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Il 40% dei siciliani non serviti da depuratori
di Rosario Battiato

Nel rapporto Arpa 2013 evidenziato il sottodimensionamento del sistema di trattamento delle acque reflue urbane. Censiti 431 impianti, 71 non funzionano a dovere. Coinvolta Melilli, Priolo e parte di Siracusa

Tags: Depurazione, Arpa



PALERMO – Quattro siciliani su dieci non sono serviti da impianti di depurazione. Lo rivela l'ultimo rapporto Arpa sulla depurazione isolana, in perfetto tempismo con le promesse di Renzi che, tramite lo Sblocca Italia, ha promesso la “liberazione” di oltre un miliardo di euro per il sistema della depurazione siciliana. La situazione attuale, aggiornata al 2013, è davvero preoccupante e al danno ambientale assai esteso potrebbero presto aggiungersi le salatissime sanzioni Ue pronte a scattare nel 2016 per diversi comuni isolani non in regola con la direttiva comunitaria sul trattamento delle acque reflue.

A distanza di due anni dallo stanziamento miliardario del Cipe, e dopo diverse proroghe per la spesa dei fondi, quel malloppo è stato appena scalfito da qualche intervento, mentre tutte le difficoltà del sistema depurativo isolano sono rimaste congelate. La conferma è arrivata dall'ultimo rapporto dell'Arpa che ha censito 431 impianti di trattamento delle acque reflue urbane. Il 20% circa di questi impianti non risulta attivo e “per la maggior parte si tratta di agglomerati con un carico organico biodegradabile al di sotto di 10.000 abitanti equivalenti (A.E.)”. Sono infatti ben 71 gli impianti che non effettuano il loro dovere depurativo, tra cui un depuratore industriale che tratta anche le acque reflue di Melilli, Priolo e parte di Siracusa. 

In alcuni casi al mancato funzionamento si aggiungono “situazioni di particolare degrado ambientale dovuto all’abbandono incontrollato di rifiuti nell’area di pertinenza del depuratore poiché non sorvegliato (casi questi che sono stati opportunamente segnalati alle autorità competenti)”. Un problema che aggrava anche i costi di un eventuale ripristino/adeguamento dell’impianto a carico dei Comuni di riferimento. Per l'ente, infatti, alla spesa per la messa in funzione del depuratore andrebbero sommati i costi relativi alla bonifica delle aree interessate. Tra le altre irregolarità rilevate dall'Arpa ci sono i pochi impianti dotati dei “campionatori automatici in continuo e misuratori di portata, previsti dalla Circolare dell’Assessorato Regionale Energia e Servizi di Pubblica Utilità del 27/07/2011, per l’effettuazione di campioni medi ponderati nell’arco delle 24 ore come previsto dalla normativa vigente”.

Un altro capitolo non particolarmente felice riguarda le verifiche amministrative “volte alla conoscenza delle attività di conduzione del Gestore/erogatore del Servizio”. In questo modo i tecnici dell'Arpa hanno analizzato ed evidenziato “quelle criticità gestionali che potrebbero determinare o influenzare la non conformità dello scarico, dovute sia a questioni tecniche che ad accadimenti non prevedibili”. Nel mirino dei controlli i superamenti rispetto a quanto previsto dal Dlgs 152/2006 e il mancato rispetto di prescrizioni autorizzative o la mancanza stessa delle autorizzazioni. Complessivamente sono state riscontrate non conformità con proposte di sanzione per il 31% dei casi (contestazioni/numero controlli). In valore assoluto si tratta di 203 violazioni proposte su 646 controlli effettuati. 

Nelle considerazioni conclusive il giudizio dell'Arpa è netto e senza appello. “Il Report 2013 evidenzia che in Sicilia il sistema di depurazione delle acque reflue urbane è ancora sottodimensionato e non adeguatamente gestito rispetto alle reali esigenze territoriali”. E per salvarci dalle sanzioni è rimasto poco più di un anno.
 

 
Agglomerati di 2.000 o più abitanti devono essere provvisti di reti fognarie
 
PALERMO – Le attività di controllo dell'Arpa riportate nel “Report 2013” riprendono i dati delle Strutture Territoriali provinciali dell'Agenzia raccolti nel corso del 2013 sugli impianti di trattamento delle acque reflue urbane secondo quanto previsto dal Decreto 152/2006, rispondendo anche all’obbligo di garantire l’accesso dei cittadini all’informazione in materia ambientale detenuta dalle autorità pubbliche. Il decreto in questione prevede, si legge nel rapporto, che “gli agglomerati con un numero pari o superiore a 2.000 abitanti equivalenti devono essere provvisti di reti fognarie in cui far confluire gli scarichi delle acque reflue urbane”. In tal senso tutti gli scarichi sono disciplinati in funzione del rispetto degli obiettivi di qualità dei corpi idrici e, pertanto, “i reflui provenienti dalle reti fognarie devono essere sottoposti ad un trattamento appropriato in un impianto di depurazione per l’abbattimento degli inquinanti prima dell’immissione nel corpo idrico ricettore”. Un trattamento che deriva da una combinazione di più processi di natura chimica, fisica e biologica tale da consentire l'immissione del refluo nell'ambiente entro i valori limite di emissione determinati dal Decreto.
 

 
Campionamenti. Agenzia regionale: “Difficoltà gestionali e strutturali”
 
PALERMO – Il giudizio dell'Arpa, numeri alla mano, non lascia adito a molti dubbi circa il fallimento del sistema depurativo dell'Isola. “Il numero di impianti di depurazione in esercizio non equivale, infatti, ancora – si legge nel rapporto - al numero di impianti realizzati o previsti (dal Piano di Tutela delle Acque della Sicilia, di cui all'art. 121 del Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n° 152)”. Inoltre anche i depuratori esistenti “non sono adeguati alla normativa vigente ed infatti, spesso, in aggiunta ai superamenti riscontrati rispetto ai parametri di riferimento, molte proposte di sanzione effettuate dall’Agenzia derivano anche dall’assenza dei presidi per il campionamento medio ponderato nelle 24 ore (autocampionatori e misuratori di portata) previsti dalla normativa”. A questo aspetto si aggiunge un caos autorizzativo non di poco conto visto che alcuni impianti “risultano essere autorizzati nonostante siano ancora in costruzione mentre altri sono autorizzati solo previa realizzazione degli interventi necessari all’adeguamento alla normativa” e altri ancora non sono provvisti dell'autorizzazione allo scarico. In ultima analisi le criticità segnalate sono particolarmente gravi perché legate a problemi di natura gestionale e strutturale e “non riconducibili a circostanze imprevedibili”. In altri termini non esiste alcuna forma di programmazione che riguardi il funzionamento dei nostri impianti.

Articolo pubblicato il 10 settembre 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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