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L'Area di Catania tra le più cementificate d’Italia
di Adriano Agatino Zuccaro

A Gravina di Catania superficie edificata al 96%; si profila un disegno di legge di riforma urbanistica

Tags: Catania, Cementificazione, Legambiente



CATANIA - “È urgente fermare il consumo di suolo, che in Italia viaggia al tasso del 7,3% l’anno rendendo ancor più fragile il nostro già debole territorio” ha affermato Ermete Realacci (Pd), presidente della commissione Ambiente territorio e lavori pubblici della Camera, commentando il dossier “Basta case vuote di carta” di Legambiente. Il presidente ha invitato a “puntare su una nuova edilizia”. A Catania la nuova edilizia, tirata in ballo da Realacci, stenta a decollare e i numeri impietosi che riguardano la città etnea e l’hinterland dei comuni confermano questa tesi.

Giuseppe Amata, docente di Estimo nell’Università di Catania, ci spiega che nell’area metropolitana di Catania il 70% della superficie territoriale è edificata. Ma il dato complessivo non rende “(in)giustizia” a quei Comuni che sono riusciti ad occupare col cemento porzioni di territorio vicinissime al 100%. Il triste primato, riscontrabile dai dati estrapolati dal libro “Spazio urbano e spazio rurale nell’area metropolitana catanese” del citato docente catanese, spetta a Gravina di Catania in cui il 96,03% della superficie territoriale è edificata. Segue Aci Sant’Antonio col 94,67% e San Giovanni La Punta (88,62%).
 
La più virtuosa Zafferana etnea col 28,27% di superficie edificata. Le percentuali estreme (tabella) sono da mettere in correlazione col fenomeno di conurbazione urbana. Se infatti dal 1951 al 2001 la popolazione residente a Catania è passata da 299.629 abitanti a 320.974, i numeri dei Comuni “super cementificati” hanno seguito un trend molto più allarmante: a Gravina di Catania in 50 anni la popolazione è passata da 2.557 abitanti a 27.043 nel 2001; San Giovanni la Punta è passata da 3.026 abitanti a 20.911, Mascalucia da 3.176 a 24.351 rendendo la conurbazione urbana più compatta tra Catania e paesi limitrofi. A tal proposito il docente scrive: “Questi paesi, [e ne cita molti altri da Misterbianco ad Acicastello] sono rimasti invischiati nel grande disordine emanato dal capoluogo, disordine ‘sapientemente’ ben sfruttato a loro vantaggio da valenti amministratori comunali e speculatori immobiliari per incrementare al massimo tangenti e rendite fondiarie, in assenza di piani regolatori comunali, proprio quando le aree edificabili del comune di Catania andavano ad esaurirsi e non esisteva un piano di risanamento e ristrutturazione dei vecchi quartieri in preda al degrado”.

Ad anni di distanza da questa e molte altre illustri dichiarazioni, qualcosa sembra muoversi a livello nazionale: un disegno di legge di riforma urbanistica è stato varato a fine maggio dalla commissione ministeriale insediata dal ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi.

Si è, dunque, aperto un dibattito pubblico per le operazioni di rinnovo urbano in cui si prevede l’abbattimento e la ricostruzione di “porzioni di città”; previste premialità attraverso nuovi diritti edificatori per le riqualificazioni urbanistiche, ambientali ed edilizie. Si pensa ad un contributo straordinario per i rinnovi urbani che potrà anche finanziare la progettazione e l’esecuzione di opere pubbliche . Fra di essi  appare di particolare interesse la previsione dell’applicazione dell’istituto del “débat public” francese per le operazioni di rinnovo urbano, peraltro realizzabili anche in assenza di pianificazione operativa o in difformità da essa.
 
Premesso che alla base ci dovrà essere un accordo urbanistico fra privato e comune, le operazioni di rinnovo urbano – che  potranno concretizzarsi in abbattimento e ricostruzione di “porzioni di città” – è previsto che siano  soggette a dibattito pubblico secondo regole che dovranno essere dettate dal legislatore regionale. Il piano dell’operazione di rinnovo urbano dovrà essere formato dal comune di concerto con gli altri soggetti pubblici coinvolti e con la partecipazione dei privati interessati. In queste operazioni i comuni dovranno poi prevedere la costituzione di un patrimonio di aree dove realizzare alloggi per esigenze temporanee o definitive per i proprietari oggetto delle operazioni di rinnovo urbano che poi potranno essere destinate al social housing.

A livello locale va segnalato l’impegno dell’amministrazione del sindaco di Catania, Bianco che pochi giorni fa ha presenziato agli abbattimenti di cinque costruzioni abusive nell’Oasi del Simeto.
In Sicilia il totale degli edifici residenziali a rischio medio ed alto raggiunge la cifra record di 1,2 milioni; è necessario puntare su ristrutturazione e riuso per salvaguardare la salute dei cittadini e delle aree verdi che in Italia, in tre anni, sono state depredate di ben 720 chilometri quadrati di suolo.
 

