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Quotidiano di Sicilia

Regole uguali fra pubblici e privati
di Carlo Alberto Tregua

Regole uguali fra pubblici e privati

Tags: Pensioni, Pubblico, Privato



Lo Stato eroga 217 miliardi l’anno per pagare le pensioni e ne incassa soltanto 190. Potrebbe sembrare che il deficit previdenziale ammonti solo a 27 miliardi, cioè la differenza, ma non è così perché lo Stato eroga ulteriori 83 miliardi per le pensioni assistenziali. Vi è dunque uno sbilancio complessivo per questa voce di ben 110 miliardi. Si tratta di un peso insostenibile, che ha bloccato l’economia, ha fatto fermare i consumi, non ha prodotto ricchezza e nuovi posti di lavoro.
In Sicilia, la situazione è altrettanto drammatica, perché la Regione (che non ha mai versato i contributi all’Inpdap) è costretta a pagare direttamente le pensioni.
Ai 16.249 pensionati (dati 2013) corrisponde 641 milioni di euro l’anno, ma ne incassa, per i contributi relativi ai pensionati attivi, solo 178 milioni, con uno sbilancio di 463 milioni, tutti a carico di noi contribuenti.
Che in Italia debbano esserci due categorie di cittadini, i privilegiati del settore pubblico e quelli che lavorano nel settore privato, è un fatto anacronistico dovuto all’insipienza e all’incapacità di un ceto politico che, per avere consenso, ha allargato i cordoni della borsa nei confronti dei pubblici dipendenti.

La grave crisi ha messo a nudo questa anomalia e ora bisogna correre ai ripari per ripristinare l’equilibrio fra dipendenti pubblici e privati, in modo tale che non vi siano più né privilegiati né cittadini di serie B.
Lo squilibrio fra pubblici e privati non è soltanto nel settore pensionistico, ma nel numero di ore previsto (36 per i privilegiati, addirittura 18 per gli insegnanti, contro 40 dei privati, fatta eccezione per i giornalisti per cui sono previste 36 ore). Vi è uno squilibrio per le assenze dovute a malattia, valutate in circa 30 per anno fra i dipendenti pubblici e meno di 10 per quelli privati. Vi è poi l’abuso dei distacchi sindacali, quasi tutti nel settore pubblico e ridotti all’osso in quello privato.
Ma la più evidente differenza si rileva nel rendimento del lavoro. Nel settore pubblico, nessuno risponde per quello che fa o non fa, o per quello che fa male, né dirigenti né dipendenti. Cosicché resta ininfluente rispetto al costo e agli stipendi il raggiungimento o meno di obiettivi.
Si tratta di una discrasia che crea malumore nella maggioranza dell’opinione pubblica.
 
Non si capisce perché debbano esserci categorie di pubblici dipendenti che godono anche di 60 giorni di ferie. Non si capisce perché molti entrino più tardi e in compenso escano prima, senza che nessuno li sanzioni.
Non si capisce perché decine di migliaia di dipendenti pubblici o delle assimilate partecipate pubbliche debbano essere pagati senza lavorare. Non si capisce perché dirigenti pubblici, che percepiscono stipendi fra 150 e 250 mila euro l’anno, restino al loro posto nonostante l’inconcludenza e l’incapacità di gestire con efficienza i servizi loro affidati.
E non si capisce perché il ceto politico, che ha la più alta responsabilità nella Comunità, non intervenga con decisione per rettificare le distorsioni elencate e altre, in modo da evitare che dirigenti e dipendenti pubblici siano (come diceva il compianto Enzo Biagi) più uguali degli altri.
Sono proprio le distorsioni che creano squilibri e alimentano la corruzione.

Perché la corruzione? Perché è evidente che quando c’è opacità e inefficienza i cittadini o le imprese che hanno bisogno di autorizzazioni, concessioni e consimili provvedimenti amministrativi sono quasi obbligati a chiedere il favore o fare intercedere qualcuno per ottenere qualcosa cui abbiano diritto.
Proprio la cultura del favore ha rovinato l’Italia, soprattutto la parte meridionale e le Isole, in cui ancora oggi, purtroppo, non c’è una Pubblica amministrazione al servizio dei cittadini, ma che continua a trattarli come servi. E questi non reagiscono.
Ecco il nocciolo della questione: la remissività dei cittadini rispetto ai pubblici dipendenti. Invece, dovrebbero protestare, inviando mail di fuoco ai quotidiani, dove si cita il nome e cognome del dipendente o dirigente pubblico che non fa il proprio dovere. D’altra parte, i quotidiani dovrebbero fare il loro mestiere, che è quello di rappresentare l’opinione pubblica e soprattutto dare voce ai cittadini più deboli.
C’è, dunque, il modo per uscire da questa dannata crisi. Occorre che ogni dipendente privato faccia il proprio dovere, come quello pubblico, utilizzando le stesse regole.
 

Articolo pubblicato il 19 agosto 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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