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Palermo - Torri d’acqua come pattumiere. Un ricco patrimonio dimenticato
di Claudio Di Gesù

Il loro recupero spetterebbe non alla Soprintendenza, ma ai proprietari delle aree in cui sono situate. Le antiche strutture sparse per la città sono oggi delle discariche a cielo aperto

Tags: Palermo



PALERMO - Antiche vestigia di una città che troppo spesso dimentica. Lo fa per gli eventi che ne hanno colpito spesso la dignità, ma anche semplicemente per la sua stessa, articolata e profondamente mutante storia. Le torri d’acqua, ricca testimonianza di un importante ma a quanto pare dimenticato patrimonio archeologico, che non interessa più a nessuno, adesso adibite anche a sito per conferimento di rifiuti. In piazza Ottavio Ziino, esattamente di fronte l’assessorato regionale alla Salute, fa bella mostra di sè una di queste torri. In un unico luogo le due facce della stessa medaglia: la tutela della salute da un lato e il non rispetto assoluto della stessa dall’altro. Si consideri poi l’inciviltà delle persone, che abbandonano incondizionatamente rifiuti in un luogo che sarebbe in realtà da proteggere.

Il sistema delle torri d’acqua ha permesso per secoli ai cittadini di potere fruire di acqua potabile. In uso a Palermo fino alla soglia del ventesimo secolo, questo sistema, sfruttando il principio dei vasi comunicanti, permetteva la distribuzione dell’acqua proveniente dalle sorgenti, in tutta la città. Le unità di misura utilizzate non erano quelle attuali, ma le più comuni erano la penna, il darbo, la zappa. Almeno settanta erano quelle attive nell’ottocento e facevano parte di tre corsi d’acqua diversi, il Campofranco, il Gesuitico e Gabriele. I “fontanieri” raggiunta la parte sommitale (urna) di raccolta, regolavano la quantità di acqua da smistare a ogni utente. Variando semplicemente il lume del tubo di mandata, la quantità di acqua erogata a ciascun privato era regolata facendo defluire il liquido in un sistema di tubi conici divergenti, che permettevano il calcolo del volume del liquido da consegnare, determinato dal calibro stesso del tubo.

Girando per la città se ne incontrano ancora, in tutto una trentina. Qualcuna è ben conservata o meglio, la tecnica costruttiva usata dai nostri costruttori antenati, ha consentito a queste vere e proprie opere murarie di reggere ma, sicuramente, non potrà essere così per molto tempo, non solo per il loro abbandono ma anche e soprattutto per il disprezzo conservativo che si continua a mostrare per tutto ciò che non interessa più a nessuno e, ultima ratio, ne può disporre impunemente utilizzandole come discariche a cielo aperto.

Indubbiamente tutto ciò è simbolo di un assurdo autolesionismo e, soprattutto, di una malsana indifferenza per un patrimonio che, sen ben curato, potrebbe determinare anche un accresciuto interesse turistico per la nostra città.

Dalla Soprintendenza ai Beni culturali, da noi contattata sull’argomento, ci fanno sapere che le torri d’acqua ricadono per buona parte su proprietà private o su aree aggregate a proprietà comunali, pertanto l’eventuale intervento potrebbe essere indirizzato esclusivamente per la tutela e il mantenimento, qualora un progetto di edificazione intendesse alterare lo stato di fatto. Come dire, aggiungiamo noi: “manutenzionarle non è di nostra competenza”. Auguriamoci che il buon senso civico prevalga e che, quantomeno non siano più usate come pattumiere a cielo aperto.

Articolo pubblicato il 03 ottobre 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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