse, finora insufficienti, ma attrezzandosi con dei centri di accoglienza ove portare con appositi ponti aerei gli immigrati non appena sbarcati a Lampedusa, a Pozzallo o a Porto Empedocle.
Solo uno smaltimento in tempo reale degli immigrati non invitati, in due o trecento città d’Europa, potrebbe diminuire di molto la forza d’urto che essi provocano sulle economie meridionali dell’Italia.
Se l’Europa stipulasse apposite convenzioni con tutti i Paesi sud orientali del Mediterraneo per andare a prelevare in quelle coste i fuggitivi, da trasportare, ripetiamo, in tutte le città europee, il flusso riceverebbe un certo ordine e si eviterebbero naufragi, intasamenti e problemi di ogni genere.
Ci vuole buon senso e praticità per risolvere i problemi alla radice e non esserne colpiti dagli effetti, restando impotenti a trovare le opportune soluzioni.

La questione dell’immigrazione clandestina è una delle tante che l’Unione europea non ha saputo affrontare perché, in effetti, di Unione c’è solo il nome.
Non c’è Unione politica, non c’è Unione economica, non c’è Unione fiscale, non c’è Unione nel funzionamento dei servizi pubblici. L’Unine monetaria funziona poco e male. Insomma, non c’è l’Europa ma solo l’embrione.
Neanche la libera circolazione di persone e cose, sancita nei trattati, è di fatto resa efficace. Per esempio, gli ordini professionali italiani fanno resistenza alle istituzioni di professionisti laureati in altri Stati dell’Unione. Altro esempio, i sindacati impediscono di fatto l’assunzione di cittadini romeni o bulgari.
L’integrazione degli immigrati è un fenomeno che va gestito con diligenza. Non può più essere affrontato come emergenza continua, mentre dev’essere ordinata e controllata alla fonte. La carenza di risorse fa aumentare questa necessità.

Articolo pubblicato il 25 aprile 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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