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Quotidiano di Sicilia

No al meridionalismo piagnone ma criticare per migliorare
di Redazione

La catastrofe turistica del Meridione ha spinto l’Italia dal primo al quinto posto delle destinazioni mondiali. Per crescere è necessario affrontare e parlare pubblicamente del problema

Tags: Antonino De Francesco, Marco Vitale



Pubblichiamo un estratto dell’intervento di Marco Vitale, economista d’impresa, a Varese lo scorso 9 maggio in occasione della presentazione del libro di Antonino De Francesco “La palla al piede. Una storia del pregiudizio antimeridionale”.

“Voglio iniziare illustrando le ragioni per cui qualche cosa sulle culture del Sud la conosco.
Mio padre era campano e la cultura napoletana, tramite la sua persona e il suo amore per Napoli, che cresceva con gli anni invece che scolorire, è stata una presenza continua ed importante nella nostra famiglia (musica, poesia, letteratura, tradizioni campane). La Sicilia è sempre stata anche molto presente perché sia io che mia moglie che i miei figli amiamo molto questa enigmatica terra e le sue culture. Abbiamo casa in un piccolo centro della Sicilia nel trapanese da oltre quarant’anni e siamo partecipi della piccola comunità: mio figlio Luca ha celebrato in quel paesino il suo matrimonio con una giovane bresciana e lì è stato battezzato, in una chiesetta costruita nell’anno mille, il mio primo nipote. La Calabria, questa terra dura e, in parte, feroce, la conosco da venti anni, soprattutto per ragioni di lavoro. Sono stato uno dei fondatori del porto transhipment di container di Gioia Tauro e ne sono stato presidente per quattro anni, nella seconda metà degli anni novanta del novecento, durante i quali ho anche camminato a lungo sulla Sila, l’Aspromonte, il Parco del Pollino. Conosco bene, sempre per ragioni di lavoro, l’Abruzzo. Conosco invece poco la Puglia, la Sardegna, il Molise, tutte culture profondamente diverse tra loro. Per molti anni sono stato consigliere della Società per l’Imprenditoria Giovanile dove abbiamo sostenuto la nascita di molte imprese costituite da giovani imprenditori meridionali molte delle quali si sono consolidate con successo.

Ho voluto sottolineare questi legami, per evitare che le critiche, che formulerò al libro di De Francesco, vengano interpretate come manifestazione di ostilità al Meridione o manifestazione, come si usa dire, di antimeridionalismo. Recentemente Beppe Severgnini ha scritto un articolo sul New York Times dal titolo: “Why no one goes to Naples”, nel quale illustrava la sacrosanta verità che il turismo meridionale è un disastro. Nell’estate 2013 dagli aeroporti tedeschi sono partiti 223 voli per le Baleari e 17 (dicesi diciassette) per l’Italia meridionale. Solo il 13% degli stranieri che entrano in Italia si spinge a sud di Roma. Questi dati rappresentano una estrema sintesi di quella che Severgnini chiama, giustamente, “l’allegra catastrofe del turismo meridionale” e che può essere documentata da ulteriori serie di cifre impressionanti.

È questa catastrofe che ha contribuito, in misura importante, a spingere l’Italia dal primo al, per ora, quinto posto delle destinazioni turistiche mondiali. Pensate che, nel 2013, la Sicilia ha registrato 6,2 milioni di pernottamenti stranieri, la Catalogna 48 milioni. Per avere scritto queste indiscutibili verità, con l’intento di sollevare l’attenzione e l’allarme sulla questione, Severgnini è stato accusato di pregiudizio antimeridionale ed a Ballarò il presidente della Puglia, Nichi Vendola, lo ha definito un nemico del Sud. Severgnini, amareggiato per questi ingiusti e insensati attacchi, ha replicato, da bravo allievo di Indro Montanelli, con queste parole: “Una delle frasi più irritanti del lessico nazionale è “non diciamolo, per amor di patria”. Quale amore? Se ami qualcuno vuoi che si riprenda; non ti giri dall’altra parte facendo finta di niente. Quasi peggio è l’espressione “i panni sporchi si lavano in famiglia!” Che ipocrisia. Chi sostiene questo i panni sporchi non li lava proprio, e gira con gli indumenti che mandano cattivo odore. Ogni tanto il bucato serve, e il bucato ha bisogno della luce del sole”.

Credo che l’intervento di Severgnini sarebbe stato da De Francesco incluso nell’elenco degli stereotipi e pregiudizi antimeridionali dei quali, nel suo libro, racconta la storia. Perché questa è l’impostazione del libro: qualunque critica, anzi qualunque contestazione negativa sul Mezzogiorno, a prescindere dal suo fondamento o meno, da chi la formula, da come la formula, dal perché la formula, finisce, in un modo o nell’altro, per essere incluso nel calderone degli stereotipi e pregiudizi antimeridionalisti e quindi finisce per rappresentare anche “un discorso eversivo, perché corre sempre a rimettere in discussione il valore stesso dell’unità italiana”.

