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Ha vinto Renzi-Blair non il Partito democratico
di Carlo Alberto Tregua

Sconfitti gufi, conservatori e paludisti

Tags: Matteo Renzi, Elezioni, Unione Europea



Gli elettori sono molto più saggi di tanti parolai. Hanno visto un capotreno valido, pieno di energie, che ha stabilito un metodo nodale sull’attività di Governo, concretizzato in una solo parola: la data.
Undici milioni di voti sono andati a Matteo Renzi, non al Partito democratico. Infatti, se ci fosse stato Bersani, o Finocchiaro, o D’Alema, o Fioroni, o altri dinosauri forse ne avrebbe racimolato meno della metà. Ne siamo lieti, avendo individuato nell’ex sindaco di Firenze un cavallo di razza quando era ancora un semplice primo cittadino, vale a dire in agosto del 2012, quasi due anni fa.
Ora molti vogliono salire sul carro del vincitore, com’è consuetudine italica, e lui farà bene a mettere dei filtri intensi, in modo da far restare dentro il crivello le persone valide e farne uscire i quaquaraquà.
Pubblichiamo ogni settimana il cronoprogramma delle cose fatte dal Governo in meno di tre mesi. Lo aggiorneremo costantemente.

Abbiamo sbagliato nettamente la previsione, attribuendo a Renzi il 30% dei votanti, perché nessuno, compresi gli incapaci sondaggisti, aveva previsto questo exploit. Avevamo previsto il 20% per Forza Italia, ed è arrivata al 17, il 25%  al M5s, per fortuna arrivato solo al 21. Abbiamo azzeccato la previsione della Lega Nord al 6% e dato l’Ncd al 5 contro il 4,38%. Non abbiamo previsto il superamento dello sbarramento da parte dei comunisti di Tsipras, che hanno vinto in Grecia con il 26% dei voti, diventando il primo partito, ma tutto sommato gli estremisti intorno al 4-5% costituiscono un aspetto fisiologico della democrazia italiana.
Sin da oggi il Consiglio dei ministri, precedentemente convocato, continuerà a macinare provvedimenti, mentre devono essere approvati rapidamente tutti quelli in gestazione nei mesi precedenti, soprattutto la riforma costituzionale e l’Italicum.
Renzi ha ora la forza per fare la riforma della Pubblica amministrazione, in calendario nel Cdm del 13 giugno, e la riforma dell’organizzazione della Giustizia, che ha bisogno di essere rivoltata per diventare efficiente e ridurre i tempi dei processi, secondo le prescrizioni europee (non oltre tre anni). Occorre anche regolare l’annosa questione del superaffollamento delle carceri, per cui l’Ue ha già messo in mora l’Italia dal 28 maggio scorso.
 
E veniamo agli effetti del voto in Sicilia. Il Pd ha riportato il 35%  dei voti validi, mentre il M5s è riuscito ad approdare quasi al 28. Se notate, più alta è la crisi e maggiori sono i voti pentastellati, perché la gente vede in quel movimento lo strumento per manifestare protesta e indignazione nei confronti di un ceto politico e burocratico regionale, egoista e sordo alle istanze, tutto arroccato sui propri privilegi.
Ecco perché abbiamo preso posizione e indicato di andare a votare, apponendo un “No” sulla scheda, per manifestare disgusto di fronte all’inazione e all’incapacità di Giunta e Ars di ribaltare la comatosa situazione dell’economia siciliana, per intraprendere la strada della crescita e dello sviluppo.
A questo punto di cose, se Crocetta non ce la farà ad attuare i dieci Piani che abbiamo più volte pubblicato, a riformare totalmente la burocrazia siciliana, a mandare a casa i privilegiati perché raccomandati, percettori di stipendi inutili, a cofinanziare con urgenza i progetti Ue tenuti in stand-by per troppi anni per mancanza di risorse finanziarie, è bene che si dimetta, mandando di conseguenza a casa i novanta inutili deputati-consiglieri regionali ancora arroccati a difesa dei propri numerosi privilegi.
 
È inconcepibile, infatti, che l’Assemblea regionale non pubblichi sul proprio sito web stipendi, patrimoni e vitalizi di deputati ed ex deputati, né gli stipendi d’oro di segretario, dirigenti e dipendenti dell’Assemblea regionale. Evidentemente, hanno il terrore che non appena l’opinione pubblica siciliana ne venisse a conoscenza succederebbe una vera e propria rivoluzione alle porte di Palazzo dei Normanni.
Ma, tant’è, lor signori non hanno più scampo. Pompei è arrivata e saranno costretti a furor di popolo a tagliare del 50% almeno stipendi e vitalizi, perché non è più accettabile che 350 mila disoccupati soffrano la fame e 60/70 mila privilegiati vivano a spese dei contribuenti siciliani.
L’Italia ha capito e ha cambiato. Ora tocca anche alla Sicilia capire e cambiare, senza ulteriore ritardo.

Articolo pubblicato il 27 maggio 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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