 
Intervista a Giuseppe Amata, docente di Estimo dell’Università di Catania: tanto lavoro di correzione da fare, altrimenti sarà la rovina dell’agricoltura

Professore, partiamo dal rapporto di Legambiente di qualche giorno fa che parla di “epidemia di cemento” in Italia persi ben 720 chilometri quadrati di suolo e il consumo di suolo è al 7,3% l’anno. La situazione a Catania qual è?
“A Catania c’è una superficie territoriale di 95.211 ettari, una agraria e forestale di 29.345 ettari e una edificata di 65.866 ettari. Quindi 2/3 della superficie territoriale del territorio dell’area metropolitana di Catania è cementificata”.

Messi a confronto con le altre città italiane questi dati cosa fanno emergere?
“Si può dire che Catania è tra le più cementificate d’Italia, ma il fenomeno riguarda tutte le città. C’è stato un grande disordine territoriale, Catania ha la pretesa di essere un’area metropolitana senza essere una metropoli, perché significa avere grossi problemi come quello della mobilità. A Catania i lavori della metropolitana sono stati avviati con 50 anni di ritardo. Anziché spendere tutti questi soldi nelle rotatorie, che possono attenuare ma non risolvono il problema del traffico, bisognava pensare prima a costruire una linea metropolitana. Quando essa sarà realizzata, forse, il fenomeno della mobilità sarà risolto. A Catania poi c’è anche l’abitudine della piccola città: il lavoratore prende la macchina per andare al posto di lavoro, va in pausa pranzo e riprende l’auto”.

Obiettivamente i mezzi pubblici non funzionano.
“Io stesso per recarmi da Cannizzaro alla facoltà sono costretto a prendere l’auto perché il mezzo utile che posso prendere è a 1,2 km da casa mia e, tra l’altro, non posso arrivare con questo mezzo alla cittadella universitaria perché il bus va in centro. Dovrei scendere e risalire. Solo per l’andata perderei un’ora e mezza. Con la macchina 25-30 minuti. A Cannizzaro c’era una bellissima stazione. I treni non fermano perché il Comune non dà il contributo per i convogli dei pendolari, mentre lo dà all’Amt e i pendolari ne risentono”.

Quale potrebbe essere lo scenario tra una decina d’anni?
“Non si vede nulla di buono. Le città sono state disegnate dall’automobile perché l’auto ha annullato le distanze. Le persone, anziché vivere nella propria città, sono andati dove è più conveniente vivere; dove si sono potuti comprare la casa perché i suoli costavano di meno. Non c’è nessuna differenza tra Catania e un paesino limitrofo, tanto poi la vita si svolge in città: i genitori mandano i figli a studiare nelle scuole di Catania, mentre i centri commerciali hanno consumato un sacco di suolo fertile e l’agricoltura ne risente”.

Nel suo libro leggiamo la frase di Piccinato: “Catania non è una città ma un magazzino di case…”
“Nel 1964 il sindaco di allora, Papale, nominò l’architetto Piccinato per redigere il Piano regolatore. Piccinato era di aria socialista e quando ha visto Catania disse: ‘Questa non è una città ma un magazzino di case’. La visione dell’epoca era industrialistica, Piccinato pensava che lo sviluppo urbano di Catania era legato all’area Siracusa-Augusta, pertanto aveva proiettato lo sviluppo urbanistico in direzione del sud-ovest con i nuovi quartieri dormitorio, cioè Librino, Villaggio Sant’Agata, Pigno. Quando è iniziata la crisi del settore petrolchimico e il fenomeno dell’inquinamento, allora questo discorso non funzionò più”.

Il nuovo piano regolatore?
“La città doveva essere riedificata nei vecchi quartieri e questo lo dimostro con i dati nel mio libro. Se noi ristrutturassimo San Cristoforo e altri quartieri, potremmo dare alloggio a migliaia di residenti senza il bisogno di sconvolgere il tessuto rurale dell’hinterland”.

Perché un imprenditore edile dovrebbe decidere di intraprendere la strada del “riuso”?
“Se esistono incentivi è chiaro che proprietari e imprese sono portati a fare una politica di ristrutturazione, se non vi sono incentivi si lascia al libero mercato: il costruttore va ad acquistare il terreno se sa che su quello edifica e vende gli appartamenti. Ristrutturare con una legislazione farraginosa significa perdere tempo, il ritorno degli utili avviene dopo un sacco di tempo”.

E il futuro?
“Bisogna correggere tutto, come l’urbanizzazione nella zona di Sant’Agata Li Battiati, Barriera, Gravina, Mascalucia e, addirittura, Nicolosi. Bisogna dare i servizi ai quartieri di Librino e Villaggio Sant’Agata che purtroppo non si possono più distruggere. C’è tanto lavoro di correzione da fare senza più cercare spazi verdi perché se no significa la rovina dell’agricoltura, delle falde idriche”.

“Un disordine edilizio e uno sfacelo urbanistico che non sono soltanto la metafora d’un trionfo del caos e della follia, quanto piuttosto un impietoso referto, redatto negli anni in cui la città invoca il suo ‘piano’ mentre è in preda all’anarchia della rissa politica e della febbre speculativa” scrive Antonio Di Grado (docente del dipartimento di scienze umanistiche dell’università di Catania) riferendosi alla Catania de “I Vicerè” che, ad ampie pennellate sembra ricalcare, tristemente, quella odierna.

Articolo pubblicato il 10 giugno 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Giuseppe Amata, docente di Estimo dellUniversit di Catania
Giuseppe Amata, docente di Estimo dellUniversit di Catania