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Quotidiano di Sicilia

Roccuzzo su minacce a Claudio Fava: "41 bis costato sangue a tutti gli italiani"
di Antonio Leo

#Ijf14 Intervista al caporedattore del Tg La 7 e uno dei ragazzi di Pippo Fava ai tempi de I Siciliani. Il giornalista interviene anche sul governo Crocetta e sull'autonomia: "La Regione diventi a Statuto ordinario"

Tags: #Ijf14, Festival Internazionale Del Giornalismo, Antonio Roccuzzo, Pippo Fava, Claudio Fava, Clan Ercolano, Rosario Crocetta, Mafia, I Siciliani, Statuto Siciliano, Regione Sicilia, Sicilia



PERUGIA - Nel Teatro della Sapienza questa mattina è risuonato l’eco, mai soffocato, di Pippo Fava e di Ilaria Alpi. Le loro parole, i loro scritti, restano un monito per la società civile e un esempio per tutti gli operatori dell’informazione. “Il giornalismo che non muore, tra realtà e finzione”, è il titolo eloquente dell’incontro a cui partecipa uno dei “carusi” del direttore de “I Siciliani”, Antonio Roccuzzo. Oggi caporedattore del Tg La 7 e autore, tra gli altri, del libro Mentre l'orchestrina suonava gelosia (Mondadori, 2011), da cui è stato tratto il docufilm I ragazzi di Pippo Fava (trasmesso su RAI 3), incontriamo Roccuzzo per parlare di Sicilia, delle gravi minacce mafiose subite proprio in questi giorni dal vice presidente della commissione parlamentare antimafia, Claudio Fava, e della situazione politica della Regione, incapace di risollevare le sorti dell’Isola ma sempre bravissima e puntuale quando si tratta di difendere i privilegi.
 
Recentemente Claudio Fava ha ricevuto minacce gravissime dal clan Ercolano, quasi certamente per la sua richiesta di ripristinare il carcere duro al boss Aldo, uno degli assassini del padre Pippo. Dalla stagione de “I Siciliani” sembra non essere cambiato nulla.
 
“Esiste un rapporto conflittuale tra chi invoca la verità e la giustizia sui grandi fatti di mafia, ma soprattutto l’applicazione delle regole. Il 41 bis è una norma dello Stato che è costata sangue a tutti i cittadini italiani perché le stragi, gli omicidi di poliziotti, giudici, giornalisti non sono un problema che riguarda solo le famiglie delle vittime. Se il 41 bis garantisce quello che sanno tutti,  e cioè che una volta catturati, spesso dopo anni di latitanza, i boss mafiosi si mettono in carcere. Certo non viviamo nel Medioevo e io tra l’altro sono garantista, però se questi sono condannati devono farsi il carcere. Siccome nel passato i boss mafiosi continuavano a esercitare le loro funzioni pur essendo in galera, è giusto che subiscano un regime particolare, non disumano (anche i criminali più efferati hanno diritti, non è che devono essere torturati). Se hanno fatto del male, e questi hanno fatto molto male al Paese, devono subire delle restrizioni perché se continuano a essere mafiosi in carcere, non pentendosi, la pena non serve. L’invocazione di Claudio verso uno accusato di grandi delitti non è qualcosa di forcaiolo, è una richiesta normale”. 
 
Come è potuto succedere, chi è stato all’interno del ministero della Giustizia ad autorizzare la revoca del 41 bis?
“Non ho informazioni in merito. Ma a volte ci sono delle condizioni in cui, per esempio per questioni di salute, è giusto che venga allentato il carcere duro. Se sei malato o stai morendo, è ovvio che si deve allentare quel regime”.
 
Cambiamo argomento e parliamo della Regione siciliana. Leoluca Orlando sono ormai diversi mesi che ne invoca il commissariamento. In effetti i numeri fotografano una realtà abbastanza inquietante: 368 mila disoccupati, 86 imprese cessate ogni giorno nel 2013 (secondo Confindustria), 7,4 miliardi di crediti parzialmente inesigibili, solo per citarne alcuni. A un anno e mezzo dall’elezione di Rosario Crocetta, dove sono le tracce della sua “rivoluzione”?
“Le cifre dimostrerebbero a chiunque che questo Governo regionale non ha fatto granché da quando gli è stata data la fiducia dagli elettori siciliani. Io non parlerei di rivoluzione, mi sembra una parola inadeguata. Questo governo ha avuto sicuramente degli elementi più positivi rispetto al passato, però restano tante contraddizioni: perché un compromesso in Sicilia è sempre un’azione al ribasso. Sebbene il compromesso è uno strumento della politica, in questo caso non regge più. Forse vale la pena di ritornare alle urne”.
 
Un compromesso che sta costando caro: in questo momento l’esecutivo regionale naviga a vista, con difficoltà enormi per convincere di volta in volta la maggioranza ad approvare i suoi disegni di legge. 
“Non ci sono più i numeri”.
 
Lo Statuto siciliano doveva essere un mezzo per autodeterminare lo sviluppo della Sicilia, invero è servito solo come scudo per difendere i privilegi della classe politica e burocratica dell’Isola. Perché è un privilegio, per non dire uno scandalo, un Parlamento che quest’anno costerà 98 milioni di euro in più rispetto al Consiglio della Lombardia. E un privilegio, giusto per citare un altro esempio (ci sarebbe una sfilza), è quella particolare situazione per cui a Palermo – in virtù del mancato recepimento delle leggi nazionali – ci sono 50 consiglieri comunali quando a Roma, che conta una popolazione 10 volte superiore, ce ne sono 48.
“Secondo me ci sono degli strumenti che sono stati utili in un certo momento, ma oggi - non perché faccio parte della schiera di quelli che dicono rottamiamo tutto - è arrivato il momento di dire che la Regione siciliana, anche perché non ha più soldi, deve diventare una Regione normale, a Statuto ordinario come tutte le altre. Ha ragione chi dice che, se la Regione dopo cinquant’anni di storia è stata quello che è stata, cioè lo snodo di tutti gli affari politico-economico-mafiosi, un fatto accertato dalle risultanze di tutti i processi, l’Autonomia non funziona più. E allora la Sicilia diventi una Regione a statuto normale”.
 
Antonio Leo
Nostro inviato

Articolo pubblicato il 02 maggio 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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