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Il futuro dell’Eni a Gela se Crocetta dà autorizzazioni
di Rosario Battiato

Descalzi ha deciso di virare sulla produzione, ma il governatore può fare leva sugli accordi di giugno. Salvare la raffineria condizione necessaria per ottenere lo snellimento dei permessi

Tags: Ambiente, Eni, Gela



PALERMO – A Gela i sindacalisti affilano le armi in attesa della ripresa degli incontri con l'Eni previsti per il prossimo settembre. E non sarà facile raggiungere l'obiettivo perché il piano del colosso energetico italiano è preciso e Claudio Descalzi, da maggio l'uomo al comando voluto da Renzi in quanto erede legittimo e continuatore della politica di Paolo Scaroni, ha già messo le carte in tavola: l'Eni punterà sulla ricerca petrolifera e ridurrà sensibilmente le partecipazioni nella raffinazione. Un messaggio chiaro e tondo, anzi una vera e propria cesura rispetto alla tradizione di una delle più importanti aziende di Stato italiane, che in Sicilia dovrà scontrarsi con tutta la forza d'impatto di un settore che complessivamente offre lavoro a circa 10mila addetti (non tutti dell'Eni).

L'analisi completa del futuro secondo l'Eni l'ha fatta ieri la versione online dell'Espresso in un articolo di Stefano Vergine, che ha ricordato come lo scorso 31 luglio, davanti agli analisti arrivati a Londra per l'annuncio del piano triennale, Descalzi avesse annunciato una chiara virata nelle operazioni future della società. Il dirigente meneghino pare infatti deciso a tagliare definitivamente i rami secchi e ha dei modelli in testa che si chiamano, ad esempio, British Petroleum, ovvero ricerca petrolifera ed estrazione. Produzione di idrocarburi. La raffinazione è ormai una scommessa persa e un affare in perdita.
 
L'inversione di rotta dell'Eni, l'aveva prevista e denunciata Michele Marsiglia, presidente di FederPetroli. “In Europa le raffinerie ristrutturano, - ha spiegato - in Italia chiudono: queste sono barzellette. Il nuovo managment dell'Eni ci dia delle spiegazioni sulle politiche industriali del Gruppo, altrimenti rischiamo il fallimento del 60% delle aziende che lavorano nell'indotto di raffinazione”. 
In questo quadro abbastanza inquietante che lascia intendere poco spazio di manovra per la trattativa su Gela – nonostante gli accordi di fine luglio avessero soddisfatto i sindacati nell'ottica di un ripristino del piano del 2013 (quando c'era ancora Scaroni) con annesso investimento da 700 milioni di euro e avvio della linea 1 della Raffineria – si agganciano gli accordi dello scorso giugno (su queste pagine ne abbiamo parlato abbondantemente) quando la sete di petrolio dell'Eni aveva partorito un protocollo con la Regione siciliana per rilanciare le estrazioni in terra e in mare.
 
Tuttavia bisogna fare attenzione alle date. L'accordo del 4 giugno con Assomineraria, che aveva scatenato un putiferio su Crocetta da parte di ambientalisti e comitati locali per il piano di potenziamento di attività petrolifere in cambio di investimenti e occupazione, è avvenuto prima dell'annuncio shock di Eni di chiudere la Raffineria di Gela. I fatti di luglio hanno poi visto il governatore prodursi in tonanti dichiarazioni contro l'Eni, facendo intendere che senza Raffineria le promesse di bucherellare ancora l'Isola possono considerarsi carta straccia. Certo che estrarre è un vero affare, soprattutto con le nostre convenienti royalties e una legislazione assai tenera con i petrolieri, mentre per raffinare servono impianti all'altezza della competizione internazionale. Una sfida tra la fermezza e la capacità di contrattazione di Crocetta e la forza dell'Eni. Stando così le cose non dovrebbe esserci partita.
 

Articolo pubblicato il 28 agosto 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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