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La Presidenza Ue non conta nulla
di Carlo Alberto Tregua

Valgono solo i risultati

Tags: Unione Europea, Matteo Renzi, Jean Claude Juncker



Da ieri, Matteo Renzi ricopre l’incarico semestrale del tutto ininfluente di presidente del Consiglio dell’Ue. L’incarico è meramente onorifico, perché non vale nulla sul piano concreto.
Nella sua articolazione, l’Unione europea ha moltiplicato i vertici. La Commissione, alla cui Presidenza è stato indicato il lussemburghese Jean Claude Juncker, è l’esecutivo che prende provvedimenti, ma che non può assumere decisioni che riguardino le attività interne dei 28 Stati membri.
Le decisioni vere e proprie le prende il Consiglio europeo, formato dai capi di Stato e di Governo, in atto presieduto da Herman Van Rompuy, che a breve sarà sostituito. Questo organismo può venire paralizzato, in alcuni casi, anche dal veto di uno solo dei membri. In altri casi, le delibere possono essere approvate a maggioranza.
Poi vi è il Parlamento, che dura cinque anni, formato da 751 membri, di cui 73 eurodeputati italiani, che inizia ad avere funzioni sostanziali e non formali, a cominciare dalla nomina della Commissione europea, sempre su indicazione degli Stati, che hanno già concordato chi debbano essere vice presidenti e commissari.

Dalla breve descrizione che precede, risulta chiarissimo che la Presidenza di turno è meno di una carica formale, forse decide l’ordine del giorno delle riunioni.
La precedente presidenza italiana è avvenuta nel 2003, ma nessuno si ricorda cosa abbia fatto. Venendo ai nostri giorni, si è appena concluso il semestre a presidenza greca che, come al solito, non ha lasciato traccia. Non lascerà traccia l’attuale presidenza italiana e neppure quella successiva della Lettonia, dal prossimo primo gennaio 2015.
Cosa conta veramente in Europa? Il rapporto di forza dei Paesi più pesanti e rappresentativi, il carisma di alcuni leader, il peso delle economie e delle monete, anche al di fuori dell’euro, diffuso in soli 17 Stati, la capacità di ciascun Stato membro di tenere i conti in ordine, di fare le riforme nella direzione dell’efficienza, e di promuovere lo sviluppo e l’occupazione.
Chi ha le carte in regola, pesa di più. Per cui, Matteo Renzi è strutturalmente debole. Però ha una forte grinta e, se riuscirà a farsi approvare le prime riforme dalla sua maggioranza, potrà metterle sul piatto della contrattazione.
 
Non bisogna illudersi sulle aperture della Germania. Angela Merkel fa finta di aprirsi alla necessità di promuovere sviluppo e occupazione, ma conferma il rigore sull’equilibrio dei conti di ogni Paese.
L’unico, importante strappo a questa regola, potrà essere fatto scorporando dal deficit annuale le spese per investimenti, almeno per qualche anno.
La Bundesbank continua a battere sul tasto del debito pubblico, che va diminuito in valore assoluto e in percentuale sul Pil. Ma, nel nostro Paese, esso è sempre aumentato, passando da 114 miliardi di euro del 1980 ai 2.146 di aprile 2014. A un anno di distanza dall’aprile precedente 2013, il debito pubblico italiano è aumentato di ben 105 miliardi, altro che diminuire!
Ciò è accaduto perché le entrate sono diminuite per l’abbassamento dei consumi e per effetto degli utili aziendali sui quali sono corrisposte le imposte, mentre la spesa pubblica ha continuato la sua inarrestabile crescita.

Ed è proprio sul versante della spesa pubblica che si è dimostrata l’incapacità dei governi di centro-destra e di centro-sinistra, dal 1994 ad oggi, nonché dei governi Monti e Letta.
La cosiddetta spending review, alla cui conduzione è stato nominato Carlo Cottarelli, fino ad oggi ha prodotto il classico topolino. Rispetto a un programma di tagli chirurgici della spesa corrente di 40-50 miliardi, se ne sono tagliati solo alcuni.
L’aspetto peggiore della revisione della spesa riguarda il taglio della parte riguardante gli investimenti che, invece, sarebbero da incrementare in quantità considerevole.
Matteo Renzi deve giocarsi la partita contando più sulla sua abilità che sulle carte che ha in mano, quasi scartine. Se riuscirà ad ottenere la deroga rispetto al disavanzo del 3 per cento, per attivare le spese d’investimenti, sarà un successo.
D’altro canto, l’Italia ha una speranza di crescita solo se mette in moto i cantieri per opere pubbliche soprattutto al Sud e se finanzia le attività produttive, fra cui la spinta verso un’attrazione di turisti dal mondo sul modello francese.
Avanti tutta, senza tentennamenti.

Articolo pubblicato il 02 luglio 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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