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Distress, nel Meridione colpisce più di un malato oncologico su due
di Serena Giovanna Grasso

Favo: le donne sono i soggetti più a rischio (52%), soprattutto nella fascia d’età tra i 30 e 50 anni (65%). Ma al Sud è presente soltanto il 22% dei centri assistenziali contro il 56% del Nord

Tags: Stress, Distress, Tumore



PALERMO – Il tumore è una patologia che si annida nel corpo, negli organi, ma anche nell’anima. Molteplici sono i sentimenti e le emozioni che il paziente accumula alla notizia di essere malato di cancro e tutti naturalmente negativi al punto tale da interferire potenzialmente con la capacità di affrontare il cancro, i suoi sintomi fisici e il suo trattamento terapeutico. Stiamo parlando del distress: l’esperienza definita dai più come spiacevole, multifattoriale, psicologica e sociale che implica sentimenti di vulnerabilità, tristezza e paura; emozioni che se cronicizzate possono diventare disabilitanti poiché sfociano in depressioni, ansia, panico e isolamento sociale.

Secondo il sesto rapporto di Favo (Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia), diffuso lo scorso 15 maggio in occasione della nona giornata del malato oncologico istituita con direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 19/01/2006, sono proprio i pazienti che risiedono nella macroarea Sud ad aver presentato una prevalenza di distress più elevata (60%) rispetto al Nord e al Centro (entrambe le circoscrizioni territoriali quotate al 43%). Esulando dal prospetto geografico i soggetti maggiormente interessati sono le donne (con un’affezione del 52% sul totale, contro il 34% sul totale degli uomini); i pazienti di età compresa tra 30 e 50 anni (65% sul totale dei malati) e coloro i quali sono affetti da patologie neoplastiche alla mammella e al polmore (50%). Paradossalmente, accade però che sulla totalità di centri atti a svolgere un servizio in modo prevalente o esclusivo di psiconcologia (124), appena il 22% è situato al Sud (27) contro i 70 centri presenti nel Settentrione (56%).

Ma ciò non deve comunque ingannare. Sebbene il Nord rappresenti in tale ambito un’ “eccellenza”, possiamo affermare che non è abbastanza: infatti, secondo una posizione condivisa a livello internazionale da 70 società scientifiche il Belpaese è dotato di una soddisfacente base programmatica, incapace però di trovare un sufficiente riscontro materiale nel lavoro operativo e nella pratica clinica. Ad oggi, l’inserimento della psiconcologia tra le aree programmatiche e tra le discipline appartenenti alla necessaria formazione degli operatori del Piano oncologico nazionale 2010-2012 redatto dal ministero della Salute è rimasto tutto lettera morta. Ad ogni modo, non intendiamo sminuire in alcun modo i progressi effettuati in tal senso, specie dal 2005 (data del primo censimento Favo) ad oggi.

Ulteriore criticità di cui risente il seguente servizio è costituita troppo spesso dalla mancanza di continuità all’interno dell’attività psiconcologica dovuta all’impiego prevalente di personale precario (62%), anziché strutturato. E ancora, un terzo del personale impiegato (il 30%) è costituito da specializzandi in tirocinio e frequentatori volontari, mentre un ulteriore terzo (34%) è formato da personale a contratto, cioè unità addette a contratti a progetto specifico o titolari di borse di studio. In più, la maggior parte del lavoro assistenziale (57%) è svolto da una singola unità professionale piuttosto che da un’equipe di lavoro, come sarebbe più consono.
 
Ulteriori criticità emerse riguardano in particolare la scarsezza di risorse economiche dedicate all’area, la mancanza di spazi adeguati, la precarietà della ?gura dello psiconcologo, sia in termini di lavoro precario sia di pro?lo professionale. Mentre in altri Paesi infatti esiste un riconoscimento della ?gura dello psiconcologo come parte integrante dell’equipe e come traduttore dei bisogni del paziente all’equipe curante, in Italia ciò non è mai avvenuto.

Articolo pubblicato il 28 maggio 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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