(...) Naturalmente non nego che, nel dibattito Nord-Sud, ci siano stati e ci siano molti luoghi comuni, pregiudizi, stereotipi come ci sono tra palermitani e trapanesi, tra napoletani e pugliesi, tra milanesi e piemontesi, tra veneti e friulani, tra cittadini di Amburgo e di Monaco di Baviera. Ma ciò fa parte della vita e non sembra a me una cosa storicamente così rilevante. Per passare dalla cronaca dei “gossip” alla storia è necessario identificare quei passaggi chiave nei quali le idee o i pregiudizi, le conoscenze o gli stereotipi, diventano politica, strategia, azione.
 


Cassa del Mezzogiorno. Amendola (1950): “Risoluzione questione meridionale è interna”

Giorgio Amendola, il 20 giugno 1950, motivò il suo voto contro l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, in un lucido ed appassionato discorso (ora in Il Sud nella storia d’Italia, a cura di Rosario Villari, editori Laterza 1961), nel quale, tra l’altro, affermò: “(...) La via per la soluzione della questione meridionale non è quella di un intervento dall’esterno o dall’alto, a mezzo di un ente speciale che, sotto la copertura di un’azione tecnica, aprirebbe la strada all’espansione di gruppi monopolistici anche stranieri. La via è un’altra: quella di permettere alle stesse popolazioni meridionali di operare il rinnovamento e il progresso economico di quelle regioni e promuovere lo sviluppo delle forze produttive rimuovendo, con una svolta della politica dello Stato italiano verso il Mezzogiorno, e non solo con l’esecuzione di determinate opere pubbliche, le cause di carattere politico e sociale che hanno, dal 1860 in poi, determinato il formarsi di una questione meridionale. Questa, del resto, è la via indicata dalla Costituzione, che afferma la necessità delle riforme di struttura e che invita le stesse popolazioni interessate, attraverso l’autogoverno regionale, ad essere le protagoniste del processo di valorizzazione e di sviluppo economico di cui esse dovranno anche essere le beneficiarie…”.
 


Cosa non ha funzionato nel Meridione: corruzione, gestione del credito, inettitudine

Tutto quello che non ha funzionato negli ultimi 50 anni nel Meridione trova qui la sua radice: le grandi industrie, “capital intensive” , cattedrali nel deserto e distruttrici dell’ambiente, da Taranto a Priolo ad Augusta; la crescente collusione tra amministratori pubblici e malavita per saccheggiare le casse pubbliche; l’evoluzione della classe professionale degli aziendalisti quasi esclusivamente come specialisti nell’intermediazione finanziaria dei contributi pubblici; il mancato impegno per la crescita dell’imprenditoria minore diffusa (unica eccezione: il fondo per l’imprenditoria giovanile); la gestione creditizia usuraia per le piccole imprese e dispensatrice supergenerosa per i grandi complessi (ricordiamoci della SIR!) e per gli amici degli amici; la concezione debilitante e corrompitrice che senza assistenza non ci può essere impresa nel Sud (a causa del suo “stato di minorità”); la trascuratezza per l’agricoltura, per il turismo, per il ricupero dei centri storici delle grandi città da Napoli a Palermo, per la cultura e per i beni culturali (giacimenti di sviluppo non esplorati, si pensi a Pompei ma ancor più ad Agrigento; lo sperpero dei denari pubblici per una formazione inutile (ho scritto in passato che con quello che la Regione Siciliana ha sperperato per la presunta formazione poteva comprare Harvard e trasferirla alle pendici dell’Etna) e via dicendo. Trattandosi di una precisa strategia che prende le mosse dalla concezione di Saraceno si potrebbe dire che si tratta di un grande successo: obiettivi raggiunti.

Ma qui è anche la radice del meridionalismo piagnone. Io che mi sono sempre impegnato nel Meridione e che amo il Meridione e le sue culture per il Meridione, mi sono sempre, con orgoglio, definito antimeridionalista, proprio per distinguermi dal meridionalismo piagnone, filone nel quale li libro di De Francesco va, a mio giudizio, inquadrato.

In questi giorni la Confindustria, in una prima riforma delle sue strutture, elimina il comitato per il Mezzogiorno e il vice presidente incaricato per il Mezzogiorno. Sono certo che molti interpreteranno questa iniziativa come una prova di disinteresse per il Sud, frutto di pregiudizi, stereotipi e con contenuti subdolamente eversivi. Ed invece si tratta di una presa d’atto, finalmente, delle verità che Amendola sosteneva sessant’anni fa: il Mezzogiorno non come area depressa ma come parte integrante e paritetica del territorio nazionale anche se con dei problemi che, nel frattempo, a causa anche delle cattive politiche sono diventati enormi. Ci sarà, infatti, in sostituzione, un comitato delle regioni alle quali tutte le regioni del Nord, del Centro, del Sud, delle Isole parteciperanno, pariteticamente, portando i loro problemi ma anche i loro doni e contributi, le loro culture, le loro caratteristiche. Ed a presiedere il comitato delle regioni ci sarà un meridionale, l’editore Laterza, che era già responsabile per il Mezzogiorno.

Vorrei dire molte altre cose, ma qui mi fermo. Non senza scusarmi con l’autore per le mie critiche e non senza esprimere a lui l’apprezzamento per un lavoro minuzioso e non certo lieve di ricerca e di documentazione, che sarà comunque utile a chi si interessa di questi problemi.
 

Marco Vitale
www.marcovitale.it

Articolo pubblicato il 16 maggio 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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