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Raffineria Gela, Crocetta riferisce al Senato
di Redazione

La città stretta attorno ai mille dipendenti che rischiano il trasferimento per la paventata riconversione degli impianti. “Non permetteremo che il nostro petrolio venga lavorato fuori dall’Isola”. Silenzio dell’Eni

Tags: Raffineria, Gela, Rosario Crocetta, Eni



GELA - Gela come Termini Imerese. Solo che il problema resta confinato in Sicilia. Niente telecamere ‘importanti’, niente clamori. Solo disperazione dei lavoratori.  Tutto è nato all’indomani del 2 luglio quando nel corso di un incontro fra i sindacati e i vertici della Raffineria è stato annunciato che le due linee produttive, fermate da oltre un anno e mezzo, non verranno riattivate, perché c’è una vistosa discrasia fra la quantità di produzione e la scarsa richiesta di mercato. Da quel momento il caos. I lavoratori del diretto e dell’indotto si sono appostati davanti i cancelli dello stabilimento per impedire i cambi turno e l’ingresso dei mezzi pesanti.

La politica ha preso posizione a loro favore. Prima il presidente della Regione che ha comunicato, di concerto con i sindacati, che il  ‘caso Gela’ finirà sul tavolo del presidente del Consiglio Renzi. I sindacati considerano la scelta dell'Eni antimeridionalista tanto da creare i presupposti della deindustrializza del sud, aggravando i problemi economici e la forbice sociale fra le due italie che hanno da sempre penalizzato le regioni meridionali. 
 
“Chiederemo al presidente Renzi una convocazione del Consiglio dei ministri per affrontare la gravità dei processi avviati dall'Eni – hanno convenuto sindacati e Governo regionale -  e all'Eni di riflettere , per ripensare alle strategie destinate  sud, che può essere una grande risorsa per il Paese e per il gruppo industriale”. Si è riunito il Consiglio comunale alla presenza del presidente della Regione ed ha stilato un documento. “Serve un incontro urgente, all’amministratore delegato dell’Eni De Scalzi e a tutti gli attori coinvolti in questa vicenda – si legge – per il riavvio immediato degli impianti; rigettando il piano di dismissione  proposto. L’attuazione del Piano di investimenti; un’azione del Governo Centrale e Regionale forte e decisa sul piano della tenuta occupazionale e sociale.
 
Chiediamo: l’avvio immediato della linea 1 e 2, dicendo no a politecnologici privi di prospettiva, rivendicando invece una raffineria d’eccellenza in grado di poter competere in Europa e nel mondo. Lo stralcio dell’accordo con Assomineraria. Vengono meno le condizioni, atteso che a Gela non si raffina il greggio  siciliano. Se Eni disinveste in Sicilia, non dando  certezze sul futuro, noi non daremo il petrolio. Deve essere chiara la posta in gioco”.

Nel frattempo Crocetta ha minacciato di revocare le autorizzazioni all’Eni per la prosecuzione dell’estrazione dai pozzi di petrolio di Gela: “ Non permetteremo che il nostro petrolio venga raffinato fuori dalla Sicilia – ha detto – con forze lavoro che non siano siciliane”. Un altro consiglio comunale è stato fissato per il 16 luglio alle 10.30 davanti ai cancelli del metanodotto Green Stream di contrada Bulala, dove gli operai hanno deciso di fare una rappresaglia, impedendo di far passare il metano. Sono ore calde.
 
Il presidente della Regione, Rosario Crocetta sarà ascoltato oggi alle 13.30, dalla commissione Ambiente al Senato, guidata dal senatore Giuseppe Marinello. Oggetto dell'audizione anche il rischio trivellazioni petrolifere. La Commissione vuole approfondire i contenuti del protocollo siglato a Palazzo d'Orleans alcuni giorni fa perché emergono dichiarazioni d'intenti che, nei fatti, potrebbero danneggiare l'ambiente. Crocetta sarà ascoltato anche sulla vicenda che riguarda l'Eni che ha deciso di non riavviare due delle tre linee produttive della raffineria di Gela e di revocare 700 milioni di investimenti. Dall’Eni, al momento, solo silenzio.
 

 
Montante si affida alla metafora: “Non bagniamoci prima che piova”
CALTANISSETTA - Frena il rappresentante degli industriali siciliani, Antonello Montante. “Non bagniamoci prima che piova. Impariamo a leggere, i piani industriali”, soprattutto per quanto riguarda “i numeri degli investimenti e dei livelli occupazionali. Un piano industriale serio può significare sviluppo per i prossimi vent’anni. Le aziende possono riconvertire, diversificare, cambiare le linee di produzione. Reinventarsi, insomma, per restare sul mercato nel lungo”, ha detto Montante. Il rischio che la Raffineria, in quanto tale, chiuda davvero, esiste. Qualche indizio: le notizie che arrivano da Sannazzaro. In Lomellina c’è il blocco delle assunzioni locali. Delle cinque raffinerie di proprietà in Italia (Sannazzaro, Gela, Taranto, Livorno e Porto Marghera), quattro potrebbero chiudere i battenti trasformandosi in siti logistici o depositi di carburanti; solo su Sannazzaro è stata garantita la continuità operativa in virtù della sua posizione strategica. Sannazzaro, che ha 680 dipendenti, fungerà da serbatoio per coloro che saranno posti in mobilità interna al gruppo. Niente licenziamenti per i 1000 lavoratori di Gela, solo trasferimento, ma si profila il collasso dell’economia locale.
 


Il vescovo Gisana: “Giovedì digiuno e preghiera per Gela”
 
GELA - La chiesa scende in campo. Il vescovo della Diocesi di Piazza Armerina ha visitato i presìdi dei lavoratori ed ha istituito per il 17 luglio una giornata di adorazione eucaristica e digiuno  per pregare per il futuro economico di Gela. Ha inviato una lettera che sarà letta in contemporanea alle 19 in tutte le chiese della diocesi: “Carissimi e amati fedeli di Gela e della Diocesi di Piazza Armerina – scrive il vescovo Rosario Gisana - guardando a Cristo, che porta su di sé le sofferenze degli uomini (cf. Is 53,4) non possiamo esimerci dall’accogliere il dramma di cui è stato colpito il popolo gelese. Non sono le critiche a risolvere le questioni che pesano sul vissuto dei lavoratori, bensì il desiderio di un dialogo costruttivo che cerca di venire incontro sia all’uno, ovvero a quanti nell’istituzionalità della Raffineria Eni hanno il compito di pensare dentro un ventaglio ampio progetti che possano diventare modelli di sviluppo persino a livello europeo…”. I lavoratori hanno scritto al Papa:  “Santità…Le chiediamo  di dar voce a chi non ha voce, magari davanti al governo italiano, e chiedere la Sua paterna benedizione e preghiera... Le chiediamo di voler richiedere la Sua intercessione perché possa incidere nei cuori e nelle menti di chi ha preso questa decisione, per noi drammatica, e far comprendere che un’economia basata solo sul profitto e che non ha al centro l’Uomo, è destinato a fallire”.

Articolo pubblicato il 15 luglio 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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