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Quotidiano di Sicilia

Palermo - Scatta la corsa contro il tempo per bonificare Parco Cassarà
di Gaspare Ingargiola

Tempi incerti per l’area gialla e per quella rossa, dove sono stati rinvenuti rifiuti speciali e pericolosi. Palla al Comune per ripulire la zona verde, quella ritenuta meno a rischio

Tags: Palermo, Parco Cassarà



PALERMO - Passeranno mesi, forse anni, prima che il parco Ninni Cassarà, sequestrato nell’aprile scorso dopo la scoperta di scarichi di amianto, possa riaprire interamente al pubblico. Se il Comune farà il suo dovere a ottobre potrebbe tornare fruibile una porzione dello stesso meno inquinata - circa 15 ettari sui 28 totali - ma nel resto dell’area proseguiranno i rilievi dei periti della Procura, coadiuvati dall’Arpa e dal Nopa della Polizia Municipale.

Per il momento, quindi, il parco resta sotto sequestro. A comunicarlo durante un incontro con i giornalisti è stato il procuratore aggiunto Dino Petralia, che sta conducendo le indagini preliminari per accertare le responsabilità. Qualcuno ha omesso i controlli? Oppure sapeva dell’inquinamento del parco e ha taciuto? O addirittura, come appare probabile data la natura delle sostanze scoperte, che certo non crescono sugli alberi, ha compiuto deliberatamente questo scempio?

I magistrati hanno diviso il polmone verde in tre zone: una “verde”, dove l’inquinamento (si fa per dire) è meno grave, estesa circa 15 ettari; una “rossa”, che, secondo il pm, è una “bomba ecologica pronta ad esplodere, con un’alta percentuale di rischio”; e una “gialla”, la meno estesa, che fa da cuscinetto tra le due. Nella zona verde le analisi hanno rilevato metalli pesanti, zinco, rame, piombo, fibre di amianto e tetracloro etilene (una sostanza alogena che si trova nei solventi e negli svernicianti a uso industriale, molto usata nelle lavanderie). Entro il 30 settembre quest’area potrà essere soggetta a bonifica: il procuratore ha già emesso un provvedimento di accesso temporaneo per consentire agli operai comunali di smaltire sostanze e solventi chimici. Dopodiché la zona verde, che si trova dalla parte di corso Pisani e Villa Forni, potrà riaprire i battenti.

Diversa la situazione della zona rossa, perlopiù estesa verso via Ernesto Basile: lì sono stati scoperti rifiuti speciali e pericolosi, dalle sabbie vulcaniche, conseguenza di operazioni di sverniciatura ai copertoni, ai materiali elettrici, passando per la plastica e gli inerti da demolizione edile. E c’è timore per l’inquinamento delle falde acquifere sottostanti: “La zona rossa - ha affermato Petralia - insieme a quella gialla, resterà interdetta anche al Comune perché è la più inquinata e dobbiamo verificare, attraverso trivellazioni di decine di metri, se tale inquinamento abbia intaccato le falde acquifere. Gli accertamenti continueranno sia in profondità sia in estensione”.

La zona gialla, come accennato, è “ibrida” fra le altre due: contiene gli stessi materiali di quella verde ma è considerata a rischio per la sua contiguità con quella rossa.

Insomma, quello che viene fuori è un quadro a tinte fosche in cui, paradossalmente, l’amianto scoperto ad aprile preoccupa meno di altre cose: “Ci sono diversi scarichi di amianto - ha spiegato il magistrato - ma fortunatamente i livelli delle fibre nell’aria non superano i limiti di tolleranza consentiti dalla legge”. Più in generale, tutta la situazione atmosferica non preoccupa più di tanto la Procura: dai controlli sul soprasuolo (nei punti più sensibili come le abitazioni, il boschetto, le sedi universitarie, l’area giochi, la pista di pattinaggio, il campo di bocce e l’anfiteatro) è emerso che l’aria del parco Cassarà è buona e non ha risentito del tremendo avvelenamento del sottosuolo. “La Procura - ha affermato Petralia - è rammaricata di aver sottratto all’uso pubblico una così vasta area verde ma non si poteva fare diversamente. Il diritto alla salubrità dell’ambiente è primario”.

E sul fronte della riapertura parziale la palla adesso è nelle mani di Palazzo delle Aquile, che ha due mesi e mezzo di tempo per portare a termine la bonifica della zona verde secondo un piano che dovrà obbligatoriamente trasmettere agli inquirenti. Non c’è un minuto da perdere, perché le sporadiche operazioni di innaffiatura che la Procura ha dato il permesso di eseguire non stanno salvando la vegetazione ed è notizia di questi giorni che una buona parte dei diecimila frassini donati a gennaio da Yves Rocher è già secca a causa delle alte temperature della stagione estiva.

Articolo pubblicato il 23 luglio 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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