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Quotidiano di Sicilia

Carceri, peggio di noi solo la Serbia. In Sicilia oltre 1.000 detenuti in più
di Oriana Sipala

Vicina la spada di Damocle della Corte europea: il 28 maggio scade il termine concesso all’Italia. La Legge 67/2014, che trasforma dei reati in illeciti amministrativi, è l’ennesimo palliativo

Tags: Carcere



PALERMO - Quello del sovraffollamento delle carceri in Italia è un problema endemico, che si protrae da troppo tempo. Diverse voci si sono sollevate più volte sulla questione, ma finora non si è ottenuto nessun significativo risultato. Dagli appelli del Presidente Napolitano alle proteste di Marco Pannella, molto si prova a fare, ma poco si ottiene nel concreto. Ci si muove sempre sulla soglia di scadenze imminenti e di provvedimenti coi quali si spera di cambiare le cose.
 
Nella fattispecie, la scadenza che si sta inesorabilmente avvicinando è quella del 28 maggio: con una sentenza dell’8 gennaio 2013, la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato il nostro Paese per le condizioni degradanti in cui versano i detenuti all’interno dei penitenziari e ha dato tempo fino al 28 maggio per far sì che venga operata una svolta risolutiva. Se non verrà rispettato questo termine, l’Italia dovrà risarcire i condannati ristretti in meno di 3 mq. Ebbene, a poche settimane dalla scadenza i numeri sembrano ancora strabordare.

Secondo i dati del ministero della Giustizia, aggiornati al 31 marzo 2014, son oltre 60 mila i detenuti nelle carceri italiane, ma la capienza complessiva supera appena i 48.300 posti. Il sovraffollamento si traduce quindi con l’impressionante numero di 11.888 “internati” in più. Nello specifico, in Sicilia la capienza regolamentare è di 5.462, ma i detenuti effettivamente presenti nei penitenziari dell’Isola sono 6.514, oltre mille persone in più. Peggio della Sicilia fa la Lombardia, con oltre 2.700 detenuti in esubero, ma anche il Lazio (+1.889), la Campania (+1.693) e la Puglia (+1.238). Solo Sardegna e Valle d’Aosta, in tale contesto, presentano il segno meno.

A confermare la situazione poco invidiabile del Belpaese sono anche i dati del rapporto annuale sulle statistiche carcerarie, riferiti al 2012 e diffusi dal Consiglio d’Europa. Secondo tale statistica, solo la Serbia fa peggio dell’Italia. Nel nostro Paese il rapporto tra numero di detenuti e numero di posti nei penitenziari, nel 2012, è di 145 a 100. Nello stesso anno l’Italia è stato il Paese con il maggior numero di detenuti stranieri: questi erano infatti 23.773, cioè il 36% della popolazione carceraria.
 
Altissimo è pure il numero di coloro che vengono trattenuti in prigione mentre sono in attesa di giudizio: l’Italia, con i suoi 12.911 soggetti, si piazza terza dopo Turchia e Ucraina. Sempre secondo il Consiglio d’Europa, i condannati per reati legati al traffico di droga sono il 38,8%, contro una media europea del 17,1%. Quelli che scontano una detenzione breve (un anno al massimo) sono inoltre il 20%: su questi si potrebbe intervenire adottando delle misure alternative al carcere.

La media italiana è ben più alta di quella europea anche quando si parla di detenuti che devono scontare pene lunghe, di oltre 20 anni: parliamo del 4,8% contro una media europea dell’1,9%. In realtà il Dap prende le distanze da queste cifre, affermando che dal 2012 a oggi, anche in virtù delle misure adottate, qualche cambiamento c’è stato: la custodia cautelare è diminuita sensibilmente, così come sarebbero diminuiti i suicidi, che sono stati 57 nel 2012, mentre nel 2013 si sono attestati a 42 e nei primi mesi del 2014 a 13.

In effetti numerosi sono stati i decreti “svuota carceri” e le misure attraverso cui si è cercato di dare una risposta al problema. L’ultima legge pubblicata in Gazzetta Ufficiale (legge 67/2014) risale proprio allo scorso 28 aprile. Con tale provvedimento si trasferisce al Governo, a partire dal 17 maggio, la delega sulla materia dei penitenziari e, nello specifico, sulle pene alternative al carcere. L’idea è quella di trasformare in illeciti amministrativi alcuni di quei reati per i quali è previsto il carcere. In altre parole, la condanna non sarebbe più la detenzione, bensì un’ammenda che sia congrua alla gravità del fatto commesso. Secondo le disposizioni della nuova legge, i reati destinati a scomparire dal codice penale sono l’ingiuria, la falsità in atti, la sottrazione di cose comuni, l’usurpazione, il danneggiamento, l’appropriazione di cosa smarrita, l’immigrazione clandestina. Le disposizioni della legge prevedono inoltre per l’imputato la possibilità di chiedere la sospensione del processo e di invocare la “messa alla prova”, ovvero l’affidamento ai servizi sociali, mantenendo comunque inalterate le garanzie di risarcimento per chi ha subito il danno a opera dell’imputato stesso.


Parla Salvo Fleres, ex garante diritti detenuti: “Bisogna intervenire nei quartieri e nelle famiglie disagiate”

Abbiamo chiesto a Salvo Fleres, ex garante per i diritti dei detenuti in Sicilia, se la legge 67/2014 secondo lui funzionerà o se si rivelerà come l’ennesima tentativo fallito: “La legge introdotta contribuirà a ridurre il sovraffollamento nelle carceri, ma non sarà risolutiva. Il problema dell’esecuzione penale nel nostro Paese è la conseguenza di un sistema normativo falsamente giustizialista. Per non affollare le carceri bisogna evitare di riempirle. Lo Stato dovrebbe agire nei settori in cui si forma la devianza: nei quartieri popolari, nelle famiglie disagiate, etc., facendo funzionare meglio i servizi sociali e utilizzando le scuole come camera di compensazione del disagio stesso. In questi settori si fa poco”.

Fleres parla poi della necessità di “rivedere due leggi che si sono rivelate ‘carcerogene’: la Bossi-Fini, in materia di immigrazione clandestina e la Fini-Giovanardi, in materia di droga”. “Per gli immigrati bisogna pensare a un’azione congiunta con l’Europa e coi Paesi di provenienza, per i tossicodipendenti bisogna pensare alle comunità di recupero e alla depenalizzazione dell’uso delle droghe leggere, oltre che a una più efficace azione preventiva”.

“In ultimo – conclude Fleres -, bisogna ridurre il fenomeno della recidiva, facendo sì che le carceri siano luoghi di rieducazione. In Sicilia, quando funzionava la mia legge sul lavoro ai detenuti, furono finanziati circa 140 reclusi che acquistarono mezzi e avviarono piccole attività, uscendo definitivamente dal circuito criminale. Oggi quei reclusi lavorano legalmente e hanno persino assunto persone. Purtroppo quella virtuosissima norma è stata abbandonata, così come non è stato ancora nominato il nuovo garante, facendo un grosso favore alla criminalità organizzata, rimasta l’unica interlocutrice dei reclusi a cui fornisce assistenza. Se non si scioglieranno questi nodi, dopo il 28 maggio, a parte un lieve calo di presenze nell’immediato, resterà tutto come prima”.

Articolo pubblicato il 10 maggio 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Salvo Fleres, ex garante diritti detenuti
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